parigi, martedì

24 maggio 2011

È una bella giornata di sole e dalla finestra della stanza guardo per la prima volta i caseggiati che si affacciano fra i riflessi sulla via sottostante dando forma a un quieto fiordo grigio e bianco di tetti spioventi, finestre e abbaini luccicanti. Usciti dall’albergo prendiamo a sinistra e all’angolo della via ci fermiamo per fare colazione al caffè semivuoto. Gioia ha voglia di pan au chocolat che hanno però esaurito e che troviamo alla seconda boulangerie in cui ci imbattiamo lungo le poche centinaia di metri fino all’incrocio con uno dei tipici viali a doppia corsia con ampia area pedonale alberata nel mezzo, che tagliano e angolano tutta Parigi. Prendiamo la metropolitana alla solita fermata diretti al Trocadero chiacchierando di film visti durante l’inverno che presentano scene girate in quell’area. A un addetto in divisa nera e verde che fuma una sigaretta presso una porta di servizio del Musèe de l’homme, all’interno e all’esterno del quale Arnaud Desplechin ha girato le ultime lunghe sequenze del suo I re e la regina, domandiamo se per caso ricordi se la vecchia Cinémathèque Française si trovasse da quella o dall’altra parte del complesso architettonico; e dalle sue indicazioni, per altro esatte, comprendiamo come l’uomo sia convinto che l’istituto si trovi dov’era nel ’68, all’inizio della contestazione, in uno degli interrati del padiglione opposto a quello in cui sostiamo.

Passeggiamo all’ombra fra gli spruzzi degli annaffiatori guardando dal basso le scalinate monumentali che conducono all’imponente e perennemente gremito parapetto da dove, poco prima, rimirata la spettacolare forcina della Tour Eiffel e superato l’allestimento del set di un film o un programma televisivo, siamo sgattaiolati, approdando al digradante ingresso, che riconosciamo facilmente, della ex Cinémathèque, ma che ci appare anche assai più piccolo di quanto supponessimo dalla visione di The Dreamers  di Bernardo Bertolucci. Ipotizzando il percorso fatto dai protagonisti, scendiamo verso la strada attraversata la quale si entra nel grande, pullulante piazzale antistante la Torre. Vi passiamo sotto, capogìrici, osservando le persone salire su uno dei due ascensori (l’altro è rotto) o avventurarsi in fila indiana sulle scale di ferro che arrampicano le arcate da cui stacca l’altissimo ago. Proseguiamo lungo il rettilineo da parata militare chiuso dagli edifici della scuola, appunto, militare e, un po’ accaldati, poiché la giornata è fin quasi estiva, dopo esserci riposati su una panchina a guardare le colorite varietà dei turisti, riprendiamo a camminare lungo la Senna, solcata da battelli e traghetti, in direzione Passy, il quartiere in cui è ambientato Ultimo tango a Parigi. Camminiamo sotto il ponte echeggiante della sopraelevata che scavalca il fiume e sbarcati in quartiere iniziamo a cercare, senza successo, rue Jules Verne, dove dovrebbe trovarsi il palazzo del peccaminoso appartamento – che tuttavia non sembra esistere. I tre o quattro passanti ai quali domandiamo, una signora con la borsa della spesa, un anziano signore che porta a passeggio il barboncino, una donna incinta, un po’ trafelata, non l’hanno mai sentita nominare. Chiedono se possediamo una mappa e se siamo sicuri che si trovi proprio a Passy poiché una via Verne effettivamente esiste a Parigi, ma da tutt’altra parte della città. Lasciamo la riva della Senna e proviamo a inoltrarci, in salita, guidati dall’istinto cinematografico-esploratorio di Gioia, ma siamo costretti ad arrenderci quando il signore a cui ci rivolgiamo ci fa segno di seguirlo dietro un palazzo stretto e alto, in una stradina fresca e ombrosa che culmina in una scalinata di pietra assai ripida dietro la quale si staglia la Torre. Nel garage del palazzo in cui abita e che dà appunto sulla stradina, recupera una mappa a suo dire più dettagliata e, mentre Gioia spiega le ragioni