parigi, venerdì

30 giugno 2011

Mentre Gioia è sotto la doccia – che ieri sera con le due bottiglie di rosso che avevamo in corpo né lei né io siamo riusciti a fare – mi affaccio al balcone per scoprire, lungo un tratto di grondaia che corre orizzontalmente una quindicina di centimetri sotto il davanzale, una mareggiata di mozziconi che mi era finora sfuggita. Ciò attesta ulteriormente il sospetto che Parigi costituisca per chi abbia intenzione di smettere di fumare l’incubo che il Triveneto, e in particolare una città come Padova, può rivelarsi per chi, dedito ad abuso di alcolici, mediti di darci un taglio.

Sotto un cielo coperto, non freddo, seguo per qualche minuto l’andirivieni di un piccolo gruppo di persone che entrano ed escono da un portone con una scritta sovrastante in cui il comune o qualche altro ente deve aver collocato l’unità operativa di un servizio assistenziale. A giudicare dalle magliette sporche e spiegazzate, dall’aria sbattuta, dalle sporte di nylon che ognuno si porta appresso e dal leggero disorientamento da cui i più sembrano presi, si tratta di indigenti di recente immigrazione; il loro umore, tuttavia, non è dei peggiori e dal modo scherzoso in cui, ciondolando, si danno parola, nonostante i diversi colori della pelle e le differenti età, ipotizzo la presenza di una mensa, di un luogo in cui poter recuperare cose necessarie come il cibo, un letto o l’ingresso gratuito a un bagno attrezzato. Essendo la strada perpendicolare a quella che di solito, fra botteghe e baretti, percorriamo per andare a prendere la metro, mi riprometto, appena scendiamo, una piccola diversione: Parigi non è affatto sprovvista di verde, tuttavia – ed è questa forse un po’ una fissa padovana visto che nella mia città i giardini più belli sono interni ai palazzi e quindi del tutto o quasi del tutto ignoti alla cittadinanza – mi invoglia anche l’opportunità di una sbirciatina dentro a un’insula grande e nient’affatto trascurata come quella che mi sta di fronte, gli appartamenti della quale, governati a quest’ora da colf e signore in tuta da ginnastica, sono indubbiamente abitati da famiglie assai bene in arnese. Quando scendiamo però Gioia ingrana la quarta e io, ancora rincoglionito di sonno, me ne rammento soltanto nei pressi della boulangerie in cui acquistiamo i pain au chocolat. Abbiamo dormito meno del solito e oggi vorremmo dedicare il grosso della giornata alla visita del Centro nazionale d’arte e cultura Georges Pompidou, o Beaubourg, il primo dei tre grandi musei ai quali ci siam ripromessi di render gli onori. Non di più di un’occhiata, in verità, avendo una sola giornata a disposizione e ipotizzando la soglia di saturazione intorno alle sei o sette ore. Fortuna vuole che il vino di ieri, per dieci euro a bottiglia, fosse veramente ottimo e non abbia lasciato traccia; il cielo coperto e la brezza leggera dal canto loro aiutano a camminare più in fretta. L’autentica sbornia – non sarà l’unica – la prendiamo decidendo di visitarne la parte forse più famosa, consacrata all’arte contemporanea, le cui svariate migliaia di opere, di artisti fra i più inverosimilmente importanti, e collocate in uno spazio, ideato fra gli altri da Renzo Piano, che oggi forse diamo un po’ per scontato, ma che quando venne realizzato impose concezioni architettoniche ed espositive rivoluzionarie, rendono risibile anche il più umile e sommario tentativo di enumerazione: Picasso, Braque, Chagall, Matisse, Kandinsky, Mirò, Utrillo – per citare esclusivamente quelli riportati da Wikipedia alla voce “Beaubourg”, imperdibili, ovvio, ma che rappresentano un’infinitesimale minoranza e rischiano di monopolizzare, in tanta fantastica dovizia, quanto in realtà vi si