il corpo riprodotto e smaterializzato della donna occidentale

31 marzo 2011

Che problemi avevo?, perché mi sentivo così?, perché la telefonata alla Fata, invece che esaltarmi, mi abbatteva?

Me l’avrebbe data senza problemi, no? Gratis et amore dei. Non era questo che volevo? Non era questo che volevano tutti? Non era questo il lubrico asse intorno al quale rutilava l’immenso, delirante ingranaggio del mondo? Persino il Muro era crollato. Non avevano avuto scampo. Spolpati. Disossati. A colpi di Postalmarket! Il corpo della donna occidentale si era letteralmente divorato il comunismo dall’interno; e come aveva fatto con i paesi del Blocco, così stava facendo con quelli del Globo – dopandoli, ossessionandoli e allucinandoli senza tregua. Letteralmente: smidollandoli. Tutto girava intorno al sole di un corpo di donna occidentale, pensai, un sole-corpo smaterializzato e riprodotto in varianti mai identiche l’una all’altra e tuttavia sempre riconducibili, al di là di statura età misure etnia, a un inattingibile, transepocale sole-corpo primario al quale moltitudini sempre più innumeri di corpi occidentali, orientali, meridionali e polari di donne reali facevano di tutto per somigliare. Moltitudini puntiformi e anonime – quanto anonimi potevano essere i corpi riprodotti sull’etichetta di un refrigerante per radiatore o in quella di un diserbante selettivo per edera – si sgranavano senza scampo, senza un attimo di respiro, lungo palpitanti corsie ammantate di luce che riscaldavano corpi altrimenti destinati alle gelide oscurità del disvalore. La diga era crollata. Colui che trattiene. Il baluardo. E quel che doveva dispiegarsi si dispiegava. Nella sigaretta che fumavi bruciava il corpo riprodotto e smaterializzato della donna occidentale. Nell’accendino con il quale accendevi la sigaretta che fumavi bruciava la fiamma del corpo riprodotto e smaterializzato della donna occidentale. La macchinetta del caffè aveva la sua piccola figa verticale, in cui inserivi il tondo cazzetto affinché sfornasse il pargolo fumante. Il corpo riprodotto smaterializzato della donna occidentale, sottratto, diviso, addizionato, moltiplicato, era inoculato in ogni cosa che avevi acquistato, che avresti voluto acquistare, che avevi mangiato, che avresti voluto mangiare, che avevi prodotto, che avresti voluto produrre, che avevi scopato, che avresti voluto scopare, che avevi seppellito, che avresti voluto seppellire. Non esisteva ente il cui essere non avesse a che fare con il corpo riprodotto e smaterializzato della donna occidentale, che non anelasse a contenere almeno un atomo del succedaneo di un succedaneo del corpo riprodotto e smaterializzato della donna occidentale. Ehi Leo, cosa ti stai preparando? Ah, stasera sto leggero, soltanto un po’ di figa. Occidentale? Ovvio! Ehi, Leo, che stai facendo con quei cavi? Ah, sto sostituendo la vecchia figa analogica con una nuova figa digitale. Sai Leo, dovresti smettere di usare figa in polvere. Inquina un casino. Davvero? Certo! E poi è obsoleta. Non si usa più in Occidente. Le ditte di pompe funebri ti vendevano trattamenti di cosmesi e tumulazione erotizzati da arrapanti tanatopratte fetish: vuoi mettere, massaggiato da quelle manine sante – altro che sorriso avresti fatto a San Pietro! Persino le ditte di spurghi e bonifiche eco-biologiche comunicavano i contenuti del servizio erogato mediante l’immagine del corpo riprodotto e smaterializzato della donna occidentale: non avresti più sentito odore di merda – una chance in più, un piccolo importante avvicinamento agli standard previsti per l’accesso al corpo riprodotto e smaterializzato della donna occidentale. Lavorare a Micropolis costituiva d’altronde una specola privilegiata per contemplare l’infaticabile copula di natura umana e ordine artificiale, bisogno biologico e desiderio immaginativo, coazione impersonale e godimento vicario; per scrutare in dettaglio la gigantesca omeostasi delle allucinazioni sociali primarie in una fra le loro più squassanti incubatrici – la culla di ogni soddisfazione, il più grande e moderno supermarket della città.

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4 Risposte to “il corpo riprodotto e smaterializzato della donna occidentale”

  1. Giordano said

    Il suo pezzo, in cui sembra quasi che il “corpo riprodotto e smaterializzato della donna occidentale” assuma le sembianze di un feticcio pervasivo e allucinatorio, mi comunica un senso estremo di violenza e odio nei confronti di quel feticcio. Il punto di vista del narratore sembra essere quello di un ipotetico abitante di un futuro molto prossimo, fotografato nel momento immediatamente precedente alla distruzione dell’idolo, alla rivolta iconoclasta nei confronti di quel “corpo riprodotto e smaterializzato della donna occidentale”.
    Questa sensazione così spiacevole mi fa venire in mente alcune statistiche di cui ho sentito notizia negli ultimi tempi, riguardanti lo spaventoso incremento del tasso di violenza nei confronti delle donne nel nostro paese. Non ho mai capito quanto siano attendibili le statistiche, non solo quelle su violenze e omicidi ma proprio le statistiche in generale, e non so nemmeno se la violenza nei confronti delle donne sia più diffusa in occidente che altrove. E’ però inevitabile che quando si forgia e si impone un idolo, sia in senso positivo, sfruttandolo magari come veicolo per diffondere ideologie conformi al modo di produzione vincente, sia in senso negativo, annullandolo e mortificandolo in virtù di una interpretazione religiosa distorta, allo stesso tempo si creano le circostanze destinate ad alimentare l’odio profondo nei confronti di quell’idolo.
    Sia chiaro che di questo ho paura. Sia ancora più chiaro che non sono nemmeno sicuro di aver capito bene il suo pezzo.
    Con simpatia. Giordano