per cui la cerchiamo, constata come in Passy non esista né sia mai esistita una via Giulio Verne. Ci troviamo in ogni modo in un quartiere placido, stanziale e di solida agiatezza che, laddove i palazzi diradano, regala prospettive aeree sul fiume, la Torre, gli arrondissement circostanti. È quasi per caso, appoggiando la borsa su un muretto per cercare la guida, prima di imboccare una delle sue silenziose vie signorili, che ci rendiamo conto di affacciarci sul cortile di casa Balzac. Facciamo per entrare, ma ci accorgiamo che l’abitazione, ovviamente trasformata in museo, è chiusa. Il cortile, innaffiato e potato, in quel momento, da un signore asiatico, confina con quello di un edificio, su uno spiazzo erboso a terrazza, qualche metro più in basso, sul quale sventola la bandiera turca. Forse l’ambasciata, penso, o un consolato. Tornati in riva alla Senna decidiamo di bere una birra ed eventualmente mangiare qualcosa al bar-tabac che fa angolo con la doppia scalinata che conduce alla sopraelevata vista in precedenza. Ci sediamo all’interno, a un tavolino tondo presso il separè che divide la zona del banco e della rivendita di giornali e tabacchi da quella, piena di impiegati, in cui si pranza “alla carta”. Di ritorno dal bagno il volto di Gioia ha mutato completamente espressione. È qui!, dice, sottovoce. Siamo nel posto giusto! Cioè? Il bagno del bar, dice, è quello del film! Ne sono sicura! E’ proprio dove entra lei per telefonare e nell’anti-bagno vede lui che sta uscendo. Non ho potuto far niente! Era lurido? No, non è quello. È semplicemente troppo piccolo per farci qualsiasi cosa, ma è proprio da questo che ho capito che è lui, esattamente, il bagno del film. Non ho dubbi! Gioia si alza e annuisce. Cosa? Tirati su!, mi dice, indicando la parete per metà coperta dal paravento alle mie spalle. Si tratta di fotografie ingrandite e incorniciate tratte da scene del film. Beviamo la Leffe e domandiamo al signore cinese alla cassa se la presenza delle foto sia dovuta al fatto che Ultimo tango è passato di qui. Oui, mademoiselle! Domandiamo quindi se sappia qualcosa di via Jules Verne. Niente. Veniamo invece a sapere che il palazzo dell’appartamento di Marlon e Maria è proprio l’alto edificio grigio, un po’ funerario, che fa angolo con la parte opposta della scalinata sottostante i binari a non più di una ventina di metri da dove ci troviamo. Paghiamo e ci portiamo nei pressi del portone d’ingresso. Vuoi entrare? Mah, non so, dice Gioia, mentre una signora con gli occhiali da sole esce di gran carriera dal portone. Sostiamo all’ombra qualche minuto, quindi saliamo la scalinata alla ricerca di una stazione della metro poiché la sopraelevata, per condurci a Montmartre, dove vorremmo recarci, ci costringerebbe a una specie di gioco dell’oca con svariati cambi. Approfittiamo così per sbirciare un altro po’ nei paraggi. Ci imbattiamo in un pomposo Museo del vino che ha l’aria di una costosa enoteca farlocca e condivide la corte in cemento con una scuola materna dalla quale prorompono urla e scoppi di risa. Notiamo come le viuzze circostanti siano piene di studenti con matita album e taccuini, intenti a ritrarne angoli e scorci. Dopo un po’ che giriamo a vuoto decidiamo di tornare alla sopraelevata. La nostra attenzione è attirata da una donna bionda, tinta e dall’aspetto un po’ stropicciato, che cammina a grandi falcate, interrotte da torsioni e urla in direzione di un uomo sui cinquantacinque in giacca e cravatta che la insegue rispondendole altrettanto bruscamente. La donna attira l’attenzione di altri passanti diretti alla sopraelevata, ma è un giovane con lo zaino, quasi certamente uno studente universitario, ad avvicinarsi e a domandare se tutto vada bene. L’uomo cerca di allontanarlo. Il ragazzo afferra un braccio della donna e con l’indice puntato, intima all’uomo di stare a distanza. Che coraggio!, faccio. Stiamo qui!, dice