può ammirare. Non tutto l’astratto l’informale o il cubismo, per esempio, mi annoiano; ma alcuni mostri sacri – come a tutti, immagino – mi vengono letteralmente fuori dagli occhi e vale a poco più che a una forma di rassicurazione il riconoscerli, mi dico, pensando alle riproduzioni di Kandinsky della saletta d’aspetto della filiale in cui vado a fare l’assicurazione dell’automobile, a quelle di Mirò del bar di fianco alla facoltà di lettere, a quelle di Matisse e Chagall rispettivamente dal dentista e dal medico condotto, di Mondrian dall’avvocato di mia mamma, di Fontana in banca e via dicendo. Banalizzo, è vero. Il bello in realtà, il tanto bello, penso, passeggiando, è intuire la migrazione, il movimento di una storia pressoché esaustiva dell’immaginazione visiva fino all’esplosione dello spazio rappresentativo, alla sua esondazione; l’aggirarsi quindi in una specie di al di là della rappresentazione, fra rivoli spruzzi eruzioni e colate tutt’ora in fuoriuscita o non ancora del tutto cristallizzate. Provando a scorgere, di fianco agli astri, le costellazioni dei tanti straordinari compagni di strada; tentando di immaginare il modo in cui i primi sono sopravvissuti alle loro stesse invenzioni, come sono cambiati nel corso degli anni all’avvicendarsi di mode e scoperte, che strade abbiano intrapreso e quali altre abbiano invece battuto artisti il cui nome ci può dire abbastanza, qualcosa, poco meno di niente o niente del tutto, che tuttavia ci fanno pensare, mentre passiamo davanti alle loro opere e ne consideriamo data e fattura quanto fossero in orario, e pienamente all’altezza, e poi invece chissà perché non più. Gioia ha un modo tutto suo di aggirarsi fra le sale, di non sostare immediatamente di fronte alle opere, di sparire per ricomparire dopo qualche minuto con un sorriso appena accennato, silenziosa, suggerendomi il percorso, la prossima sala, oppure la presenza di un dipinto, una scultura, un’installazione celeberrimi. Non che mi soffermi davanti a ogni pezzo, uno per uno: anch’io, inevitabilmente, passeggio. Ma quasi mai imbrocco il percorso giusto. Faccio confusione, mal distribuisco le soste, vedo due volte la stessa sala, mi distraggo davanti a un quadro pensando a tutto meno a che a ciò che ho di fronte agli occhi – che non significa, immagino, l’opera non faccia ciò che deve fare. Gioia invece sembra procedere guidata da un navigatore satellitare, con piglio sia pur domenicale da ispettore. Quando scorge o riconosce qualcosa che le parla davvero, se non c’è molta gente, attendendo che io ne prenda visione, accenna mezza piroetta, un saltello, un passo di danza. Quindi sorride, annuisce e riparte, enigmatica, dopo poche, pratiche parole – da questa parte, dice, oppure, essendosi accorta che l’ho saltata: hai visto la saletta con De Kooning? – assicurandosi un modo per ritrovarmi facilmente, spostandosi al doppio della mia velocità. Se mi giro non è più alle mie spalle, ma a destra o a sinistra o davanti, verificando logicamente percorsi e restituendosi il tempo, al ritorno, per opere scelte e mentalmente segnalate in avanscoperta di cui mi parla, magari a causa di un’analogia, quando ci troviamo in tutt’altra sezione. Non so tu, le dico, poco prima di uscire, ma io, dopo qualche ora comincio ad avere in testa una specie di tromba d’aria, come al centro del cervello ci fosse un foro e tutte le forme e i colori prendessero a vorticarvi intorno mescolandosi inesauribilmente. Una piccola delusione la ricaviamo però dalla visita al settore intitolato alle opere d’arte cinematografica. Dai terminali di fronte ai quali sediamo per saggiarne alcune fra le più note – da Entr’acte al Ballet mécanique – sono infatti, in parte