pippe (vecchissime storie sfinite)

23 aprile 2011

In seguito non riuscii a fare altro che pensare al sesso e non avendone a portata di mano, o almeno, non della qualità che speravo, proprio quando tutto lasciava supporre che le cose stessero finalmente per disporsi al meglio, inaugurai una delle stagioni più frustranti della mia vita.

Avevo ancora una donna al mio fianco – benché fossimo, da non so quanto tempo, al capolinea – e ero sotto contratto per un altro romanzo, di cui avevo scritto, anni prima, già un buon 80%. L’editore, per il quale il mio maestro dirigeva la collana della narrativa italiana, stava attrezzandosi per un discreto colpo pubblicitario e, convinto che quel che avevo scritto in precedenza fosse all’altezza, intendeva battere il chiodo finché era caldo. Non ci fu verso, né ci sarebbe più stato. Per quanto, specie nelle ore di lavoro, tentassi di raccogliere le idee, appuntandole, come avevo sempre fatto, su foglietti volanti oppure in tumultuosi zibaldoni che tenevo da anni, davanti al computer non riuscivo più a starci se non per guardare gente che scopava. Benché la svolta con la pornografia fosse avvenuta con la grande ondata d’informatizzazione domestica, cioè con internet, fu solamente durante l’inverno che mi iscrissi e frequentai dei forum in cui si imparava lo scasso di siti protetti – mi interessava in special modo la pornografia amatoriale – e benché non mi fossi spinto veramente a fondo della cosa, limitando la mia attività di scassinatore al livello più elementare, quello dei cosiddetti newbies, già durante la fase terminale della redazione del romanzo, dilapidavo quotidianamente montagne di preziosissimo tempo. Tutto sommato, ancorato al di qua del monitor, ero ancora ciò ch’ero stato nei dieci anni precedenti e mai avrei detto che quel sesso solitario – che era per me, per come era andata sedimentando la mia esperienza, il sesso – sarebbe diventato l’unico luogo in cui la vita, al lumicino, avrebbe finito per rintanarsi. Dividendo il piccolo e poco riservato appartamento in cui vivevo con il giovane, esuberante Daniel, ero, e ne avevo ben donde, sempre sul chi va là. E mi vergognavo. E mi arrabbiavo a morte, costretto com’ero, all’età che avevo, a motivare le mie eclissi domestiche. E sentivo precisa la colpa. Non soltanto nella misura in cui trafugavo tempo a ciò che andava fatto – cioè scrivere, finire il libro, fare in modo che fosse pubblicabile – ma perché usavo la scrittura, la concentrazione che chiede, il silenzio, la solitudine, l’orsaggine, per tradire. Non si trattava di tradire la persona con cui, nel bene e nel male, avevo condiviso il condivisibile negli ultimi dieci anni. Non soltanto. E in ogni modo, quelle erano vecchie faccende, non sapevo se del tutto superate, ma certamente già affrontate (e accantonate a fronte di ben altre tragedie). Il rischio era quello di sprecare la più grande occasione della mia vita, quella che aspettavo da sempre, quella di cui si legge nei racconti di tanti scrittori, quella che aspettavo da ben da prima di mettermi a scrivere. Era una vita che pregavo. Pregavo che passasse. Che finisse. Che il tempo dell’attesa venisse finalmente a compimento. Sperando che, al compimento del tempo, ci sarebbe stata la libertà. Poiché se così non fosse stato, pensavo, se il tempo del compimento, della fine dell’attesa, non fosse stato un tempo di libertà, allora (sigh) avrei preferito la morte (sob). Eppure non sapevo in cosa sarebbe consistita questa libertà. Sapevo che non volevo più stare con la mia donna. Sapevo anche che questo non era sufficiente. Quello che non sapevo è che i margini della mia libertà si sarebbero ristretti tanto da ridursi a quella piccola, oscena zona tarpata in cui, nascosto, svanito, giocavo quel che restava di un desiderio un tempo tanto intenso e abbondante da avermi quasi fatto smarrire il senno. Mi sembrava che con la pubblicazione l’unica vera novità nella mia vita consistesse nell’aumento impressionante del carico lavorativo. Nervoso e costantemente sbronzo, guardavo le donne per strada pensando che un lato divertente dovesse pur esserci. Era o no, il mio momento? Fu in luglio, quando venni assunto dal mio stesso editore per distribuire volantini pubblicitari agli studenti che andavano a iscriversi all’università, che tornai con i piedi per terra. E cominciai a perdere i pezzi.

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5 Risposte to “pippe (vecchissime storie sfinite)”

  1. Gioia said

    Eh, beh, che dire. Buona Pasqua!

  2. marta said

    mi ricordo il periodo. ciao!

  3. […] Pippe (vecchissime storie sfinite), di Umberto […]

  4. Giordano said

    kyrie eleison

  5. Li hai trovati, poi, i pezzi?

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