parigi, mercoledì

28 maggio 2011

Mattino abbagliante di brezza. L’acqua sgorga dai tombini e scorre ai bordi dei marciapiedi. Acquistiamo i pan au chocolat alla boulangerie di ieri, ma beviamo il caffè all’angolo della solita fermata, appoggiati al banco, mentre un’anziana signora con lo scialle di lana pulisce il sugo del pollo con un pezzo di pane. Parliamo della serata di ieri e, con un po’ di invidia, di che tipo di vita conduca Cahier, fra un festival e l’altro – non aveva detto, l’estate scorsa, di essere stato in Corea? – facendo ciò che gli piace senza troppi compromessi in una città come questa, diosanto, di giorno in giorno più bella, sbarcando il lunario non senza difficoltà, ma considerati i nostri mille euro scarsi al mese, non peggio di quanto possiamo riuscire a sbarcarlo noi in quel buco di Padova.

Cosa daresti?, faccio a Gioia che risponde: sarebbe un sogno, ma non darei proprio niente se non potessi farlo con te. E poi non credere che per lui sia sempre tutto rose e fiori. Da quando i Cahiers du cinema sono stati acquistati dalla Phaidon e la redazione è stata licenziata in tronco, lui, uno stipendio fisso, non l’ha più visto. Appunto, faccio. Deve avere due coglioni così! Se penso che ha la tua età. Non ha la mia età. Ah no? No. È più giovane. Un annetto. Meglio ancora! Ma dai scemo, non comincerai mica? Per carità!, faccio, aspirando a pieni polmoni la nube tabagista dei tavolini esterni; è solo che a pensarci non so proprio come tu abbia potuto preferire me! Ma sarai fuori!, fa Gioia. Io? Tu, sarai fuori! Saresti venuta qui, ti avrebbe presentato i suoi amici critici, ti avrebbe dato le dritte del caso, ti avrebbe aiutata a scrivere, e con un po’ di culo avresti incrociato qualcosa anche con l’università. Perché no, scusa?, faccio, infilando gli occhiali da sole. Gioia annuisce seguendo con il dito il groviglio di linee della piantina. Non rivedremo Cahier se non forse, di fretta e furia, a fine settimana, essendo impegnatissimo e dovendo partire in giornata per una trasferta di tre o quattro giorni a Ginevra. Nel frattempo potremmo provare a sentire il mio altro amico, stacca Gioia, oppure Adamo – il veneziano che abbiamo conosciuto durante il viaggio, alla lista di luoghi del quale, oggi, vorremmo iniziare un po’ metter mano. Allora, fa Gioia sottoponendomi la cartina della metro. Comincerei con una passeggiata lungo il canale di St. Martin. Farei poi due passi per Belleville – quella di Pennac?, esatto, quella di Malaussene: uno dei posti più cazzuti di Parigi. Ma tu leggevi Pennac? No. Bene. Farei quindi un salto in rue St. Marthe che, vedi?, non è molto distante da lì e, guarda!, dice Gioia indicando le linee di diverso colore, ci ha segnalato anche Adamo. Proprio non ti orienti? No, faccio, sfilando gli occhiali da sole e infilando, quando ormai è troppo tardi, quelli da vista. Sulla metro affollata, appendendomi a una barra, sfioro una signora di bell’aspetto, sulla cinquantina, che sobbalza scusandosi con enfasi. Ho già notato questo sbracciarsi al minimo contatto. Immagino sia necessario, come immagino sia necessario il divieto di guardarsi. Dev’essere che mi sono disabituato ai mezzi, dico a Gioia, scherzando sul fatto che ieri sera, tornando, quando ho domandato a Cahier come i parigini chiamino gli abitanti della banlieue, per poco faceva un infarto. Ahò!, cazzo stai addì!, te sei impazzito? Certo che anche tu!, sorride Gioia. Te l’aveva detto anche Adamo, no? In quella zona è pieno di banlieussard! E’ il quartiere dei multiplex e dei megacinema blockbuster – quà nun ce mettono n’cazzo aaccortellàcce! Faccio un sospiro osservando due operai africani in salopet gialla, intenti ad affiggere manifesti sulle volte barilesche della metro, tappezzate di pubblicità. Gran parte riguarda spettacoli teatrali, musicali, cinematografici; e mostre, eventi, esposizioni, come quella che i due stanno fissando con le scope imbevute d’acqua e