cospicua, non ancora visibili. Gioia, che si reca alla reception per capire se siamo noi a sbagliar qualcosa, se sia necessaria un’apposita password, se si debba pagare un qualche supplemento al biglietto d’ingresso, ne torna infastidita e un po’ sconsolata: non hanno ancora fatto il passaggio al digitale, mi dice, un sacco di roba non è ancora stata caricata sul database. Di tutto quanto ci transita sotto gli occhi mi piace ricordare, poiché mi ha inaspettatamente commosso – non sono un appassionato di Picasso – una tela del suo ultimissimo periodo, raffigurante una donna che piscia e le fotografie, altrettanto famose anche se a me finora sconosciute di Brassaï, che ritraggono angoli strade bistrot fantasmi di una Parigi povera e cupa, rappresa nel rigore di una specie di inverno perennne e nel silenzio della notte. Usciti dall’esposizione più tonici di quel che immaginassimo decidiamo di fare una tappa al Marais e dare un’occhiata alla seicentesca Place des Vosges, sia per la sua fama, legata alla bellezza geometrica degli edifici dalle facciate in mattoni rossi e pietra bianca, i tetti in ardesia e i lunghi portici paralleli, sia perché prima di partire mi è capitato di rileggere Camere sparate di Pier Vittorio Tondelli e chiacchierando con Gioia di luoghi della città che sarebbe stato bello visitare, mi è sovvenuto che l’incontro fra Leo, il protagonista, e Thomas, la persona amata, avviene a una festa raggiunta attraversando la piazza in una gelida notte invernale. Non toccata dall’opera di sventramento e ristrutturazione del barone Haussmann in quanto oggetto di razionalizzazione urbanistica precedente, la piazza – un parco quadrato suddiviso in altrettanti quadrati con uno sbuffo d’alberi al centro – è un dei primi esemplari di piazza residenziale e le strade che la circondano, della loro origine medievale, hanno perduto la tortuosità ma serbato la ristrettezza. Gremite da brancaleoniche frotte di turisti, ragazzi a braccetto, musicisti, prestigiatori, giocolieri, predicatori, saltimbanchi e nevrastenici parigini doc, i paraggi traboccano di atelier di moda, negozi d’antiquariato, gallerie d’arte, caffè dai tavoli basculanti sul gradino della vetrata dove, spalla contro spalla, fumatori dediti a birre e formaggi dei più controversi nebulizzano i pochi centimetri che li separano dal flusso. Dopo aver camminato qualche minuto in allontanamento, finiamo per tornare nei pressi della piazza e ci concediamo il lusso di sederci sui vimini di uno dei caffè sotto gli ampi portici rossastri. Da queste parti ci abitava Richelieu, faccio a Gioia, intenta a piluccare la sua metà del più costoso panino di questa vacanza. E se non erro, due secoli dopo, anche Victor Hugo. Dev’esserci il suo museo, in zona. Daverio?, risponde lei senza alzar gli occhi. Davvero!, faccio, osservando una signora sui tacchi, barboncino al guinzaglio e marito al seguito, in giacca e cravatta, grondante, con quattro enormi sporte per mano. Continua, fa Gioia, continua, dice, masticando. Continuo cosa? Raccontami del documentario di Philippe Daverio sul Marais. Ah!, faccio, ma mentre inizio a inventare, meditando di ordinare un’altra Leffe, mi accorgo che Gioia, preoccupata, dissente. C’è quel tizio, dice, che continua a guardarci. Quale? Quello che sembra Oscar Giannino! Mi giro. Cos’ha da guardare, diosanto? In cagnesco, per giunta! Sta guardando te!, le faccio, scaramantico. No-no, tesoro, nient’affatto, sta guardando anche te! Girati, per carità, che non gli salti in mente qualcosa! Ma cosa può fare, scusa? Non lo so, dice Gioia, infilando il naso nel calice di Leffe. Ci alziamo?, domando. Aspetta, stai fermo ancora un minuto, vediamo cosa succede. Sarà malintenzionato? E me