Gioia, estraendo il cellulare dalla borsa. Vuoi chiamare la polizia? La donna intanto si sottrae, ma viene immediatamente acciuffata dal suo molestatore. Il ragazzo fa un passo. La donna gli ordina di stare indietro. I due s’incamminano curvi e rotti come sotto uno scroscio di pioggia. Svoltano dietro un palazzo, ma ricompaiono in pochi secondi, in direzione opposta. Il ragazzo, rimasto immobile a osservare la scena, interviene nuovamente. La donna lo ringrazia. Gli ripete che che è tutto a posto. Si tratta soltanto di sciocchezze, dice, con tono di supplica. Anche il molestatore, bianco in volto, appare dispiaciuto. Sembra scusarsi, infatti, ma c’è ancora, improvviso, un battibecco al quale il ragazzo reagisce alzando un pugno: se lei me lo ordina me ne vado, altrimenti rimango. La signora ribadisce che tutto è sotto controllo e, seguitando a ringraziarlo, lo invita ad allontanarsi. Questi sta lentamente raggiungendoci a metà scalinata, quand’ecco ancora uno schiamazzo. La donna scapicolla dietro il palazzo di Maria e Marlon. L’uomo la insegue, trascinandosi esausto. Gioia domanda al ragazzo se sia il caso di chiamare la polizia. Il ragazzo allarga le braccia e prendiamo il convoglio. Montmartre a metà pomeriggio è affollata di turisti accaldati e ciondolanti fra bancarelle bar e piccoli negozi: un gran bazar addomesticato e un po’ bolso, ma non per questo privo di scappatoie e magnifici squarci che mettono voglia di svoltare, avventurarsi, frugare, perdersi. Prima di arrivare all’interminabile scalinata del Sacro Cuore ci fermiamo in una piazzetta silenziosa e fresca, chiusa da un lato dal grazioso, lindo Theatre de l’Atelier, la cui facciata, sormontata dal classico timpano triangolare, presenta una terrazza in cui, seduti a un tavolino, tre tizi, dopo avere mangiato, stanno discutendo a gambe distese alcuni testi. Gioia consulta la guida e dopo qualche minuto di quiete stuzzicante – diversi ristorantini allietano la piazza – siamo nuovamente in mezzo al tumulto. La cupola del santuario si staglia alta sulle chiglie grigie dei tetti mentre la sorta di tendopoli in leggera salita è sempre più ribollente di gadgets, ninnoli, ricordini del cazzo. Ci inerpichiamo sul colle massaggiati dalle note di un tizio che salmodia una litania il cui finale è accolto dall’applauso di un centinaio di astanti. Con tutte le canne che deve essersi fatto, il rasta, ora alle prese con Losing my religion, sembra assorbito in una trance che rende la canzone ancora più uggiosa, e zigzagando fra il pubblico in maggioranza teutonico, scandinavo, baltico che fuma, si scaccola i piedi, mangia panini, beve birra in confezioni da sei, diamo un’occhiata al sagrato accecante per scendere senz’altro dalla parte opposta. Svoltiamo a destra e dopo pochi metri, in una piazza ombreggiata da querce e ippocastani, ci imbattiamo in un ensemble di fiati e percussioni che scatena una musica indiavolata, circense, che piacerebbe a Goran Bregovich e mette una gran voglia di bere. Ascoltiamo tuttavia soltanto un paio di pezzi perché il gruppo stacca, ringrazia, raccoglie le offerte e ripone gli strumenti. Dopo essere passati nei pressi del Moulin de la Galette, in rue Lepic, reso famoso dai dipinti di Renoir, Lautrec, Utrillo, e dell’assurdo bar di Amelie – gremito di turisti paonazzi, seminudi, trasudanti e immobili come statue di cera; evitata infine la parte più spudoratamente turistica di Montmarte, quella cioè del cosiddetto Villaggio, ci dirigiamo verso la parte opposta del colle, orientata in direzione della banlieue, a caccia del bistrot in cui Quentin Tarantino ha girato le sequenze di Inglorious Basterds in cui Shosanna scopre che il suo filarino tedesco è un eroe di guerra nazista. La strada che imbocchiamo, già un po’ periferica, è costeggiata da palazzi meno rifiniti e pittoreschi di quelli che altre zone di Parigi ci hanno finora proposto. Il bianco delle case è