colla, su Rembrandt e il volto di Cristo. Dal canale di St. Martin che di mattina, più che lezzo e sporcizia – non era qui che Amelie veniva a cazzeggiare? – non offre gran ché, veniamo via dopo qualche minuto, diretti a Belleville il cui boulevard affollato, sulle prime, un po’ ci stordisce: più traffico, più chiasso, più afrori. Alzando lo sguardo si vedono parabole satellitari e finestre dai vetri rotti affiancate da davanzali fioriti e da stendini appesi ai balconi con la biancheria svolazzante. Prostitute di ogni etnia battono il marciapiede di tre metri in tre metri, talora mangiando un kebab o una tazza di riso, mentre papponi e pusher fumano e bevono confabulando con cuochi e improbabili camerieri sulle soglie di ristoranti asiatici, casolini nordafricani e minuscoli fast food ebraici, turchi, indiani. A un incrocio, affacciato su un piazzale asimmetrico e in leggera discesa, incontriamo il primo derelitto centro commerciale di questa vacanza. Grosse rose di vetro sfondato si susseguono lungo la vetrata che fiancheggia il viale, mentre dal ventre del supermarket emergono carrelli stracolmi che un gruppo di neri, in un gran strombazzare, spingono placidamente in mezzo alla strada. Prendiamo una laterale in salita e in pochi metri ci avvolge il silenzio. Sento persino gli uccellini cantare. La zona in cui si trova rue St. Marthe più che uno degli svariati villaggi di cui si compone Parigi, ricorda una borgata dall’aria ancora relativamente povera. La viuzza è una sequenza ininterrotta di mura screpolate, graffiti e atelier dai battenti di legno colorato a serrare le vetrate come portelli di vecchie cucine. Per qualche minuto, sulla via, ci siamo solo noi. Uno striscione rosso appeso a due balconi come un traguardo si oppone allo sgombero delle case con la scritta che Gioia traduce: rosticceria in lutto, no agli sgomberi. Rosticceria in lutto? Mh, fa lei un po’ perplessa. Come sarà venirci la sera?, faccio, guardando la lavagnetta esposta di un ristorantino sudamericano. Bello, immagino, anche se qui sembra davvero tutto chiuso, dice Gioia, pensosa, fissa con lo sguardo al traguardo, sfiorando con le dita i battenti colorati, mediterranei, di un atelier sul versante opposto della strada. Approdiamo alla piazza su cui si affacciano due bei caffè dall’aria costosa e ci perdiamo un po’ fra le viuzze che riconducono a valle con l’idea di fare un salto al quartiere di Pré St. Gervais, di cui un po’ colpisce l’impianto extraurbano, collinare, fin quasi montano, assai differente tuttavia da quello di Montmartre (assai più aguzzo e incasinato); Pré St Gervais è infatti caratterizzato da piccoli viali paralleli a livelli d’altezza differenti, diritti e tondeggianti, collegati ortogonalmente da stradine percorribili esclusivamente a piedi, sulle quali occhieggiano villette un po’ prealpine risalenti anche a più di un secolo fa, dietro le quali svettano palazzoni in truce cemento grigio, tipici delle periferie più o meno attrezzate di qualsiasi metropoli. Il contrasto, accentuato dal silenzio frusciante, contribuisce ad aumentare il quieto, piacevole spaesamento di cui si gode passeggiando, donando al luogo un tocco di immaginario, di fondale finto, quasi giocattolo. Il cemento che fa capolino sopra le sommità dei comignoli trova uno sfogo a valle nel grande, frequentatissimo parco di Buttes Chaumon, voluto dall’urbanista che, per conto di Napoleone Terzo, più di tutti ha segnato la città: il barone Haussmann. Entriamo da un cancelletto di servizio, percorrendo un sentiero stretto da piante fitte e profumatissime che diradano dopo una larga curva aprendosi su un crocevia dal quale, a valle, laddove un tempo c’erano cave estrattive onde la pietra dei palazzi parigini, si ammira il sinuoso lago artificiale. Scendiamo fino all’acqua, tanto bassa da incasinare i palmati sguazzanti, costretti a camminare più che a nuotare, quindi abbandoniamo le falde erbose popolate da carni d’ogni