lo chiedi? Mica ci conosce. Appunto, e allora che cazzo ha da guardare in quel modo? Gli sta pure cadendo una goccia sulla barba! Non guardare, santo cielo! Fai finta di niente, non ti girare, continua a parlare. Cosa stavi dicendo?, ah, sì!, Daverio, il documentario di Daverio su Enrico Qualcosa. Per la verità non… Scusiii!, fa Gioia con un urletto. Oui mademoiselle?, risponde il cameriere. C’est combien? Gioia, faccio. Lascia stare, pago io. Gioia, ripeto. Ma no, lascia, pago io ti dico. Gioia! Cosa c’è? Si sta alzando anche Oscar! Oh signore, e adesso? Altra Leffe? Ma quale Leffe! Ormai siamo in ballo, sussurra. Posso andare un attimo al cesso? Ti pare? Farai dopo! Raccogliamo le borse e ci allontaniamo sotto le volte del portico tallonati dal sosia. Giriamo l’angolo. Ci mescoliamo. Acceleriamo. Infiliamo un breve, oscuro passage con vetrine di negozi d’abbigliamento per sacerdoti. Odore di incenso. Un’unica uscita, laterale. La imbocchiamo, scendiamo gli stretti gradini di pietra, superiamo un barbone che piscia, faccia alla parete. Sbuchiamo in un vicolo accidentato, in lieve discesa. Lo percorriamo e approdiamo a una via pedonalizzata, gremita, dal fondo in mattoncini di porfido. Ci arrestiamo nei pressi di un parcheggio per velìb – le biciclette pubbliche del bike-sharing parigino: si dice siano diecimila, distribuite in settecentocinquanta e passa stazioni. Consultiamo la guida. Mi giro. Cazzarola, dico. Eccolo. Arriva. Oscar si avvicina. Si avvicina. E’ vicinissimo. Gioia stacca gli occhi dalla guida. Si gira. Sorride. Signor Giannino? BÙ!, sbotta il matto, scompisciandosi e allontanandosi saltabeccando con il dito medio alzato. Con!, fa Gioia. Bè, meglio di giorno che di notte, dico. Sì-sì, fa lei, scaraventandomi la guida in mano. Aspetta che si metta a piovere, adesso. E di beccarti un fulmine sulle palle! Raggiungiamo con qualche difficoltà la fermata della metro intenzionati a fare una puntata nel cuore della banlieue occidentale di Parigi dove s’incunea l’iperbolica area della Defense, uno dei più grandi centri direzionali d’Europa. Collegata all’Arco di Trionfo da un viale a dieci corsie che doppia i due chilometri di gran passeggio dei Campi Elisi, la Defense costituisce il capolinea del cosiddetto Asse Storico della città, un’unica direttrice che dal Louvre, passando per i giardini delle Tuileries, l’Obelisco di Place de la Concorde, i Campi Elisi, l’Arco di Trionfo, giunge fino al Grand Arc. Tappa di una delle sue peregrinazioni solitarie nel corso di un viaggio precedente, Gioia me ne aveva molto parlato, ma non sarei stato così insistente se gli Archi Illuminati presso il casello dell’autostrada per Venezia e il non lontano Palazzo Che Si Torce non avessero costituito il mio primo successo emotivo, con lei, quando era soltanto qualche mese che stavamo insieme. Momento difficile, di passaggio. Piangeva molto. Immaginavo tra l’altro ci fossero anche problemi con me. Ero geloso, insicuro. Non capivo che diavolo avesse. La feci montare in macchina e la portai, non so perché, a fare un giro in periferia. Passammo sotto gli Archi Illuminati e poi parcheggiammo nel deserto lunare retrostante il Palazzo Che Si Torce. Sembra Antonioni, disse. Sembra un po’ anche la Defense, aggiunse. Entrammo nel Palazzo Che Si Torce. Il concierge fu gentilissimo. Non poté farci salire ai piani alti, ma fu prodigo di informazioni e ci fece visitare il lussuoso ristorante del pianterreno. Erano le tre di notte. Si veleggiava alla volta del Natale. Non c’era anima viva. Faceva un freddo cane. Palazzi di vetro. Crateri. Ascensori. Rottami. Strano, penso, mentre Gioia si allontana per permettermi di scattarle una foto. Il primo luogo che a suo