parigi, giovedì

18 giugno 2011

Sei ancora incazzata, eh? Hai deciso dove vuoi andare?, risponde Gioia. È ancora incazzata. Per via dei sigari di ieri sera. Il fatto è che sono un bugiardo. E un debole. E un vigliacco. Dopo il primo onirico mese sono crollato come un castelluzzo di carte e non ho avuto lontanamente il coraggio di confessare.

Quanti malumori stupidi in questi ultimi tempi solo perché avrei voluto fumare. Dirle almeno che non avevo smesso. Litigare anche, certo – la morte è cosa mia! Invece mi nascondevo dietro palate di Vigorsol e patetici rametti di liquirizia (che comunque aiutano). Una crisi di panico. Alla cassa del supermarket. Una mattina di gennaio, neanche tanto tardi. Un furore. Dietro la cassa c’era il giornalaio con i tabacchi. Mi ci sono scaraventato dentro. Ho acquistato una scatoletta di piccoli sigari simili a quelli che vedevo fumare dal chitarrista del gruppo con cui facevo le prove, e sono uscito nella pioggerella che avevo il fiatone. Ho domandato fuoco a una signora che indossava jeans a vita bassa e fumava Marlboro rosse, ma non ho aspirato accendendo. Incredibile lucidità tossica. Mica aspiro. Appoggio i sacchetti per terra ed estraggo una  delle due lattine di birra acquistate per la sera, che avrei trascorso con Gioia. Ne trangugio mezza, quasi, in una sola sorsata. Poi dò un gran tiro. Apro la bocca. Vedo il fiotto di fumo liberarsi sulla punta del naso e lo faccio sparire: bum! Non ne ricordavo più l’insulto, la botta sui polmoni, la testa che frigge. Tanto che faccio il pensiero: è proprio droga, cazzo! La prima sigaretta che ho veramente aspirato l’ho fumata a sedici anni, all’inizio dell’estate della seconda superiore. Avevo trovato un pacchetto di Merit schiacciato, tutto appiattito, ma ancora perfettamente sigillato, proprio sulla linea di mezzeria del ponte della Sacra Famiglia tornando con la bicicletta verso Prato della Valle. Non avevo morose. Ero vergine. Ero innocente. Ero un coglione. Quelle Merit durarono più o meno una settimana, ma durante l’estate fumai solo saltuariamente, spesso al mentolo – ricordo le Pack e le più costose St. Moritz – comunque roba leggera. Per questo motivo, probabilmente, non ricordavo il botto. Ciò malgrado con il cippo del primo accendo il secondo sigaretto. E meditando di buttare via tutto, per sempre, faccio lo stesso con il terzo, fumandolo tanto avidamente che mi vien quasi da vomitare. Butto via tutto, in effetti – lì, su due piedi, sotto gli occhi della signora dai jeans a vita bassa. Stop!, le dico. Fine. Non fumo più. Bravo!, mi fa lei. Grazie!, le faccio io. Così si fa!, dice. Esatto!, faccio. Ride. Scappo. Vedremo fra qualche anno chi ride. Convintissimo. Ma la settimana seguente sempre al supermercato benché non nello stesso supermercato, non di mattina e nemmeno con il brutto tempo, succede una cosa in tutto e per tutto analoga. E qualche giorno più tardi, poco prima di una rognosa riunione condominiale, mi lascio sopraffare di nuovo. E’ l’inizio della fine. Poiché non voglio fumare in casa né in luoghi chiusi (temo che si impregnino ambienti e vestiti) sono costretto a peregrinazioni tabagiste che mi fanno perdere un sacco di tempo. Fumo un sigaro, mezzo sigaro, addirittura l’accendo soltanto. Preso da rabbia e da atroci sensi di colpa, butto via tutto. Non posso continuare così. Compro e butto, ricompro e ributto. Spendo troppo. Mi ritiro a fumare sull’argine e vengo abbordato da un vecchio. Cosa ci fai qui, giovane? Fumo. Ma non sai che il fumo fa male? Eccome. Fuma il mio sigaro, allora, che non fa male a nessuno! Basta argine. Tento di irregimentare la cosa. Fumo esclusivamente in automobile, con i finestrini abbassati. Così c’è aria, non m’impregno. Vado avanti due mesi. Fumando assai poco, ma fumando. I sigari. Di nascosto. Avrei voluto nascondere i sigari sull’argine. Ma c’era il vecchio – ancora qui, bel culetto? Allora ho nascosto i sigari da mia madre. Ma mi sentivo una merda perché mi sembrava di andarla a trovare soltanto per fumare. Così ho nascosto i sigari al lavoro. Dentro alle scarpe antinfortunistiche, che tenevo sopra l’armadio in spogliatoio. Sembrava funzionare. Fumavo un sigaro. Due sigari al massimo. A volte non ne fumavo alcuno. Non ero ancora stato scoperto, insomma, quando dissi che mi sarebbe piaciuto, a Parigi, il giorno del mio compleanno, fumare un sigaro. Va bene, aveva detto Gioia. Cosa sarà mai un sigaro? Son cinque mesi ormai che non fumi più. Parigi varrà ben un sigaro. Ma poi mi ero fatto scoprire e quasi non andavamo più a Parigi. Allora dissi: andiamo a Parigi, vedrai