colore e spruzzini asciugamani creme pc portatili cestini da merenda, risaliamo la collina per percorrere il ponte oscillante che connette un’altura al boscoso meteorite con tempietto esoterico piantato al centro del parco. Torniamo giù e, ormai affamati, guadagniamo l’uscita. La Gruber e il panino che mangiamo in un piccolo bar, sotto le fronde dei platani di un viale tranquillo e renoirianamente maculato, mi sembrano le cose più buone assaggiate in questi tre giorni. Qui, mentre Gioia tenta di richiamare l’altro amico di stanza a Parigi mi cimento un po’ con il francese. Dù ver de bì y dù sanduìcz de zambòn. Pardon?, fa il cameriere, sorridente. Gioia alza gli occhi dal display, e ripete: due bicchieri di birra, possibilmente Leffe. Ah!, fa il cameriere. Ho capito. Non so se teniamo la Leffe, mademoiselle, ma se mi concede un istante, vado dentro a controllare. Desiderate anche qualcosa da mangiare? Due panini al prosciutto possibilmente senza burro, dice Gioia. Molto bene. Grazie, fa Gioia. Quindi, rivolta a me: non dù vèr, ma dé vehr! Dè ver. No! Dè vehr! E che cosa ho detto, scusa? Dè vehr, ripete Gioia, non dù, ma dè, e non ver, ma vehr! Y dè sanduicz! Y? E che cos’è? Una congiunzione: Y! Bì Y sans… Sanduich! Appunto, faccio. Gesù! Il cameriere torna. La Leffe è solamente in bottiglia, ma non è fresca e ce la sconsiglia. An bì dubl malt a la… psssst?, faccio imitando con il braccio qualcosa come un capostazione, o i capimacchina di Charlot in Tempi moderni. Lo scusi, sa. Cosa vuole farci. Quando ha fame si eccita. Tenete per caso una doppio malto alla spina? Oui, la Grubèr, dice il cameriere. Volete assaggiarla? Zartmòn! Sarebbe a dire? Certamente! Ah, bene. Benone! Lasciato il bar, dove assistiamo a un alterco fra un vecchietto con il bassotto e un automobilista che non si è fermato sulle strisce pedonali, quindi alla conversazione fra lo stesso vecchietto, il cameriere e due ragazzine in uscita dal bar, scendiamo fino al famosissimo cimitero di Père Lachaise nel quale ci perdiamo a ogni piè sospinto e dove infilo un’altra delle mie stratosferiche magre scambiando il genero di Marx per il meno famoso dei quattro maledetti di Verlaine. Lafargue?, fa Gioia. Certo. Sei sicuro?, tentenna Gioia, rispettosa. Ma certo, faccio, certo, indicando nel frattempo il catafalco sotto il quale riposano Eloisa e Abelardo. E dopo essermi avventurato in una colorita ricapitolazione della loro tragica relazione sulla quale io stesso non avrei scommesso mezzo euro ho il coraggio di esibirmi in una succinta ma non più scialba biografia del poeta inesistente, senza nemmeno rendermi conto di inventarla su due piedi. Stremati da ore di spericolate escursioni funerarie e fuoriusciti al rintocco della campana di chiusura, ci fermiamo al bar di fianco all’ingresso principale a bere un bicchier d’acqua e fare il punto in vista della serata. L’amico di Gioia non dà segno, così le suggerisco di contattare Adamo che, dopo un po’, ci propone di bere un bicchiere di vino in una cava, cioè un’enoteca, a Montmartre di cui già ci aveva raccontato e che non troviamo a causa mia: insolitamente sicuro del mio inesistente senso dell’orientamento, insisto infatti per prendere in mano la situazione e finisco dritto nell’unico posto che intendevamo evitare, la parte più inverosimile e tarocca di Montmartre. Siamo comunque in anticipo e quando Adamo richiama per confermarci, come aveva anticipato, ora e luogo dell’appuntamento, ci troviamo senza saperlo proprio nei pressi della cava. Beviamo un paio di bicchieri di ottimo rosso. Gli raccontiamo le cose che abbiamo visto in questi due o tre giorni, del fatto che oggi è il mio compleanno e che ci piacerebbe andare a cena dall’altra parte del colle, al caffè della Reinassance – quello di Tarantino. Verso le nove la cava chiude. Chi è dentro resta, chi vuole andarsene lo può fare soltanto attraverso una porticciola che immette in un cortile di pietra dal