giudizio avrei dovuto assolutamente vedere era proprio questo. Strano, mi dico, mentre scatto la foto. Nonostante sia un vecchiume mai uscito dal suo provinciale tombino, mi associava a cotanta formicolante modernità. Strano, penso, mentre saliamo i gradini della scalinata. In quell’ancora incompiuta, stravolta astrazione spaziale, al pensiero di questi impenetrabili grattacieli, di quest’enorme riquadro che rimpicciolisce a formiche, una Gioia-bambina, in lacrime, lontanissima dalla sua origine, si era completamente rasserenata. Ed eccoci in cima, al panorama. Se davanti a noi, nella caligine, oltre la piattaforma rialzata sotto la quale si snodano i binari, si allunga l’Asse Storico, alle nostre spalle, con movimenti rotti e circolari, va ammassandosi un’estensione più vasta e fumigante della Parigi da questo stesso punto osservabile. Il fatto di essere gli unici turisti a sedersi da questa parte della scalinata, dopo un po’, ci mette malinconia sicché cambiamo aria. Due fermate di metro e siamo sugli Champs-Élysées, a una mezz’ora dall’Arco. Chissà se il tratto di strada in cui ci troviamo è quello in cui Jean Seberg, abbordata da Jean-Paul Belmondo, in A bout de souffle di Jean-Luc Godard, passeggia vendendo copie del New York Herald Tribune. Impossibile stabilirlo. Troppo cambiato. Troppo affollato. Troppo lastricato, tronfio, caricaturale, modaiolo. Scattiamo ancora qualche foto, assistiamo agli acrobatici numeri di un applauditissimo ensable di break-dancers, quindi ripartiamo in direzione Montmartre dove, se riesce a liberarsi, andremo a bere qualcosa con Adamo. Scendiamo a Pigalle, il quartiere parigino a luci rosse che, come notava qualche anno fa un recensore di Giancarlo Marinelli, è divenuto il simbolo del più degradato turismo contemporaneo. Usciamo proprio nei pressi del Moulin Rouge, dalle pale già illuminate. Attraversiamo la strada, incasinatissima, insieme a un gruppo di giovani, multietnici musicisti. Percorriamo alcune decine di metri quindi svoltiamo a destra imboccando una stretta viuzza in ripida salita lungo la quale, proprio di fronte a un bordello, c’è un catacombale, ma a suo modo invitante trisala d’essai. Nel cielo, frattanto, si sono dischiuse ampie brecce d’azzurro. L’aria si è fatta calda, quasi estiva, con sentori d’afa. L’asfalto del marciapiede esala. I volti delle persone davanti ai locali sono sgonfi, barbuti, tagliati, allarmati, strabici, poco promettenti. Niente donne, turiste a parte, nei paraggi. Un ragazzo scaglia un kebab in mezzo alla strada. Un altro ragazzo lo irride con grandi gesti. Un russo di mezza età abbottona la patta sotto la pancia sporgente. C’è gente a torso nudo che balla davanti all’entrata di un discobar per soli uomini. Un asiatico sniffa a cielo aperto. Una zingara di otto anni vuole leggerci la mano. Saliamo. Ogni volta che approdiamo a Pigalle, faccio, non posso fare a meno di pensare al romanzo di Marinelli. Questo albergo, faccio. Dev’essere qui che deve aver preso alloggio. Nell’albergo a ore? Che sia un albergo a ore? Direi. Se non qui, nei pressi. Fra prostitute e lenoni, dico. Fra travestiti e barboni. Santo cielo, e che cos’è? Come cos’è? É Pigalle! Un’alcolica discesa all’inferno. Una ricerca di morte che non si arresta davanti a nessun eccesso. Per dimenticare una vita familiare che tormenta e ossessiona. Un passato borghese apparentemente comodo. Gli sfondi ridenti di una provincia italiana. L’amore di una ragazza. La figura dominante del padre autoritario e vincente. E prevaricatore. E vessatorio verso la moglie e tutti quanti lo circondano, compreso il nonno omertoso e la nonna pedofila. La sorella costretta a farsi foca in un convento di monache alcolizzate retto da