gandhi

15 marzo 2011

Per il nostro terzo anniversario, che cade il sette marzo, Gioia e io decidiamo di cenare da Gandhi.

È la prima volta che andiamo al ristorante indiano e siamo curiosi. La tenda verde scuro, a cupola, sporgente sul marciapiede, la porta dimessa, in tenebroso vetro fumè affiancata da due piccole vetrate rettangolari con davanzale ad altezza ginocchio, le modeste tende oro, rosso, rame che dissimulano l’interno, le due lavagnette di traverso sul marciapiede a destra e a sinistra dell’ingresso, con i menù diurni, quelli serali e i rispettivi prezzi, i puntini luminosi rossi e blu intermittenti dell’insegna con scritto “aperto” di fianco a una grande e ingiallita fotografia del sant’uomo; soprattutto un foglio a4 stampato con una normalissima stampante da casa, piazzato nell’angolo basso a destra delle due vetrate, che informa la clientela dello spettacolo di danza del ventre, il giovedì sera, mi avevano messo, passeggiando, in una festante disposizione d’animo. Gioia, invece, meno convinta, aveva fatto, in internet, qualche ricerca. Cos’ha che non va?, avevo domandato. I prezzi mi sembrano accettabili e il posto, avevo detto, mi pare abbia un suo decoro, una sua dignità. Gandhi, aveva risposto lei. Gandhi? Secco, nodoso, l’esiguo peso del corpo appoggiato a una pertica storta, vestito di un cencio bianco annodato alla spalla, il vecchio sorrideva bonario dall’angolo alto della vetrata. Non lo so, aveva detto Gioia, indicandolo con un cenno. Ha un bel ridere, il mahatma. Ma è un po’ come se un ristorante africano si chiamasse Biafra.

L’altro ristorante indiano di cui ho trovato notizia, mi informa Gioia, si chiama Rangoli e a differenza di Gandhi possiede un bel sito internet, con immagini e musiche suggestive. Si presenta come succursale di un omonimo ristorante milanese il successo del quale, è scritto nel sito, ha indotto la proprietà a intraprendere questa nuova avventura. La facciata della palazzina, molto curata, ha qualcosa di vagamente monumentale, taj-mahaliano. Costa un po’ di più e non c’è, forse per motivi di professionalità, alcun riferimento a spettacoli di danza del ventre. In uno dei siti consultati da Gioia, in cui viene presentata una rassegna complessiva dei ristoranti etnici cittadini, Rangoli risulta tuttavia esclusivamente menzionato. Di Gandhi, invece, si dice: ottimi prezzi, grandi quantità, ambiente raccolto, danza del ventre, soddisfazione assicurata. Cosa dici?, mi fa. Deciso!, le dico.

Il ristorante è composto da due salette senza troppi fronzoli, in cui dominano i colori rosso e arancione. È lunedì e oltre al nostro ci sono altri tre o quattro tavolini occupati. Buon segno, sussurro. Veniamo fatti accomodare e, in un gran silenzio, ci vengono porti i menù. Sul tavolino, coperto da due tovaglie damascate, ci sono due piattini contenuti in un portapiatti tiepido, metallico, color peltro. Alla mia destra c’è un cestino in vimini con due o tre sfoglie di pane secco. Dall’altra parte torreggia una guglia lavoratissima (ricorda le forme tortili della sabbia bagnata, in spiaggia, quando viene fatta colare sulle torri dei castelli) con tre piccoli bacili tutti istoriati alla base. Al centro del tavolo il cameriere dà fuoco a una candela leggermente profumata e, dopo averci domandato se sia la prima volta che mangiamo indiano, ci invita ad ingannare l’attesa assaggiando le salse. Posso farvi vedere come si fa?, sussurra. Prego! Versa nel piatto di Gioia la salsa bianca, leggermente balsamica, e vi mescola prima la salsa rossa, a base di ribes, quindi, in un’altra pozzetta bianca, quella color arancione, che per consistenza e sapore ricorda certa mostarda fruttata. Le sfoglie di pane secco servono a fare, come si dice, scarpetta. Niente male!, fa Gioia, attentissima. Io, invece, sono un po’ preoccupato: questi sapori mi fanno pensare, penso, e quando si pensa, non si fanno altre cose. Dopo qualche minuto il cameriere ritorna. Ordiniamo i due menù base, da quindici e diciassette euro. I due euro di differenza sono dovuti alla presenza, in uno dei due menù, della carne di pollo. La birra indiana e il tè costano tanto, rispetto al vino sfuso, quindi optiamo, quanto alla bibita, per il rosso della casa. Certo non è il rosso di Villa Sheriman che Gioia ha recentemente scoperto e allieta le nostre cenette. Un capolavoro di vino, per tre euro e mezzo a bottiglia. Le salse però, piacevolmente controverse, sono salate oltre che piccanti, e i primi bicchieri scendono che è una meraviglia.