quale si riguadagna la strada, dopo una piccola gimcana, attraverso il portone d’ingresso di uno dei palazzi che lo chiudono. Ci incamminiamo, prendiamo nuovamente la metro e in due o tre fermate siamo a destinazione. È un quartiere africano, dice Adamo, tradendo forse un pizzico di preoccupazione. Eri mai stato da queste parti? Poche volte, dice. Non conosco bene la zona. Non è male, in ogni modo. Devo venirci a fare qualche passeggiata. Sono ormai le dieci di sera e il locale è gremito. Fuori non c’è un posto a pagarlo oro e anche all’interno c’è fa far coda. Il cameriere tuttavia ci viene incontro con sorriso traverso. Sembra riconoscerci. Gioia domanda se sia possibile mangiare. Ma certo. C’è proprio un posticino, dice. Datemi un attimo. Come ti sembra?, faccio. Bello, dice Adamo. Certamente ben tenuto. E il quartiere, davvero, non è male. Sono contento di averci fatto un salto. Poi, guardandosi intorno, sorride, e aggiunge: anche se noi lo chiameremmo forse un posto un po’ bobò. Bobò? Bourgeois Bohémien, fa lui. In effetti…, dice Gioia. Capigliature, giubbotti, bracciali, collanine, safi. Bottiglie di vino rosso sfuso. Bicchieri caserecci. E dentro, un piccolo dj set. Tutti che fumano e bevono. Come idrovore. Ma niente paura. È o non è il mio compleanno?, mi dico, tastando i due piccoli sigari acquistati all’insaputa di Gioia per l’occasione. Il cameriere ci fa accomodare nell’unico posto libero. Che storia!, faccio. È proprio il posto in cui ci siamo seduti ieri. Il posto di Shosanna! Il cameriere, molto in linea con la popolazione del locale, soltanto di qualche anno più vecchio, sposta una sedia di fianco al nostro tavolo e con un gesto circense ci sbatte la lavagnetta con il menù. A voi, signori, dice. Ha un sorriso un po’ beffardo o sbaglio?, faccio. Solo un po’, sorride Adamo. Hai idea di che cosa ordinare? Pollo e purè. Tu? Anch’io, credo, dice Gioia. Allora mi associo, faccio. Riecco il cameriere. Lasciamo ordinare ad Adamo. Vino rosso, della casa. Verdure cotte, di contorno, per tutti tre. Chissà come mai, faccio. Cosa?, dice Gioia. Ho la netta impressione che i tipi seduti alla tavolata a fianco stiano sghignazzando. Cosa vuoi dire?, ripete Adamo. Non lo so. Ho come l’impressione che questo in cui siamo seduti sia un po’ il posto dei coglioni. Ah si? Il locale è strapieno. Eppure questo posto era libero. Proprio questo. Adamo, ora, ride di gusto. Lasciato libero, vuoi dire? Siam proprio turisti, eh?, faccio un po’ scoraggiato. Ma no, dice lui. Gioia, per lo meno, no! Sembra una parigina. Te lo diranno tutti, no? E ti diranno tutti che assomigli a Valentina. E a Louise Brooks. E io invece? Tu sei un po’ più esploso, ecco. E aspetta che cominci con il francese!, ride Gioia. Parli anche francese? Mah, faccio. No. Ogni tanto però ci prova. Tempo due bicchieri e vedrai! Cazzo hanno da ridere, anche quelli, dico, facendo un cenno alla tavolata alle spalle di Adamo. Non c’è dubbio. E’ il posto dei cretini, dice Adamo. Non resta che da capire perché, dice, mentre sento aleggiare sulla mia triste cocuzza il fantasma di Amelie Nothomb. Te lo dico io, perché, sghignazza Gioia, raccontando la solita scena di Inglorious Basterds. Non l’avrei mica riconosciuto, sai, il posto, ammette Adamo, versando il secondo bicchiere. A me quel film è piaciuto poco. Come quello precedente, del resto. Mi sono sembrati un po’ come dire?, tirati per i capelli. No!, esplode Gioia. Starai mica scherzando, vero? Tirati per i capelli? Tirati per i capelli i film di Tarantino? In ogni modo, dice Adamo, cretini per cretini, tanto vale brindare! Alla vostra salute! Alla tua! Alla nostra! E buon compleanno!

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2 Risposte to “parigi, mercoledì”

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  2. Umberto said

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    Casadei Umberto
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