una cugina sobria il cui ex marito, dagli oscuri trascorsi nazisti, è esponente di una setta farmaceutica occulta specializzata in eugenetica i cui esperimenti vengono condotti su disabili indifesi per altro barbaramente forzati nei sotterranei di una villa finto-palladiana adibiti a laboratorio clandestino per la sintesi di un nuovo potentissimo ipnotico. Pigalle!, faccio. Che ci sia dell’autobiografia? Mah. Non ho avuto modo di verificare. Non ho conosciuto l’autore che di sfuggita, in una libreria, una volta che presentava un libro non suo. Un bell’uomo. Un impermeabile panna. Un paio d’occhiali da sole con montatura in tartaruga. Un Rolex Daytona. Un’attaccatura di capelli a forma di emme, fra le più cinematograficamente persuasive. Abbiamo bevuto insieme un caffè corretto anice, faccio, quando ormai siamo all’incrocio e sotto un drappo di cielo violaceo sussurra una lieve cortina di pioggia. Che meraviglia, ad altezza d’uomo, l’arcobaleno. Se retrocediamo di qualche passo possiamo sistemarci sulla soglia. Fra il bagnato e l’asciutto. Dove inizia la pioggia. Invece avanziamo e, senza quasi accorgercene, spiove. Gioia ha appena riposto il cellulare, al quale ha sentito Adamo per un bicchiere alla “cava” in cui siamo già stati l’altra sera, prima di recarci al locale di Inglorious Basterds, quando una ragazza bellissima, dai lunghi riccioli neri, guardandosi intorno un po’ trafelata, ci passa di fianco. Gioia e io ci fermiamo. Ci giriamo. La ragazza si gira a sua volta. Si guarda intorno, quindi attraversa la strada. È lei? Le somiglia. È proprio lei, faccio voltandomi nuovamente. Mi sa proprio di sì, conferma Gioia. È la ragazza di Cous cous, di Abdellatif Kechiche. La danzatrice del ventre. Diosanto, se è bella! Hai visto? Com’è dimagrita! Ti credo, fa Gioia. Il regista l’aveva fatta ingrassare apposta per quella scena di danza. Hai sentito, Cahier, a Venezia, cosa diceva di Kechiche. Di Venus noir. Gli dava fastidio. Già. Perché praticava il medesimo “sguardo” che attraverso la vicenda d’espoliazione della venere ottentotta intendeva condannare come occidentale, bianco, europeo. Per un attimo ho pensato addirittura volesse domandarci un’informazione! Va verso Pigalle, vedi? Fra travestiti e lenoni!, faccio. E prostitute e barboni, dice Gioia. Che vada a farsi un kebab, giù agl’inferi? Come no. O un felafel. Forse va al cinema. Al trisala di fronte al bordello… Adamo avrebbe voluto portarci al Barav, ma ci siamo stati ieri sera e Gioia gli ha detto di aver visto servire, alla “cava”, bistecche sugose, minestre fumanti e verdure gratinate. Doveva avere una fame boia, penso. Cibi caldi non ne ricordo proprio. Attraversiamo la lunga cantina semibuia e approdiamo alla saletta sul fondo del locale, con la porticciola in legno dipinto che immette in una piccola corte interna. Per uscire, quando la cantina chiude, bisogna oltrepassarla, percorrere un breve camminamento porticato, entrare in un androne scuro e assai fresco, uscire dal portone d’ingresso del palazzo accanto. Luce gialla, mattonelle bianche, tavoli in legno grezzo, nerboruto. Troviamo posto a sedere, ma non anche bistecche. Gioia, stanca e un po’ delusa, mi cede l’iniziativa. Osservo la ricca portata sul tavolo dei tizi accanto. Mi fa un po’ effetto vedere due giovani sui trent’anni, uno bianco l’altro nero, molto working class, saggiare prosciutti patè e formaggi insieme a due o tre vini differenti prima di scegliere la composizione enogastronomica della serata. Quando l’oste ci dice che se non ci spicciamo è costretto a far sedere altri clienti, ordino un paio di vassoi come quelli appena serviti ai due tizi accanto a noi e, dopo un bicchiere di rosso della casa, scorsi i prezzi