che non fumando per una settimana smetterò completamente. Ovviamente, del sigaro del compleanno non parlai più. Per questo, sebbene in presenza di Adamo Gioia abbia fatto buon viso a cattivo gioco, quando ha visto il sigaro, ieri sera, si è arrabbiata. Adamo, pur mangiando la foglia, si è comportato da signore, abilissimo a tenere il filo del discorso fino a fine serata, senza rinunciare alle sue Marlboro e al suo Calvados. Sembrava quasi la rabbia le fosse passata, quando, arrivati in albergo, ha iniziato a dirmi quel che doveva, ma la giornata era stata lunghissima e il sonno ha prevalso. Ora però siamo freschi. Sarebbe un peccato metterci a litigare. Hai deciso dove vuoi andare? Sì, certo, le rispondo, mentre ci incamminiamo. Ho deciso dove voglio andare. Voglio andare dove ieri dicevamo che oggi saremmo andati. Anzitutto al piccolo museo romantico dedicato a George Sand e a Chopin. Quindi al museo dell’abitazione di Gustave Moreau, il pittore simbolista. Poi facciamo un salto all’Opera e da lì, se ti va, potremmo far visita a due o tre passages famosi che dal piazzale dell’Opera dovrebbero essere tranquillamente raggiungibili a piedi. Va bene, dice Gioia. Niente pan au chocolat, però. Tiriamo dritto. Solo il caffè, presso la metro. Come mi accade di frequente quando c’è qualcosa che a causa mia non va, tentando di mettere insieme giustificazioni e scuse, cado preda di una distrazione insulsa. Immagini e frasi mi si liquefanno in testa lasciando posto a calembours e motivetti musicali. Quando riguadagnamo l’aria aperta l’umore sembra comunque essersi assestato. Anche oggi è una ventilata giornata di sole e il piccolo museo romantico a ingresso gratuito, fatta salva l’ala dedicata a Chopin – il più illustre fra gli ospiti di quello che fu uno dei salotti meglio frequentati della capitale – è situato ai margini di una tranquilla via di businnes-schools, uffici, attività commerciali. Vi si fa ingresso attraverso un camminamento stretto fra le mura alberate di due cortili adiacenti. Il custode, al check point, fatta sollevare la barra bianca e rossa, invita a entrare in un giardino chiuso dalla linda facciata neoclassica dell’abitazione alla destra della quale, sotto fresche fronde d’albero, in quella che un tempo poteva essere una serra e ora è una rivendita di te, caffè e dolciumi, un variopinto gruppo di visitatori fa colazione. La casa, ai piedi di Montmartre, fra calchi della mano di Chopin e documenti autografi di George Sand, si visita in poco più di mezz’ora. Ci si aggira senza troppa confusione fra suppellettili, ninnoli, gioielli, quadri, arazzi e varia tappezzeria, accompagnati da note volatili di sonate celeberrime. L’impressione che ne ricavo, un po’ strana, è legata alla piccolezza della stanze in relazione alla grandezza dei personaggi in esse evocati. La mano di Chopin mi sembra piccola, così come mi appare piccolo il piano a coda di fianco al caminetto – piccolo pure lui, come la specie di sezione di vasca da bagno del divanetto, e le sedie e le poltrone. Più piccolo di cosa?, mi domanda Gioia. Non saprei, faccio. Mi chiedo se questo senso di miniaturizzazione dipenda dall’effetto invernale, ovattato, un po’ soffocante che le tende spessissime alle alte finestre, per tacer dei busti sopra i tripodi tondi dai piedi leonini, gli scrigni disseminati, le statuine classiche in bronzo o in marmo e via discorrendo, conferiscono al luogo; mi rendo conto del resto che tutto ciò che vedo e in cui mi muovo non è troppo piccolo, ma soltanto un po’ più piccolo di come osservando l’edificio dall’esterno me lo sarei aspettato. Non è opprimente, tuttavia, dice Gioia. Quest’abitazione, dice, mi fa pensare a una seconda casa. Una casa dove si viene di tanto in tanto. Un posto dove ci si dà convegno. I soffitti alti, forse; il tipo di mobilio e la sua disposizione. Nonostante sia piccola c’è comunque qualcosa che allarga lo spazio, che crea distanza. Intimo e al tempo stesso, un po’… diplomatico. Niente parentado nei dintorni, voglio dire. A me sembra fatta per starci in piedi, osservo. Anche quando si è seduti. Hai presente? Il genietto al piano, che improvvisa, e il pubblico, rapito, estatico, sull’attenti. In pè!, sorride una Gioia napoleon-jannacciana. Il calco della mano che torno a guardare – una mano affusolata, femminile, dalle dita non particolarmente lunghe, persino sensuale – è la mano di un ragazzo di prima superiore. E i gioielli della scrittrice – pochi, visto che amava andar vestita pressoché da brigante – disposti uno di fianco all’altro, restituiscono le proporzioni di un corpo