come appannato e sulle sommità degli edifici non campeggiano le strane aggiunte finestrate, cupolàte, talora da castelluzzo, talaltra da veliero, che spesso si scorgono sulle cimase. Mi piace tantissimo, però. E mi piace l’ora tardomeridiana e l’atmosfera da colonia, da dopolavoro, addirittura – ma in senso buono – da casa di cura, che vi regna. Gli incroci, sempre ben sagomati, più che piazze producono slarghi disadorni battuti da un sole esatto, il cui oro polveroso tuttavia galleggia in panneggi e nuvole appena percettibili depositandosi sulle rughe dei marciapiedi. Non ci sono alberi, né molte auto parcheggiate, e il viso volitivo di Gioia, con la cartina in mano, un po’ segnato, mentre le dico che se non troviamo il bar che cerchiamo potremmo fermarci per un bicchiere di rosso a quello che stiamo superando, ha l’indescrivibile espressione di chi ti stia conducendo in un luogo dell’infanzia e pur trovandolo identico a come lo ricorda stenti a condurti all’origine, o all’aleph, dove, in qualche modo, inizia, oppure si vede ogni cosa. Sento ancora voci scroscianti di bambini, vedo tanti nordafricani e tanti neri attraversare la strada senza le trame i richiami o il tipo di occhiate alle quali sono abituato nella mia città. Nessuno che insista, per la verità, con lo sguardo – come accade del resto ovunque, soprattutto in metropolitana, dove mi è capitato di pensare, faticando a trattenermi dal curiosare, quanto la tensione, la compressione, la strisciante esasperazione da gigantismo siano palpabili. Ma nulla di minaccioso di losco o di violento nell’aria: una ragazza sui vent’anni con lunghe bianchissime gambe, calzoncini corti e infradito ci sorpassa ventosa piluccando la testa di una baguette che fuoriesce per metà dal cartoccio; un’automobile con quattro suore grigiovestite si ferma a poca distanza dal bar con le vetrine ornate da tendine ricamate tipo uncinetto che ho appena indicato e che per un attimo Gioia, prima di riaprire la pianta, ha preso in considerazione come quello da noi cercato; un parcheggio per motorini e biciclette presso il quale adolescenti di differenti etnie fumano cicche con insegnanti in maniche di camicia. Ma anche meno negozi, in effetti. Meno tendine sporgenti, profumo di cibo, frutta e verdura, ristorantini. Dritti ancora un po’!, dice Gioia, guardandosi intorno e in un paio di minuti siamo a destinazione. È ancora presto e ci sono soltanto due o tre persone sedute ai tavolini esterni. Salutati i due baristi, dietro il banco, ordinati due bicchieri di vino rosso, domandiamo se possiamo sedere all’interno. La porta è già spalancata. Entriamo con deferenza e dopo esserci guardati intorno  sediamo attoniti dove avevamo sperato, di spalle al paravento in legno scuro e vetro colorato, sulla panca che, nella pellicola di Tarantino, occupava Shosanna. Lascio sedere Gioia sul trono, estraggo il telefonino dalla tasca dei jeans e, constatando con piacere come persino la sporcizia provenga direttamente dagli anni venti, inizio a scattare. Sono attimi di autentica felicità e sorridiamo in un modo che i baristi devono conoscere fin troppo bene, immagino, quando vado a ordinare i secondi bicchieri. Mentre beviamo il locale inizia a riempirsi. Un signore con il portatile siede alle nostre spalle digitando e ascoltando musica con le cuffiette. Un altro signore, sulla quarantina, viene a sedere invece alla tavolata di fianco alla nostra, munito oltre che di immancabili cuffiette, di libri e grosse moleskine. Il cameriere apre le vetrate del caffè (sorte di ante d’armadio) e dai tavolini esterni, occupati da una mezza dozzina di persone, prorompe una gran nuvola di fumo. Bevono e fumano tutti, lì fuori. Bevono e fumano come disgraziati. Non so cosa darei per fumare anch’io. Mi gira la testa da quanto ne ho voglia. Cosa c’è tesoro? Sembri un po’ abbacchiato, hai tutti gli occhi lucidi! Oh, sarà un po’ di commozione! Fumano