gioia su habemus papam

16 maggio 2011

Habemus Papam di Nanni Moretti, con Michel Piccoli, Nanni Moretti, Jerzy Stuhr, Renato Scarpa, Franco Graziosi, Camillo Milli, Roberto Nobile, Ulrich von Dobschütz, Margherita Buy, Dario Cantarelli, Gianluca Gobbi, Manuela Mandracchia, Teco Celio, Roberto De Francesco, Chiara Causa, Cecilia Dazzi

Cosa resta del padre è il titolo, piuttosto eloquente, dell’ultimo libro di Massimo Recalcati, uscito per l’editore Cortina, qualche mese fa. Lo psicanalista riprende il tema lacaniano dell’evaporazione del padre e, con le dovute riflessioni e i necessari aggiustamenti, prova a leggere, attraverso quel modello, la società occidentale a cavallo del vecchio e nuovo millennio. Cosa resta del padre appare altresì la questione più prossima al tema che muove il bellissimo Habemus Papam di Nanni Moretti.

Il cardinal Melville, schiacciato dal peso della responsabilità – è lui il Papa eletto dal Conclave – e reso ancor più fragile dal senso di inadeguatezza che lo pervade, entra in una profonda crisi esistenziale. Cercherà inutilmente chiarezza nelle parole di uno psicanalista e tregua in una compagnia teatrale che si prepara a metter in scena Il gabbiano di Cechov.

Habemus Papam non è un film sulla Chiesa né tanto meno sul credo religioso. Il Vaticano serve a Moretti come microcosmo chiuso, ovattato, per nulla realistico, dove è insediato il Padre per eccellenza e in cui far muovere personaggi che simbolicamente incarnino la reazione al grande rimosso di questi anni: la morte. Habemus Papam è, in fondo, un film sull’incapacità di diventare padri e sul silenzio di dio – da intendersi come ciò che spinge e sostiene l’uomo nel suo impegnarsi in azioni radicali, imponenti, coraggiose. Il cardinal Melville – uno straordinario Michel Piccoli – ha l’ambigua portata di chi, da un lato, compie un grande gesto di umiltà – il suo non sentirsi degno del ruolo che gli viene affidato è un monito per tutti coloro i quali accettano con leggerezza e sgomitano per ottenere un briciolo di potere e visibilità ed è un elogio dell’imperfezione e del dubbio – e dall’altro è incapace di diventare adulto, condizione che condivide con tutti i personaggi del film. Un mondo popolato di soli figli bisognosi di essere accuditi. Un cardinale che nel cuore della notte chiama urlando la mamma, un altro che vuole vincere a carte, quello che durante il Conclave cerca di copiare dal vicino, i tre rappresentanti australiani che, nonostante la situazione di crisi, tentano di organizzare una scampagnata fuori Roma, il cardinal Brummer che mette il broncio per non essere stato nemmeno preso in considerazione da chi scommetteva sul nome del nuovo Pontefice. Ma non sono solo i porporati a mostrare di vivere in una regressione quasi infantile, benché piena di candore. Lo psicanalista – interpretato da Moretti, volutamente sopra le righe per accentuarne l’immaturità – inorgoglisce come un ragazzino ricordando di essere “il più bravo di tutti” ma rimpiange la moglie, che lo ha lasciato perché troppo bravo, a sua volta psicanalista che intravede in tutti i pazienti il famigerato “deficit di accudimento” ed è incapace di farsi ubbidire dai figli ai quali non ha avuto il coraggio di confessare la presenza di un nuovo compagno, che i due hanno però ampiamente intuito; oppure la donna che seduta al tavolino del bar tenta di interpretare i disegni del figlio come indizi del disagio che il bambino prova per la vita di coppia dei genitori e in preda all’ansia si rivolge al cardinal Melville – che nel frattempo è scappato in abiti borghesi dal Vaticano e, dunque, non essendosi ancora mostrato ai fedeli, si muove nella città da uomo comune, poiché nessuno lo riconosce – per chiedergli, nonostante sia per lei un perfetto sconosciuto, “Che faccio? Lo lascio mio marito?”; o ancora l’attore che, a pochi giorni dal debutto ne Il gabbiano, impazzisce per il troppo stress e inizia a interpretare tutte le parti dell’opera di Cechov, sotto gli sguardi attoniti del resto della compagnia, alla quale si unirà il protagonista, galvanizzato dalla loro passione e dal sogno adolescenziale di recitare; o infine il portavoce pontificio, ennesima figura non all’altezza del proprio ruolo che, dopo essersi fatto scappare il cardinal Melville per le strade di Roma, chiede a una guardia svizzera – a sua volta bambinesca nei modi e nelle espressioni – di fingere di essere il Papa, abitando nella sue stanze e scostando la tenda di tanto in tanto per dar l’impressione a cardinali e fedeli che il Santo Padre sia ancora concentrato in preghiera, pur di non prendersi la responsabilità del suo errore.

Il torneo di pallavolo, organizzato dallo psicanalista obbligato a rimanere in Vaticano affinché non si corra il rischio di svelare l’identità del Papa, è l’emblema del microcosmo regredito a giardino d’infanzia: l’entusiasmo per il gioco, i moti di gioia nel far punto, la faccia delusa dello psicanalista quando resta solo con la palla sotto il braccio, mentre i cardinali vengono istruiti dal portavoce pontificio per compiere un’azione che renda inequivocabile l’identità del Papa e lo costringa ad accettare il ruolo.