un po’ più piccolo – di?, mi domanda Gioia, non so!, immagino di come ritengo debbano essere i corpi delle persone illustri! Quando facciamo visita all’altra casa-museo della vacanza, quella del pittore simbolista Gustave Moreau, il senso di congestione assume proporzioni tanto più inquietanti quanto più comprendiamo che la dimora è stata voluta, vissuta e lasciata così come la stiamo ammirando; fra volatili impagliati in campane di vetro, arbusti giapponesi traboccanti chincaglieria, porcellane dipinte, stoviglie, vasellame, cristallerie policrome, smalti fioriti, cucù d’ogni genere e, ovviamente, quadri, disegni, piccole sculture e fotografie, c’è qualcosa di febbroso, mi vien da pensare, che sfinisce ed è probabilmente connesso con il valore eminentemente affettivo della miriade di oggetti d’arte presenti, come per tutta la vita, giorno dopo giorno, il pittore abbia tentato di incorporare e nobilitare passato, ricordi, singoli attimi di tempo attraverso oggetti scelti, belle cose terrene. Effetto e affetto a braccetto, insomma. L’occhio di Gioia, frattanto, è attratto da fotografie, che a me, preso da suddette cazzate e da un principio di mal di testa, erano passate inosservate. E’ straordinario, dice, che un tipo così, che dipinge così, in una casa così, fosse interessato alla fotografia. Perché? Meno di due decenni prima uno come Baudelaire aveva bollato la fotografia come roba per buzzurri, dice, indicandomi, sopra il minuscolo letto all’angolo della camera, un ritratto della madre del pittore e di fianco il suo corrispettivo fotografico. In effetti è strano, borbotto. Specie se pensi che a differenza di un coetaneo come Gustave Courbet, convinto che non si potesse dipingere che ciò che si vede, Moreau affermava di credere soltanto a ciò che non si vede e, di conseguenza, unicamente a ciò che si sente. Davvero? Sì – o almeno credo. Devo averlo sentito lo scorso inverno in un documentario di Daverio sui cosiddetti pittori dell’immaginario. Philippe Daverio, il critico leghista? Proprio lui. Però!, sussurra Gioia, avvicinando il naso a un ritratto fotografico del pittore. Le stanze più esposte, penso, tornando sulla scala che dall’androne del palazzo conduce all’abitazione, ricordano l’anticamera del dentista da cui andavo da bambino, in campagna, che esercitava in uno studio ricavato da un salotto e che faceva attendere in un ingresso ammobiliato dal quale si intravvedeva un’ampia, vecchia cucina. Nelle stanze più interne, invece, l’elemento pubblico, diplomatico, “in piedi”, che nella palazzina romantica resisteva stoicamente, lascia il posto a una specie di languido epicureismo intimista; e se in quella le cose sembravano darsi fra loro del voi, in questa dialogano in un idioma vischioso e bisbigliante che un po’ turba l’estraneo. Tutto cambia, però, salendo ai piani più alti. Pensati dal pittore come vero e proprio museo, illuminati da grandi finestre, colmi di quadri di ragguardevoli proporzioni, i saloni del sottotetto mostrano l’instancabile, preziosa e assai apprezzata attività del pittore. Se questo era l’atelier, il luogo in cui l’artista congedava il mondo per darsi alla creazione, ebbene, si tratta del meno raccolto dei luoghi immaginabili – una piazza, praticamente. Vi trovo differenti tele che quando avevo poco più di vent’anni mi incuriosivano oltremodo e sebbene, passandole in rassegna, sia oggi maggiormente attratto dai tantissimi studi, dagli stadi intermedi, dai progetti sperimentali o apparentemente abbandonati in cui campiture, masse di colore, buttate convulse d’oli lottano con disegni e graffiti sovra e sottostanti, non trovo “posa”, nel complesso, in mezzo a tante maniacali raffigurazioni-gioiello, decorazioni minutamente materiche, fra i corpi androgini inevitabilmente in posa di queste tele. Usciamo da casa Moreau con gli occhi fin troppo pieni, desiderosi d’aria, movimento, confusione. Abbiamo fame. Lungo la via, in buona pendenza, non sembrano esserci baretti a buon mercato, ma soltanto locali relativamente lussuosi e impersonali, da insalatina biologica e vino costoso. Ci accontentiamo. Mangiamo una baguette al prosciutto a metà e chiacchierando di tappeti, cortine, parati, tolette, specchiere, oltre che ancora della piccolezza dei letti – mi aspettavo piazze d’armi, dice Gioia, invece hai visto?, piccolissimi, bamboleschi – beviamo lentamente la solita corroborante Leffe. E’ ormai primo pomeriggio quando arriviamo al piazzale dell’Opera e il sole batte su cappotte parabrezza e portiere. Grande traffico, asfalto, transenne, blocchi di cemento, lavori in corso, masse