Arrivano le portate, accompagnate da altre due salse, color giallo zafferano e rosa carcadè. Si tratta di due piattini, in altrettatti scrigni caldi, contenenti minuti universi. Una coscia di pollo, rossissima, campeggia al centro di quello di Gioia, in un letto di aghi di pino, con contorno di ghiande, zolle di argilla, legnetti cavi e quarzi aromatici. Nel mio, su un lenzuolo di ghiaino fluviale, vetroso e pluricromo, una sezioncina di pigna, una fetta aculeata di cactus, un topazio, un ciuffo d’erica rossa. È buono!, fa lei rosicchiando l’osso vermiglio. Stranissimo! È buono in effetti, penso, succhiando il topazio. Ci guardiamo fissi negli occhi. Sorridiamo.  Abbassiamo gli occhi. Estraggo dalla mia borsa un regalino. Lo appoggio sul tavolo. Non dovevi!, dice Gioia. Dài, scartalo. Gioia sorride, commossa. Io sorrido, preoccupato. Sopra le nostre teste sorride anche Gandhi. Oh, Leo!, fa Gioia. Grazie! E’ bellissimo! Un pensierino, faccio. Ma non riesco a dire altro. Estraggo il telefonino, guardo l’ora. Gandhi, penso, annuendo. Buddha, penso, dissentendo. C’è qualcosa che non va?, mi domanda Gioia. No, dico, è che stavo ancora pensando. A cosa? A Gandhi. All’anima. A Buddha. All’incredibile confusione che ho in testa, faccio. Ma Leo… questo era l’antipasto!, cos’hai capito! Soltanto in quel momento, dopo cioè che abbiamo festeggiato la nostra piccola ricorrenza, riappare il cameriere. Domanda permesso e dà inizio al concerto. Quattro pietanze a testa in contenitori differenti, e rispettive catene, bacinelle, monili, mestolini, forzieri, turiboli, vasellame, e salse ad hoc, naturalmente, fra le quali trionfano quella alla menta acre di pepe nero, e quella al mango salato, bagnato nel peperoncino, più un’abbondantissima portata di riso bianco da porre a intermediario nel centro del piatto, circondata da bocconi incrociati di pietanze, e da condire a sua volta secondo l’estro. Beviamo dell’altro vino, mangiamo in gran quantità, divertendoci ed esplorando senza fretta, malgrado sia lunedì e in sala siamo ormai rimasti soltanto noi. Ci vengono offerti il dolce e il liquore – il bicchierino della staffa: io provo un ruhm indiano , non ho ben compreso se di Goa, profumatissimo. Spendiamo 42 euro, in tutto – una meraviglia, oltre che di sapori, di tatto e di gentilezza.

Annunci

5 Risposte to “gandhi”

  1. Giordano said

    Non conoscevo questo ristorante. Mi ha fatto venire voglia di andarci, anche se la danza del ventre mi mette una certa ansia, ho sempre l’impressione che da un momento all’altro possa succedere qualcosa di irreversibile (alla fine di Cous Cous ero devastato, per dire).
    Buon anniversario.