gli astanti e fumano i camerieri. Fumano i vecchi e fumano i ragazzi. Fumano le mamme e fumano i papà. Fumano i bambini e fumano gli uccelli. Fumano i gatti e fumano i lampioni. Fumano i cani e fumano i tombini. Un operaio del comune si arresta proprio davanti al caffè accende un mezzo sigaro e butta il fumo nella nostra direzione. Il tizio con il portatile si sporge oltre la vetrata per fumare in controluce, con tutte quelle iridescenti evoluzioni di plancton e polveri cosmiche del cazzo. Un barbone fa l’elemosina ai tavolini e al posto dei soldi gli viene offerta una sigaretta che lui pensa bene di fumarsi all’istante. Uno studente ebreo con il cappello e i due lunghi riccioli castani legge la scrittura parlottando con la cicca che ballonzola in bocca. Un nero che sta facendo jogging si ferma dall’altra parte del piazzale. Saltella, fa due torsioni, due flessioni, un respiro allargando le braccia. Fa ruotare le scapole, quindi un paio di volte la testa, e improvvisamente, tutto scintillante, estrae dal marsupio un pacchetto di sigarette per venire a fumarsi una cicca di fronte a noi. Gioia mi suggerisce di ordinare un terzo bicchiere di rosso – vai tu, che sei lanciatissimo!: in realtà non so una parola di francese, ma quando sono un po’ brillo mi faccio prendere dall’estro – e quando torno mi domanda se abbia mai assaggiato la creme broulè. Non mi pare!, fischio, in piena crisi d’astinenza da nicotina. Allora è venuto il momento di assaggiarla!, dice lei, indicando la lavagnetta con l’elenco dei vini e dei piatti della casa. Fanno anche da mangiare?, dico. Sembra di si! Sarebbe bello venire qui a cenare la sera del mio compleanno. Domani, quindi!, fa lei. D’accordo allora, faccio. È tempo di muoversi. Per le otto, infatti, dobbiamo trovarci nei pressi di St Germain, in rue de Grenelle, presso il Centro Italiano di Cultura dove ci attende Cahier che deve presentare due documentari di altrettanti registi italiani. Entriamo in un andito stretto da mura che incarcerano cortili nascosti di palazzi un po’ spogli e conduce a un angusto piazzale ombreggiato, che si allarga sulla sinistra fino al retro di quella che mi pare una chiesetta ed è frontalmente delimitato da un capitello vuoto, di color rosellino, a muro. Sulla destra invece appare un  possente colonnato grecoromano sotto il quale scorgiamo Cahier che, congedate due signore in perfetto francese, ci accoglie con un benvenuto freddamente professionale per passare fulmineo, appena sceso dai gradini del tempio, al romanesco – e allora?, che ve dicevo?, mica male er centro de curtura, eh? – domandandoci da dove veniamo e come abbiamo trascorso la giornata. Mentre Gioia gli chiede notizia dei documentari che vedremo sorrido pensando al pessimo giudizio da lui espresso ieri sera a proposito del documentario di Elisabetta Sgarbi sulla cultura in Italia, visto qui la settimana precedente e dal sottoscritto invece in settembre, a Venezia. Ci congediamo momentaneamente perché lui deve andare ad accordarsi con la direttrice del Centro e far mente locale sulle domande da porre agli autori, quindi entriamo nel pantheon e, dopo una visita al bagno, prendiamo posto in una museale saletta ottocentesca, bene attrezzata e illuminata da luci soffuse, da cassaforte. I posti a sedere, di panciuta foggia settecentesca, sono almeno una quarantina e per l’inizio del primo documentario, che scopro di avere già visto lo scorso anno, la sala si è praticamente riempita. Trovo la cosa singolare. Dai racconti di amici e conoscenti, mi ero fatto l’idea che le attività dei Centri di cultura italiana all’estero fossero quanto di più disertato ed effettivamente disertabile potesse immaginarsi. Invece la cinquantina di presenti, nient’affatto di sola nazionalità italiana, rimangono fino alla fine e partecipano alle conferenze con osservazioni diligenti, talora argute, che Cahier traduce e integra con notevole