accaldate che attraversano il piazzale ai quattro angoli, in una direzione e nell’altra. Ci teniamo per mano sgusciando fra la gente, spalle alla scalinata trionfale dell’ingresso, girando l’angolo dell’edificio il cui fianco massiccio è in ombra. Questo è un luogo di culto, per Gioia, avendo fatto tanti anni di danza; ma lo è un po’ anche per me, da quando a Venezia ho visto La Danse di Frederick Wiseman, un documentario fra più incantevoli degli ultimi anni che, prendendo come pretesto la produzione di un numero di balletti e come misura del tempo l’arco di una giornata, ne illustra con poetica discrezione e mirabile completezza, dall’alba alla notte, le molteplici attività. Non è possibile entrare, naturalmente. Fervono preparativi di almeno due o tre spettacoli e bisognerebbe possedere come minimo un pass. Rimaniamo qualche minuto a osservare dalle barre di una cancellata gruppi di ragazzi che chiacchierano seduti su panche di ferro davanti all’ingresso per il personale, oppure, più vicino a noi, presso un parcheggio per biciclette e motorini. Chiacchierano e scherzano. Molti sono in tuta. Altri sono vestiti come studenti di facoltà umanistiche – jeans sdruciti, foulard, tascapane penzolanti. Si tratta di ballerini. A pochi metri dal cancello, proseguendo lungo il muro, le finestre di un corridoio grigio, vagamente ambulatoriale, lasciano intravvedere un viavai che a giudicare dalle divise di un paio di inservienti deve trovarsi nei pressi di una mensa. All’interno dello stabile, a disposizione dei ballerini e di coloro che vi lavorano, c’è anche un caffè, un posto in cui andare dopo le prove a fare due chiacchiere, leggere un libro, mangiare e bere qualcosa. Nel documentario, in effetti, gli ultimi ballerini uscivano tardi, quando già il traffico del dopo cena era rifluito. Il modo di incamminarsi, tirando sulle spalle lo zaino, stringendo la sciarpa, inforcando i pedali di una bici, ricordava quello di studenti delle scuole serali. Alziamo lo sguardo cercando di capire dove possano essere le tante piccole sale prova che abbiamo visto nel documentario. Molte sembravano ricavate da soffitte o sottotetti. Avevano finestre circolari, soffitti bassi, pareti un po’ arrotondate, e venivano utilizzate da due o tre persone al massimo; spesso dal coreografo con la singola étoile o con una coppia di ballerini. Io non mi raccapezzo: le salette, dico, non possono essere in questo edificio. È troppo massiccio. E poi non mi pareva questa la strada in cui uscivano i ballerini. C’è troppo casino! Gioia sembra capirci qualcosa in più e in alto, all’incrocio fra due sfaccettature dell’edificio – due enormi armadi secondo impero – scova in effetti alcuni oblò. Dici? Ma sì, saranno quelle. E sopra, sul tetto, ricordi, il custode? Come no! Con le arnie, le api, lo scafandro, l’insufflatore di fumo, i favi per il miele! Mi farei un’altra Leffe, dico. Intanto portiamoci dalle parti dei passages, dice Gioia. Quando siamo lì, vediamo se è il caso. Mal che vada troviamo un baretto. Non saremmo potuti cader meglio, per stuzzicar gli appetiti. Il primo passage è un tripudio di ristoranti d’ogni specie, nazionalità, pretesa, follemente gremito, malgrado siano già ormai le tre, di persone asserragliate intono a tavolini – come diavolo facciano ad armeggiare è un mistero – alle spalle dei quali si intravedono le sale interne. Alcune sono piccole, altre sono minuscole, altre ancora sono veramente lillipuziane. Mi colpisce in particolare un cinese lussuoso, buio come un baratro per pippistrelli, con due tavolini neri per parte illuminati da fiammelle di cera rossa, seggiole nere, pareti coperte di velluto nero abbellito da dragoneschi motivi argentei, dorati, verderame. Subito dopo, altrettanto microscopico, un ristorante antillano, protetto ai lati da piccole vele volutamente sbrindellate, i cui tavolini interni, poggiando su un modesto soppalco, fanno pensare al ponte di coperta di un galeone. Molte persone stanno ancora mangiando, oppure ordinando, oppure curiosando fra menù e liste dei prezzi, o ancora, semplicemente, cercando un posto a sedere. Rumore di risacca, fogliame, scalpiccio. D’un tratto fra un ristorante e l’altro si scorgono portoncini che spesso conducono agli appartamenti dei due o più palazzi uniti dalle tettoie trasparenti del passage, e altre volte invece conducono ai negozi, o alle parti di negozi, del primo piano. Lungo un pannello di legno recante la scritta “museo Grevin” in caratteri dorati, si apre un uscio mimetizzato dal quale sbuca, armata di secchio e ramazza, un’anziana signora cinese. Un