    • mbrt0 said

      Buondì Giordano, bentrovato. Io Cous cous non l’ho visto, ma Gioia me ne ha sempre parlato come di un gran film. La danza del ventre, in ogni modo, se non ho capito male, da Gandhi la fanno solamente il giovedì sera. Che, presumo, sia la loro sera clou. Noi ci siam andati di lunedì. Per quel che ho visto e gustato il rapporto qualità prezzo mi è sembrato ottimo. Le bevande, è da dire, non erano comprese nel menù. E nemmeno il dolce. Ma un litro di rosso costava 5.50, quindi l’esborso complessivo, tenendo anche conto del coperto, si colloca sulla soglia dei venti euro. Considerando che non ci è rimasto niente sullo stomaco, né ci siamo disidratati nottetempo, mi sento di consigliarglielo vivamente!

  2. Gioia said

    Ciao Giordano,
    sì, alla fine di “Cous cous” ero devastata anch’io, nonostante la sequenza fosse bellissima:

    Mah, chissà se la danza del ventre indiana, e non magrebina, come quella del film, è vagamente diversa.
    Un saluto
    gioia

    • Giordano said

      Gentilissima Gioia, in effetti non avevo considerato la possibile differenza tra la danza magrebina e quella indiana. Sarebbe da approfondire. Aggiungo solo che anche a me è piaciuto molto il film, più di Venus Noir. Sarà che quest’ultimo l’ho visto a Venezia e si sa che durante la mostra del cinema il giudizio sulle opere è spesso condizionato dal livello di stanchezza accumulato, dai problemi con code e biglietti, dai film visti nelle ore immediatamente precedenti e pure dallo stato di salute dell’intestino, saturato dal menu a base di panini-pizzette-prosecchi che costituiscono la principale fonte di alimentazione in quei giorni. Come se non bastasse, lo scorso settembre, che come ricorderà è stato funestato da acquazzoni e temperature di bassa gradazione, ho avuto la geniale idea di “dormire” nel campeggio di san nicolò. Ma non sapevo che altro fare: avrà notato che il Des Bains era chiuso per ristrutturazione. Grazie per il video.

  3. Gioia said

    Caro Giordano,
    eh sì, il Des Bains chiuso per ristrutturazione è stato un duro colpo per tutti quanti. Mi sento comunque di consigliarle l’Excelsior, luogo simpatico e a buon mercato, adatto a tutte le tasche. L’anno scorso anche noi, presi alla sprovvista, abbiam dovuto ripiegare. Ci è andata meglio di lei, poichè almeno avevamo un tetto sopra la testa e l’appartamento, appena sovraffollato, era carino, a parte la moquette nel bagno, credo concepita da una mente perversa, e il canale scaricatore che con le sue chiare, fresche e dolci acque bagnava il condominio e mandava effluvi a dir poco putrescenti. Certo questo non c’ha rovinato l’appetito che, appunto, andava a morire in qualche baracchino della disperazione. Si è accorto che prima delle 9 del mattino al Lido è impossibile prender un caffè? All’Excelsior mi hanno assicurato che invece la colazione la servono già alle 7.30 ed è compresa nel prezzo. Da tenere a mente.
    Per quanto riguarda “Venus noire” devo dire che a me è piaciuto molto, un po’ perchè mi è sembrato assai stratificato, affrontando il problema della sacertà dell’essere umano e la sua reificazione (cosa che ha portato al film parecchie critiche proprio per il modo in cui il regista riprendeva la protagonista, poichè sembrava ricadere nello stesso vizio che denunciava), un po’ perchè mi è parso ponesse in essere, in maniera emblematica, la morte della realtà da cui far scaturire la vita dell’immaginario (il corpo smembrato della Venere nera vicino alla sua ricomposizione di gesso dipinto al Museo dell’Uomo). Ma quest’ultima era un po’ la tematica che avevo per la testa quest’estate e che mi pareva fosse presente in più di un film dell’ultima Mostra del Cinema. Poi, sì, le condizioni di visione di un’opera fanno sempre la loro parte. L’unica cosa che non mi è piaciuta è la sequenza di immagini sulla quale scorrono i titoli di coda: mi è sembrata inutilmente didascalica, incoerente col resto del film. Di troppo.
    Un caro saluto
    Gioia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: