una prostituta, un protettore, un gelato

21 marzo 2011

In compagnia del bel libro di Aldo Nove, La vita oscena (Einaudi 2011), questa mattina, leggendo di quando il protagonista si reca da due prostitute grasse e anziane che stanno cucinando il sugo di pomodoro, mi viene d’un tratto in mente, benché a dire il vero non c’entri molto, di quella volta che ho visto l’eterno inguaribile schifo del suo lavoro sul viso della prostituta italiana del bar in fondo a via Beato Pellegrino dove la notte, di ritorno dal cinema in cui allora – quattro o cinque anni fa – ero in prova, andavo a comprare il vino.

L’avevo vista scendere, mentre bevevo un primo bicchiere, da un’auto di gran cilindrata, il cui lusso mi aveva incuriosito perché pensavo stridesse con la sua figura, le sue abituali maniere e l’ormai quasi del tutto sfiorita mezzetà. Lei però aveva chiuso la portiera con inaspettata educazione, con eleganza, avevo pensato, piegandosi e accennando un saluto antico, a svolazzo. Quindi, stringendo la cinghia del soprabito beige, si era incamminata sulle zeppe di corda con baldanza frettolosa, quasi marziale, che solo quando fu sotto il neon dell’insegna si spaccò in un conato. Il suo protettore, in maglioncino di lana, tuta bordeaux e scarpe spellate che, la notte precedente, aveva subito in silenzio la pubblica sfuriata di lei, dovuta al fatto che in giornata se non addirittura nel corso di quella stessa serata, le era capitato di passare per dei bar dove, a causa dei debiti che lui aveva contratto, le avevano dato a gran voce della ladra, il protettore, dicevo, vedendola entrare, aveva mangiato immediatamente la foglia, perché dopo essersi avvicinato, prima ancora che il gesto di lei fosse compiuto – un gesto atroce e bellissimo, pensai, comprendendo il senso preciso di tutto il bianco che le cancellava il viso: le dita rovesce di una mano a coprire le labbra, la testa discosta e l’altro braccio ad allontanare l’uomo con un movimento da cinema muto che, vagamente, ricordava un addio o anche soltanto un comune, coniugale risveglio, pieno di intimità e al tempo stesso pudore – aveva aperto l’anta del frigorifero, aveva estratto un cornetto algida, l’aveva scartato. E mentre lei, con un filo di voce – più gesto che parola, un sorriso e un si-si della testa, mobile, d’uccellino – strisciando per terra la seggiola, ringraziava per l’offerta di quel frutto sbucciato, l’uomo si accucciava al suo fianco e con fare di chi a quelle crisi sia abituato, mentre lei gli allungava le monete per il barista, va meglio?, chiedeva, passa un pochino?, e le accarezzava timidamente la testa.

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