raggio di sole bianco illumina i gradini di pietra di un ponte a cielo aperto sul quale si affacciano portoncini, funi da bucato e balconi fioriti, dalle vecchie imposte di legno giallino. Poco più avanti Gioia decide di entrare in una porta lasciata socchiusa. Saliamo una scala attorcigliata dal passamano ondeggiante, decò, fino al primo pianerottolo. Una porta a vetri lascia sbirciare l’umbratile interno di un ufficio d’investigazioni private (c’è odor di vapore, di ferro da stiro), ancora vuoto, probabilmente per un prolungamento della pausa pranzo. Sentiamo aprire una porta al piano di sotto e ci affrettiamo a scendere. La signora che sale le scale ci saluta senza far troppo caso alle nostre facce. Buongiorno, dice. Buonasera, rispondo. La signora si ferma un istante. Buongiorno, ripete, con un sorriso affabile. Buongiorno!, dice Gioia, passandomi a fianco. Bonjour, bonjour!, insiste quella, allontanandosi. Ma ce l’ha con me? Chi? Quella là! Perché scusa? Bonjù, bonjù! E allora? Sono le tre e mezzo. Anche tu dici buongiorno?, domando. In che senso, scusa? Nel senso che sono le tre e mezzo. E allora? Tu dici buongiorno, alle tre e mezzo? Certo. Tu no? Io dico buonasera. Ma sono solo le tre e mezzo. Ho capito che sono le tre e mezzo. Te l’ho appena detto. Sono appunto le tre e mezzo. E in Italia alle tre e mezzo diciamo buonasera. Ah sì? Sì! Diciamo buonasera anche alle tre, se è per questo. Per non dir delle due e mezzo, delle due, e talvolta anche dell’una e mezzo. L’una e mezzo? Certo. Per anni ho sentito mia madre dire buonasera all’una e mezzo. Tua madre? Mia madre, mia madre. Quando tornavamo da scuola e passavamo a prendere il pane dal casolino all’angolo della strada mia madre diceva sempre: buonasera, arrivederci!, diceva così, ed era l’una e mezzo, l’una e tre quarti al massimo. Qui però siamo in Francia e fino a prova contraria quella non è tua madre; evidentemente in Francia le donne un po’ più giovani di tua madre dicono buongiorno anche alle tre e mezzo. Insomma da queste parti per strano possa sembrarti si usa dire buongiorno dalla mattina alla sera: che vuoi farci? E quando comincerebbe la sera? Quando finisce il pomeriggio, no? Quindi il pomeriggio sarebbe giorno? Perché, scusa?, secondo te il pomeriggio è sera? No, ma è gemellato alla sera, cioè formalmente il pomeriggio è più sera che giorno. Sarà. Qui in ogni modo sembra proprio di no. Fattene una ragione. All’uscita dell’ultimo dei tre passages ci imbattiamo in un chiassoso capannello di persone. Si tratta dell’ingresso al museo Grevin, il famoso museo barocco-ottocentesco delle cere, di cui, poco prima, avevamo intravisto le retrovie. Ci sono tanti bambini. Sembrano eccitatissimi e gli adulti, forse degli insegnanti, faticano a tenerli in fila durante l’attesa. E pensare che un tempo le figure di cera erano horror, faccio, roba funebre, da cripta; roba perversa, anche, tipo nel seicento, con innesti d’unghie, capelli, denti. Di morti, naturalmente. Gente importante. Grandi casate. Nelle grandi casate i dementi del resto non sono mai scarseggiati. Assumevano ceroplasti quando un loro caro se ne andava e se ne facevano fare una copia più vera del vero alla vista della quale, c’è da giurarci, andavano regolarmente in para. Ma come museo, come esposizione, cioè come fenomeno commerciale di intrattenimento completamente profano, la cera si è imposta dalla seconda metà del settecento fino alla fine dell’ottocento – sai, fatti di cronaca, scene delittuose, efferatezze. Niente di paragonabile però con la potenza di un Gaetano Zummo. Zummo? Mai sentito? Potentissimo! Mandava fuori di testa persino Sade. Minchia! Sade ne parla in Juliette. Hai presente Juliette? Sì, è sorella di Justine. Quella delle disavventure della virtù. Esatto! Fu Sade, in Juliette, a riscoprirlo. L’impressione che si ricavava dalla visione dei suoi teatrini, scriveva Sade, era tale che i sensi parevano darsi l’allarme a vicenda – e se lo dice il Marchese, tesoro, ci puoi scommettere! Ho visto un bel documentario di Philippe Daverio, quest’inverno, sulla funzione del macabro nel barocco internazionale. Spiegava molto bene come la chiesa strumentalizzasse il macabro a fini di edificazione facilitando un certo qual stuzzicabondo compiacimento, nel gusto dell’epoca, per l’orripilante in genere. Ma Zummo… Zummo era fuori. Era oltre. E benché i suoi teatrini della peste avessero avuto un discreto successo ci voleva la proverbiale delicatezza di Sade, per tirarlo fuori dal dimenticatoio. Con la modernità, però, le cose cambiano. Le figure diventano a grandezza