della lista dei vini, faccio la mia scelta. È sicuro?, mi domanda l’oste. Sì, sì, annuisco. Cosa ha detto?, domando poi a Gioia. Ti ha domandato se sei sicuro del vino. E tu?, faccio. Io cosa? Che ne dici del vino? Non lo so. Il prezzo in effetti è basso rispetto a quello degli altri vini della carta. Ma è un prezzo più alto di quello del vino di ieri sera. D’altronde sembra un posto più serio, questo. Da intenditori. Costa tutto un po’ di più, mi sembra. Sarà sicuramente buono. Adamo ci raggiunge poco prima che arrivino le nostre portate. E allora? Come sta andando la vacanza? Cosa avete visitato di bello, oggi? Mentre l’oste stappa la bottiglia e versa un dito di vino nel bicchiere di Gioia, Adamo ordina un piatto di verdure variamente inzuppate. Gioia annuisce. Buono, dice. L’oste mi guarda sogghignando. Torna dietro il banco scuotendo la testa. Non è cattivo, dice Gioia, perplessa. Ne verso un po’ anch’io. È leggero. Asprigno. Appena frizzante. No, infatti, dico. Non mi pare cattivo. Adamo ne beve un sorso. Sorride. Non avete domandato consiglio, vero? No, faccio. Si fa così? Mah, dice lui. Gli affettati sono semplici. I formaggi un po’ meno. I paté invece decisamente impegnativi. In una palla carnicino si aprono piccoli forellini scuri. Bouches, dice Adamo. Si chiamano così. Adesso invece osservate il formaggio più tenero: per veri iniziati.  Man mano che prende aria e temperatura lo vedrete trascolorare. Quando l’attuale paglierino si sarà attestato su un ocra con striature verderame, inizierete a scorgere l’emersione di oscillanti protuberanze, dapprima minuscole, quindi più consistenti. Guardate bene. Già se ne intuiscono alcune. Sembrano foruncoli, ma in un paio di minuti somiglieranno più o meno alle antenne di piccole lumache. Qui le bocche si allargano!, faccio. Bene!, dice Adamo. Vedi? Quelli sono i dentini!, dice, inforcando una foglia. Ho una fame pazzesca. Ingoio un pezzo di pane con una spatolata di bocche e una di antenne. Verso un bicchiere di vino. Lo tracanno.Piazzo due fette di prosciutto ciclamino su una zattera di pane. Sovrappongo il paté marrone, granuloso, e un formaggio scuro, dai bordi coriacei e il ventre esfoliato, un po’ più morbido. Annaffio con un altro bicchiere. E’ il caos primordiale. Questo vino è un proprio fiasco, faccio. Mi dispiace. Non c’entra molto, in effetti, dice Adamo. Ne vuoi ordinare un’altra bottiglia?, fa Gioia. Ma no, risponde Adamo. Facciamo piuttosto una passeggiata. Andiamo a bere qualcosa da un’altra parte. Adamo ci precede avanzando in un sottile diaframma fra la sponda del marciapiede e il ciglio di una vitalissima Rue Lepic, scansando le persone con una camminata svelta e leggera che già avevo notato la volta scorsa e che per qualche motivo mi ricorda la scrittura di un pennino su un foglio di carta. La fronte alta, l’ombra di un sorriso, un braccio fermo lungo il tronco, l’altro invece discosto e oscillante, chiacchiera con Gioia un po’ in francese e un po’ scherzosamente in veneziano – certe gutturalità del dialetto veneto si sposano alla perfezione con le rotondità del francese – finché approdiamo a una birreria che conserva arredamento e atmosfere di un caffè degli anni venti. Troviamo posto in uno degli alti mezzanini. Ordiniamo, in mancanza di Leffe, delle più che pregevoli Gruber. E dopo esserci un po’ acclimatati, essendo fra i clienti più anziani, Adamo racconta le sue più antiche impressioni di Parigi, legate al risveglio, al profumo di pane e all’odor di rotaie, al modo in cui i negozianti si danno voce di sotto le tende delle rispettive botteghe, all’acqua che ogni mattina scorre in rivoli ai margini delle strade.

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