Se Habemus Papam conserva per tutta la sua durata i toni lievi e delicati della commedia, è l’inquadratura finale a svelare la tragicità del film: il balcone vuoto, dopo che il nuovo Pontefice, dichiarata la sua incapacità di esser una guida, potendo solo essere guidato, se n’è andato, è l’immagine del vuoto paterno, di un mondo senza padri, di soli figli. Se la figura del Padre è stata, nel cinema di Marco Bellocchio e di Bernardo Bertolucci per esempio, per lungo tempo l’Altro contro cui combattere o con cui dialetticamente dialogare, nel film di Moretti il Padre scompare, lasciando una società di orfani, nella quale verrà meno la dialettica, la paura annichilirà gli uomini e di conseguenza ridurrà e smorzerà le azioni, le narrazioni si faranno più sfilacciate, fino a scomparire.

“Questi ultimi anni dell’era postmoderna mi sono sembrati un po’ come quando sei alle superiori e i tuoi genitori partono e tu organizzi una festa. Chiami tutti i tuoi amici e metti su questo selvaggio, disgustoso, favoloso party, e per un po’ va benissimo, è sfrenato e liberatorio, l’autorità parentale se ne è andata, è spodestata, il gatto è via e i topi gozzovigliano nel dionisiaco. Ma poi il tempo passa e il party si fa sempre più chiassoso, e le droghe finiscono, e nessuno ha soldi per comprarne altre, e le cose cominciano a rompersi o rovesciarsi, e ci sono bruciature di sigaretta sul sofà, e tu sei il padrone di casa, è anche casa tua, così, pian piano, cominci a desiderare che i tuoi genitori tornino e ristabiliscano un po’ di ordine, cazzo…

Non è una similitudine perfetta, ma è come mi sento, è come sento la mia generazione di scrittori e intellettuali o qualunque cosa siano, sento che sono le tre del mattino e il sofà è bruciacchiato e qualcuno ha vomitato nel portaombrelli e noi vorremmo che la baldoria finisse. L’opera di parricidio compiuta dai fondatori del postmoderno è stata importante, ma il parricidio genera orfani, e nessuna baldoria può compensare il fatto che gli scrittori della mia età sono stati orfani letterari negli anni della loro formazione. Stiamo sperando che i genitori tornino, e chiaramente questa voglia ci mette a disagio, voglio dire: c’è qualcosa che non va in noi? Cosa siamo, delle mezze seghe? Non sarà che abbiamo bisogno di autorità e paletti? E poi arriva il disagio più acuto, quando lentamente ci rendiamo conto che in realtà i genitori non torneranno più – e che noi dovremo essere i genitori” (Breve stralcio da un’intervista rilasciata da David Foster Wallace a Larry McCaffery per la “Review of Contemporary Fiction” nell’estate del 1993).

Gioia.

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2 Risposte to “gioia su habemus papam

  1. paolab said

    è una bella chiave di lettura, questa, che ha il pregio di rendere ragione della figura dello psicanalista in vaticano, di cui facevo fatica a cogliere la vera funzione narrativa. grazie
    anche io ho trovato efficacemente discontinuo il registro dell’ultima scena: i sorrisi che si attardavano sulle facce soddisfatte di cardinali e fedeli, mentre risuonano le drammatiche parole di rinuncia del padre che avrebbe dovuto prendere su di sé ogni difficoltà, ricevendo in cambio obbedienza. e invece ecco il padre che rifiuta di farsi carico delle responsabilità di tutti. lasciando i fedeli – noi, gli uomini d’oggi – liberi ma soli (o soli, ma liberi: il verso della lettura, ne dà anche l’accento: positivo o negativo). ecco io forse leggo con accento un po’ meno pessimista, questa condizione di orfani che dovrebbero raccogliere la responsabilità della propria vita. mi piace applicare l’immagine sia a un livello esistenziale sia a un livello ecclesiale. è dall’epoca di giovanni paolo ii che (noi?) cattolici restiamo acquattati all’ombra del padre. è ora di assumere responsabilità adulte: non necessariamente paterne. fraterne sarebbe già abbastanza. in ogni caso non mi sembra obbligata la lettura un po’ disperante che dai (“la paura annichilirà gli uomini e di conseguenza ridurrà e smorzerà le azioni, le narrazioni si faranno più sfilacciate, fino a scomparire”). mi pare invece un finale aperto: la volontaria scomparsa del padre è forse un grande, doloroso e profetico atto d’amore perché i figli abbiano l’opportunità di trovare la propria voce. e il film non sa immaginare se la cercheranno, se la troveranno, se la useranno. possiamo sperare di sì? (cmq proprio un bel film)

  2. Gioia said

    Gentile Paola,
    intanto grazie per il suo bel commento, davvero molto interessante. Sì, indubbiamente il finale può esser interpretato in modi diversi. Lo stesso Moretti tende a non darne una lettura univoca quando lo intervistano. È anche vero, però, che il “Miserere” di Arvo Pärt che chiude il film con l’immagine del balcone vuoto lascia piuttosto sgomenti. Io l’ho interpretato in modo, forse, eccessivamente pessimistico perché riconoscendolo come un film politico mi è parso che l’inadeguatezza fosse estesa e con questa una specie di stallo. Come diceva bene Wallace “noi dovremo essere i genitori”, ma questo ci getta nello sconforto. Il grande atto di umiltà del cardinal Melville è di certo positivo da un lato, purché gli orfani decidano e vogliano diventar padri e guide a loro volta. Il dubbio mi pare venisse posto su questo punto. La rimozione della morte (tra l’altro il cardinal Melville è una persona anziana) ottenuta rifugiandosi nella condizione di figlio e rifiutando, appunto, quella di padre, mi è sembrata sintomatica ed estendibile alla società contemporanea (perlomeno occidentale). Questa estensione un po’ mi spaventa. Detto ciò, comunque, sì, davvero un gran bel film.
    A presto
    gioia

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