naturale. L’argomento delle rappresentazioni si laicizza. La collezione di Madame Tussaud per esempio esordì con le teste dei ghigliottinati della Rivoluzione francese… Ma non si trovava a Londra, Madame Tussaud? Sì, certo, faccio. Il museo Grevin è meno importante, in effetti, sebbene abbia il suo bel secolo e mezzo di storia; comunque adesso qui dentro ci trovi Michael Jackson o Madonna – e neanche tanto somiglianti. Oppure Sarkozy, dice Gioia mentre attraversiamo la strada. Ci troviamo in una zona di boulevard trafficatissimi, piena di magazzini famosi, grandi negozi, boutiques, insegne pompose. Molte signore e molti signori che vediamo entrare e uscire dalle boutiques – personaggi da barboncino, bocchino, giacche a righine, papillon – starebbero altrettanto bene al museo Grevin (come Daverio, a pensarci, colorito com’è). Meglio la nuova Cinémathèque française che si trova a Bercy, in una zona nuova e modernissima di Parigi. Vi dovrebbe sorgere anche la Biblioteca nazionale, faccio. Probabilmente la più grande biblioteca del mondo. E come lo sai?, domanda Gioia, un po’ stanca, passeggiando attorno al divertente palazzo concepito da Frank Gehry per la nuova sede della Cinémathèque. Mah, faccio. Non so. Devo aver visto un altro documentario di Philippe Daverio. Facendo la fila nel controluce sfrangiato due ragazzi dinoccolati e una ragazza bionda scherzano e amoreggiano. Spettinati, con magliette gualcite e prive di scritte, sigarette tirate sull’erbetta e tessere per l’ingresso a prezzo ridotto nei cinema della città (nonostante lo scetticismo di Gioia nei confronti della finto-sbarazzina bobò), mi sembrano bellissimi. Vanno a vedere la mostra dedicata a Kubrik mentre noi, malgrado Padova ospiti la collezione Minici Zotti, il più importante istituto in materia di pre-cinema, decidiamo per ragioni di tempo di visitarne soltanto il museo dedicato appunto, in larga parte, alle origini del cinema. Gioia, naturalmente, fa da Cicerone: il suo insegnante, Gian Piero Brunetta, ha scritto in merito uno dei libri più importanti, pionieristici ed esaustivi: Il viaggio dell’icononauta – Dalla camera oscura di Leonardo alla luce dei Lumiere. Fra abiti di scena, congegni per muovere immagini, lanterne magiche, vetrini colorati, illustrazioni pubblicitarie d’epoca, manifesti e naturalmente spezzoni di film interviste documenti d’ogni sorta, mi racconta aneddoti intorno alla figura di Henri Langlois, mitico direttore dell’istituto e personaggio centrale del ’68 francese, il cui bel viso pacioso appare in tantissime foto, circondato da quello di registi attori e intellettuali celeberrimi. Quando usciamo la luce obliqua del pomeriggio inizia a dorarsi. Saliamo un’imponente scalinata di pietra bianca intervallata verticalmente da dotti culminanti in piccole vasche a forma di mangiatoia dove un vecchio hippie sta facendo fare il bagno al suo pastore tedesco; ci portiamo su un lunghissimo ponte ondulato in legno chiaro che sorvola la Senna schiudendo una prospettiva di grattacieli ravvicinati lateralmente, bassi invece in lontananza, dove lo sguardo, oltre vasta piattaforma rialzata dalla quale spiccano le torri della biblioteca, decolla liberamente. Fatichiamo tuttavia a trovarne l’ingresso. Entriamo prima in un grande multisala commerciale nella cui videoteca Gioia traffica con una quantità di DVD, monografie, collezioni in Italia, tanto per cambiare, introvabili. Ci fermiamo poi sul margine della piattaforma “lanciasguardo” ad ammirare certi palazzi di vetro a destinazione abitativa, i cui pannelli orizzontalmente scorrevoli, ornati da decalcomanie di piante d’aspetto tropicale, costituiscono l’elemento portante. Riusciamo a trovare l’ingresso della biblioteca – una scala mobile che dal piano rialzato della piattaforma ci porta al livello della Senna, di fronte a una specie di boschetto chiuso ai quattro lati dalle vetrate antistanti le sale lettura – e controllati i bagagli al check-in, attraversato quindi un salone aerospaziale, prendiamo un ascensore che conduce alle entrate sbarrate di differenti dipartimenti; non ci è concesso l’ingresso nelle sale di lettura, ne possiamo soltanto sbirciare dall’esterno l’enormità quieta, modulare, ramata. Non c’entra molto forse, ma la luce trascolorante di sole e lampade da tavolo che regna in queste sale silenziose, monitorate, piene di pensiero, mi ricorda quella dei piani a contatto col cielo della metropoli di Blade Runner. Quasi tutti gli studenti hanno ormai abbandonato le postazioni e fra pochi minuti verrà dato il segnale di chiusura. Torniamo quindi al pianterreno e