abilità. Quando torniamo all’esterno si è fatta notte e c’è la luna. Non sappiamo bene come regolarci, per la cena. Non abbiamo capito se Cahier rimane con noi oppure con la responsabile e gli ospiti. D’un tratto Cahier fa un cenno con la mano, a dire: seguitemi. Ci incamminiamo chiacchierando a casaccio finché approdiamo nei pressi di un ristorantino dall’aria quanto mai allarmante: ce lo possiamo permettere? Tranquilli!, sussurra Cahier. I figli dei registi, saliti a Parigi con la famiglia, non hanno voglia di rimanere e convincono i genitori a lasciali andare a fare un giro. Si liberano quindi dei posti di cui approfittiamo. A cena tengono banco soprattutto i registi del secondo documentario proiettato in serata, una triplice intervista a importanti personaggi della chiesa alternativa toscana, fra i quali, mi è sembrato di capire, il direttore o comunque un pezzo grosso dell’attuale Scuola di Barbiana. Il signore e la signora che avevano presentato a Venezia il documentario da me già visto sulla figura di Alberto Maria De Agostini – frate salesiano, grande viaggiatore, fratello del fondatore dell’omonima editrice, testimone delle atrocità perpetrate dagli spagnoli in Terra del Fuoco all’inizio del XX secolo – rimangono invece silenziosi e forse anche un po’ scazzati all’estremità della tavolata. Si parla di Monsignor Jacques Gaillot, ex vescovo della città di Evreux e dal 1995 vescovo di Partenia – diocesi algerina che non esisteva più dal V secolo – intervenuto all’ultima delle conferenze, noto per le posizioni eterodosse in materia di politica sociale immigrazione celibato omosessualità, sostenitore della causa palestinese e a suo tempo di quella sudafracana antiaparthaid. E agli infervorati autori del documentario sulle tre personalità della chiesa alternativa che, dato l’insperato successo, ipotizzano un nuovo ciclo di interviste, Cahier suggerisce di prendere in considerazione la figura di Renato Curcio, facendo andare a Gioia, per il ridere, il vino di traverso. Dicono che potrebbe rivelarsi assai interessante e domandano se qualcuno abbia letto il suo ultimo libro, sul razzismo. Cahier risponde di no, ma che tiene in gran conto l’editrice per la quale pubblica, che tra l’altro ha un gran bel nome. Mentre la signora al mio fianco domanda cosa io faccia nella vita il cameriere, facendo per versarmi il vino, inciampa sulla sua borsa, rovesciandomi un buon bicchiere di bordeaux in testa. Niente paura. Faccio una scappata al bagno, incredibilmente angusto, mi lavo il viso mi asciugo e torno proprio mentre viene servito il salmone affumicato, accompagnato da burri, formaggi semoventi e cremine non identificate al quale segue un ottimo sgombro alla brace con misto di verdurine. Dato il deplorevole incidente, mi sento libero di ordinare una seconda bottiglia, che mi viene lasciata quasi interamente in consegna e mentre Cahier scherza con Gioia imitandone l’accento (che rifà in bolognese), la serata volge al termine. Prego, prego!, risponde la direttrice, ai ringraziamenti di Gioia. Che si sia scazzata? Ma no, ma no, dice Cahier, poco più tardi, nei pressi della metro. La tipa è tranquilla, e poi la serata è riuscita benone. La settimana scorsa c’era uno che parlava come Heidegger. Nun se capiva ‘na sega. Stasera sei andato alla grande, invece! Guadagni bene? Macché, fa Cahier. Ma armeno ‘na vorta la settimana me faccio ‘na magnata come se deve!

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Una Risposta to “parigi, martedì”

  1. Giordano said

    Sconvolgente il litigio della coppia proprio nei pressi della casa di Marlon e Maria. E che coraggio quel ragazzo! Ma non è che poi, alla fine, lei ha sparato al suo molestatore? La scena della crisi d’astinenza nicotinica è uno spasso. Dev’essere dura aver smesso di fumare. Aspetto “mercoledì”. Un caro saluto, Giordano

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