gioia su tournée

7 aprile 2011

Tournée di Mathieu Amalric. Con Mathieu Amalric, Miranda Colclasure, Suzanne Ramsey, Linda Marraccini, Julie Ann Muz, Angela De Lorenzo, Alexander Craven, Ulysse Klotz, Damien Odoul

I grandi film si fondano sempre su un eccesso. Eccesso di visione, eccesso di immaginario, eccesso di senso. “I overreacted” dice Bill alla Sposa prima del duello finale in Kill Bill vol. II. “Ho reagito in modo eccessivo”. È una frase di grande ambiguità, poiché si riferisce sia ai fatti contingenti (Bill aveva commesso una carneficina il giorno del matrimonio della donna, culminata col tentativo di uccisione della stessa), sia al costante rimando meta-cinematografico che caratterizza il film. A eccedere è il cinema stesso, fuoriuscendo dalla schermo e inondano gli occhi e la mente dello spettatore. Per eccedere serve coraggio ed enorme fiducia nel proprio mezzo. “Fare una cosa pericolosa con stile è ciò che io chiamo arte”, scriveva Bukowski in una sua poesia. Tournée è un magnifico film di eccessi, sbilanciato, straripante, vivido.

Un impresario, Joachim Zand, dopo un lungo periodo all’estero, torna in Francia con cinque ballerine americane di burlesque, nell’intento, al termine di un tour che toccherà numerose città della costa oceanica, di farle esibire a Parigi. Ma spettacolo dopo spettacolo, la capitale sembra sempre più lontana, con Joachim che si arrabatta tra treni e alberghi, vecchie conoscenze a cui deve dei soldi, un fratello e un’ex compagna con cui ha pessimi rapporti, i due figli che lo compatiscono, le ballerine che non lo ascoltano.

Tutt’altro che cupo, Tournée è un film divertente e malinconico al contempo, profondo e stratificato, eppure lieve come una bolla. La condizione in cui tutti i personaggi si muovono è quella della sospensione. Ognuno di loro sembra girare a vuoto senza trovare alcun approdo, inanellando episodi talvolta grotteschi, talora delicatissimi. Le donne si spostano da una città all’altra, in un Paese che non è il loro e che parla una lingua che non sempre comprendono. L’America, in cui hanno lasciato gli affetti, assume le forme, vaghe, di un passato in cui rifugiarsi nei momenti di sconforto, ma nulla di più. “Non ci hai ancora fatto vedere niente di questo Paese” dice una delle ballerine a Joachim. La Francia, d’altra parte, non corrisponde più alle aspettative del protagonista. Anche lui, come loro, ha perso la propria origine e si ritrova estraneo nella sua stessa dimora, sradicato, ospite malvoluto. I paesaggi che vengono attraversati sono irriconoscibili, potrebbero essere interscambiabili. Non sono più, dunque, i luoghi a definire un’identità. E nemmeno la lingua – tutti passano di continuo dall’americano al francese e viceversa. Non rimane che il corpo. Il corpo non più giovane, segnato e strabordante delle ballerine, perennemente agghindato con vestiti sgargianti, parrucche, trucco pesante e ciglia finte: “Scommetto che non le togli nemmeno per andare a dormire” afferma il protagonista mentre discute con una di loro. Un corpo avulso ai canoni estetici odierni, che diventa un’affermazione di indipendenza da parte delle cinque donne, poiché esibito con intelligenza ed enorme senso dell’umorismo, al quale fa da contrappunto quello di Joachim. Smilzo e nervoso il suo corpo si muove timido tra quelli delle gigantesse, che paiono deriderne la virilità, conferitagli da un paio di baffi e da completi anni ’70. Così come Ben Gazzara in L’assassinio di un allibratore cinese, da cui ironicamente copia abbigliamento e charme, anche Jochiam si prende cura delle donne che lo circondano, trovando, nella loro carne, la loro pelle, il loro stile, la propria casa. Nella straordinaria sequenza che chiude il film, presso l’albergo vuoto, vicino al mare, in cui la sospensione sembra prendere forma, come accade in alcuni libri di Thomas Pynchon, il protagonista, attraversata una serie di fallimenti – l’opera si compone di un insieme di atti mancati, dalla sala parigina annullata al delicato flirt con la cassiera della pompa di benzina – prende atto della possibilità di radicarsi nuovamente, ma in una situazione assolutamente anomala. La condizione precaria e sbilenca che è andata configurandosi nel corso del tour, più che di una condanna, rivela i contorni di una salvezza possibile. Tournée è un film imperfetto e sgangherato, come la figura di Joachim, come i corpi delle ballerine, ma proprio per questo magnifico, pieno di grazia. È un’opera che riecheggia Fellini e Cassavetes per la capacità di essere sublime nella sconfitta, poetico e geniale. L’eccesso è appunto un eccesso di vita, che scorre a rischio di tracimazione.

Gioia.

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