passeggiamo lungo il corridoio quadrangolare lambito dagli alberi del bosco interno, un po’ intontiti dalla grandiosità extraterrestre di un tempio che metro dopo metro, da italiani, ci appare quasi impensabile. Tornati sulla piattaforma sediamo su dei gradini guardando il tramonto sulla turrita banlieue che dilaga oltre Bercy. L’amico di Gioia, a Parigi da qualche mese per uno stage annuale, non ha risposto ai messaggi quindi stasera ceniamo per conto nostro. Gioia si fa consegnare la guida. Scorre l’elenco dei luoghi segnalatici in treno, domenica notte, da Adamo. Decidiamo di recarci al Barav, un’enoteca con cantina per tutte le tasche fornita da aziende vinicole di piccola e piccolissima dimensione. Si trova in una viuzza fra Temple e Republique, non molto vicino a dove siamo ora. Scendiamo alla bella uscita liberty di Temple e dall’alberata direttrice, all’altezza della facciata seicentesca della chiesa di Santa Elisabetta, svoltiamo in una strada più tranquilla che immette in un quadrante di piccole vie silenziose in cui nonostante le auto i motorini e le bici parcheggiate non sembra muoversi foglia. E’ bellissimo!, faccio a Gioia, ferma davanti alla piccola vetrina di una libreria specializzata, si direbbe, in design e arti visive. Mi viene in mente l’andatura di Adamo, il leggero sorriso che ne affila un po’ il viso donandogli qualcosa di fuggente e al tempo stesso malinconico. C’ha proprio l’occhio clinico, eh?, faccio, riprendendo a camminare. Me lo sentivo che finivamo in una figata di posto! Lo sai, dice Gioia, mentre passiamo davanti a tavolini ingentiliti da lumicini rossi, lo sai che ho l’impressione di esserci già passata di qui? Guarda quelle tettoie sforacchiate, mi dice alzando il dito contro il cielo profondo, lapislazzulo. Qualche anno fa se non mi inganno doveva esserci un mercato del pesce. Vecchissimo. Tutto rotto. Magnifico. Svoltiamo in una viuzza scura, stretta e angolata, con un non so che di fondaco – singolare per Parigi. Un ragazzo, in alto, al quarto o al quinto piano di un palazzo spoglio dalle finestre alte e prive di tapparelle, sistema la biancheria su fili sporgenti. Svoltiamo ancora e siamo a destinazione. Il locale è pieno di gente, sia fuori che dentro. Facciamo come ci ha consigliato Adamo. Puntiamo dritti alla “cava”, cioè la cantina, che ha un’entrata autonoma, di fianco a quella del locale, dov’è in corso una luculliana degustazione. Scegliamo una bottiglia. Ci viene in aiuto la maître, una bella ragazza nera, domandando che tipo di vino vorremmo assaggiare e quanto intendiamo spendere. Ci consiglia un rosso vellutato, non troppo impegnativo, leggermente fruttato. Con la bottiglia e cinque euro aggiuntivi dovremmo aver diritto a un posto a sedere, ma il locale è al completo. Uno dei ragazzi ci fa sedere momentaneamente all’angolo di una delle tavolate di legno. E’ prenotata, ma i clienti, dice, dovrebbero arrivare soltanto intorno alle nove e mezzo. Per quell’ora un altro posto, dentro o fuori, si sarà liberato. Avete fame?, domanda, svitando il cavatappi e versando un dito di vino. Gioia mi fa un cenno. Prendo il bicchiere, annuso, ingollo. Ordiniamo un tagliere di charcuterie e fromages – accompagnati da un lauto cesto di pane e arricchiti da sbuffi di marmellata e uva passa. Attacchiamo con tanto entusiasmo che quando arrivano quelli della prenotazione e ci spostiamo in un angolino presso la porta del bagno, sotto una carta enogeografica della Francia, la prima bottiglia è praticamente agli sgoccioli. Non mi sembra affatto di essere sbronzo. Neanche un po’. Eppure, convinto si tratti di persone che stanno per alzarsi, sedendo al nuovo posto, saluto me stesso riflesso allo specchio che copre l’intera parete di fondo. Altra bottiglia?, fa Gioia. Davvero? Siamo o non siamo in vacanza?, dice, buttando giù l’ultimo goccio. E direi anche un altro tagliere… Straordinario!, faccio mentre d’un tratto mi accorgo del chiasso in cui siamo immersi. Gioia gufa, incassando la testa fra le spalle. Siam tutti ubriachi qui dentro, dico. Senti che roba! Se ti incuriosisce un altro vino, fa Gioia, con buffa noncuranza, non farti scrupolo, sperimenta pure. Macché altro vino! Vado, tu intanto provvedi alla vettovaglia! Quando, con la seconda bottiglia, esco dalla cantina, mi accorgo che non solo il cielo, ma tutto ciò che mi circonda è lambito da infinite sfumature di uno stesso liquore turchino. Mi fermo fra la folla che chiacchiera e fuma. Mi appoggio a un lampione. Respiro. Dal fioco bagliore arancione, sotto il riflesso della cartina geografica, Gioia mi manda un saluto.