    • mbrt0 said

      Buongiorno Giordano, bentrovato. Un bellissimo commento, grazie! E piuttosto azzeccato. Ho estratto questo brano, adattandolo appena un po’ al blog, da una scena molto più lunga, ambientata nel 1996, scritta fra ottobre e dicembre dello scorso anno rielaborando alcune note, grosso modo diaristiche, appunto del 1996. Il narratore, in quella scena, è ritratto al lavoro, in un grosso supermarket di Padova, durante la pausa a metà turno. È stato da poco lasciato dalla ragazza con la quale per la prima volta, uscendo da casa dei genitori, ha convissuto, a causa delle avances di una ragazza più bella della cui persona però il narratore sa assai poco, avendola frequentata molto marginalmente anni prima, quando l’età e il “tipo sociologico” di lei – fra dark e metal – erano assai differenti. A differenza della bellezza della fidanzata, la bellezza della Fata, completamente trasformata, è adesso a suo giudizio costruita, intramata artificialmente alla fisionomia naturale del volto e del corpo, in adeguamento agli standard estetici elaborati dai mass media e dal mercato che per vendere e quindi fare produrre nel modo in cui produce il mondo in cui viviamo, utilizzano simulacri di donna che approssimano un ideale la cui forza – la forza della cui chiamata, verrebbe da dire – il narratore vede dispiegata ovunque intorno a sé, nella società e nella storia. Le scelte che il narratore crede di avere compiuto nel corso dell’ultimo anno avevano, nella sua testa, pretese antisistemiche, ma difficoltà di ordine economico, ossia il venire meno di un secondo lavoro, unita alla persistente disoccupazione della fidanzata, e difficoltà di ordine culturale – una tendenza a rendere impermeabile al mondo la loro relazione – avevano aperto una crisi: il maggior grado di libertà concesso da un relativa povertà, per esempio, si rivelava illusorio e la città che nei mesi precedenti era sembrata espandersi e moltiplicarsi si riduce, proprio quando fuori esplode la primavera, a poco più che una stanza. L’intenzione di questo frammento, a mio giudizio umoristico, non era tanto quella di trasmettere un sentimento di odio iconoclasta nei confronti di un tipo di corpo (fisico: corpo tecnologico: tecnologia della promessa di godimento etc.), ma piuttosto di profondo e carnale disagio relativamente a un’offerta che, nella testa dell’autore, solo un pazzo o una persona appagata – in un mondo che non può permettersi l’appagamento, pena la sua cessazione, in quella forma – non accetterebbe. Il narratore si rende conto che ciò che tanto imperiosamente lo calamita non è la persona della Fata – la cui “emersione” manderà a monte la seratina erotica regalando a entrambi una piccola, dolorosissima salvezza – ma appunto quel feticcio pervasivo e allucinatorio a cui lei, Giordano, faceva riferimento.

  2. Pandora said

    Da quello che mi è parso di capire, forse, l’esemplare di donna a cui fa riferimento l’autore è quello di una donna che mi piacerebbe chiamare non “occidentale” ma “occidentalizzata”. Poco importa che la donna in questione sia una ragazza dell’est, un’orientale, una tahitiana o una latino-americana “un sole-corpo smaterializzato e riprodotto in varianti mai identiche l’una all’altra e tuttavia sempre riconducibili, al di là di statura età misure etnia, a un inattingibile, transepocale sole-corpo primario”. Il feticcio che traspare dal suo scritto (concordo con il termine allucinatorio e pervasiso di Giordano) mi sembrerebbe quello canonizzato dalla iconografia tendenzialmente pornografica (nel senso di esibita)di un determinato spaccato di bellezza “cosmeticamente” rilevante e tipica di una fenomenologia ai limiti del pubblicitario. Mi sfugge invece l’appellativo di “Fata” data dall’autore che sottende forse qualcosa di più di un accesso puramente allucinatorio e cosmetico. Non è che siamo forse di fronte ad un’altra forza di tipo estetico (nel senso di aisthesis) che comporta o comportava qualche altra e diversa implicazione? Il fatto poi che tutto ciò che viene descritto appaia così decontestualizzato da avvenimenti o fatti specifici (“la piccola dolorosissima salvezza” quale salvezza?) mi fa sorgere questo dubbio. Forse non meritevole nemmeno di un commento.

    • mbrt0 said

      Buongiorno Pandora, il suo commento coglie, come del resto quello di Giordano, nel segno. Quanto all’appellativo di Fata, esso risulta in effetti fuorviante nella misura in cui venga recepito come nomen omen facente riferimento a un tipo diverso di sensibilità – chiamiamola “magica”. D’altra parte in questo testo non c’è traccia di temi come “la fine del (weberiano) disincanto del mondo” onde, secondo alcuni il ritorno, per esempio, a forme di spiritualità anche discutibili come la new age. E quindi trovo che non ci sia nulla di inappropriato o inutile nelle osservazioni che lei fa e di cui la ringrazio.

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