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6 Risposte to “parigi, giovedì”

  1. marta t said

    Che bello!

    • mbrt0 said

      Ciao Marta, che piacere vederti qui. Come va? Quand’è che ci facciamo un caffè? O una birretta! Magari a Radio Sherwood…

  2. Chiara Vanni said

    Innanzitutto complimenti per il blog. È stata una bella scoperta degli ultimi mesi. Inoltre grazie per questi post parigini: è una città che conosco poco, che pensavo anche un po’ “scontata” (non prendermi per pazza), ma della quale restituisci invece una certa abbordabilità. Invece mi ha un po’ sorpreso una frase che scrivi in quest’ultimo post, quando dici: la morte è cosa mia. Spero di non sembrarti invadente, ma mi sento di dissentire. Lavoro nel reparto di oncologia, e ti assicuro che la morte investe non solo il paziente, come è evidente, ma anche le persone che gli stanno accanto. Vedo una tale quantità di dolore ogni giorno. Noi cerchiamo di fare del nostro meglio per alleviare quello del paziente, per curarlo, e per sostenere i suoi cari, ma ti assicuro che in questi anni ho assistito a scene strazianti. E moltissime causate dal vizio del fumo. Da quel che ho letto mi pare di capire che la tua ragazza, Gioia, abbia insistito molto affinchè tu smettessi, tanto da spingerti a fumare di nascosto. So che la dipendenza, soprattutto quella psicologica, è molto difficile da interrompere, ma la tua ragazza ha ragione a insistere. Vuol dire che ti vuole molto bene, soprattutto se ha dovuto sopportare per mesi i malumori di una persona che voleva fumare e magari la colpevolizzava per il fatto di doverlo fare di nascosto. Ne ho visti tanti pentirsi quando era troppo tardi. Sei ancora abbastanza giovane (ho letto su “About” che hai 44 anni). Servono circa quindici anni senza fumo per ripulire i polmoni e scongiurare, per quanto possibile, il rischio di un tumore. Ma devono essere 15 anni di astinenza totale. Non basta fumare poco per ridurre il rischio, benchè sia ovviamente già un passo avanti. Bisogna smettere completamente ed essere categorici. Mi auguro di non essere stata troppo invadente, ma visto il dolore e la sofferenza indicibili che devono affrontare i pazienti e, anche se in misura differente, i loro cari, mi son sentita di scriverti. E soprattutto perchè ci si gioca la vita e, scusami per il romanticismo, anche la felicità, per una sciocchezza. Dai retta alla tua ragazza, smetti.
    Auguro a te e a lei ogni bene e mi scuso per l’intrusione
    Chiara

    • mbrt0 said

      Ciao Chiara grazie per il bel commento e, sinceramente, per la “partecipazione”. Il fumo è davvero un maledetto vizio. Mio papà è morto a causa del fumo ed è anche per questo motivo che Gioia nei mesi scorsi è stata particolarmente dura. Quel che dici intorno alla “proprietà” della morte è verissimo. Alla fine non sono riuscito a eliminarlo del tutto, drasticamente. Sono passato, tuttavia, da un consumo forsennato a un consumo estremamente contenuto, che palesa la dimensione eminentemente psicologica della dipendenza – per esempio, se sono fuori città, o al lavoro, o con amici, malgrado molti di loro fumino non faccio alcuna fatica a non fumare. Grazie anche per quel che dici intorno all’argomento, cioè Parigi, città in effetti turisticamente scontatissima. Se insisto con questi post vacanzieri è anche per una specie di scommessa su ritmo della scrittura. So bene di non possedere quel che si dice un occhio “educato”, e non sono rimasto a Parigi – dico, appunto, Parigi – per un lasso di tempo sufficiente a farne, sia pur marginalmente, un luogo rilevante per l’anima (Gioia ci era già stata alcune volte, e per lei è diverso). Ma ci sono stato, e ci son stato bene, lieto. Il fatto che tu abbia assaporato questi post e siano riusciti anche un po’ a incuriosirti è per me un gran bel complimento!

  3. Gioia said

    Gentile Chiara,
    pare proprio io abbia trovato un’alleata! Grazie mille per il “sostegno”! Ovviamente sono d’accordo con te, per ciò che riguarda il fumo. È anche vero, però, che forse, imporgli in modo molto duro di smettere di fumare, non è stata la soluzione migliore. Lo dico a ragion veduta, poichè, finchè la paura per le gravi conseguenze dovute al fumo non sarà più forte del desiderio di fumare, chi fuma contiuerà a farlo, magari poco (che è, come dicevi tu, già un passo avanti), magari di nascosto (il che diventa dannoso per stress, umore e quant’altro), ma continuerà. Io non sono mai stata una tabagista per cui non faccio testo, non conosco quel vizio, se non indirettamente, e dunque pensavo sarebbe stato assai più semplice per lui smettere. Mi son resa conto che non è così. Proprio perchè la dipendenza è psicologica, e quindi più insinuante, è in lui che deve scattare qualcosa che lo faccia smettere. Da parte mia io posso sperare che scatti in fretta.
    Per quanto riguarda Parigi, invece, sì, a livello turistico è una meta scontata, però, se è vero che noi viviamo anche grazie a un immaginario, fosse per me mi trasferirei lì su due piedi! Se non ci sei mai stata, beh, devi andare, ne vale davvero la pena.
    Nel frattempo un caro saluto
    gioia

  4. marta t said

    sì ho voglia anch’io di vederti di persona e di chiacchierare. Ma non sapevo se eri ancora a Parigi. Magari domani ti chiamo o ti messaggio. Baci.

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