parigi, domenica

30 agosto 2011

Non è tanto l’assenza di mezze misure, il fatto che per poco possa aver dormito o per tanto possa essere il tempo trascorso dall’ultimo sonno, quando Gioia è sveglia è sveglia; ma dove e come attinga le risorse per essere sveglia nel modo in cui normalmente è sveglia: questo è un mistero.

Anche a casa, penso, dopo una giornata malpagata e inappagante, logorata da viaggi bestiali nel mucchio di tram treni vaporetti puntualmente in ritardo e sistematicamente in rovina, anche a notte fonda, dopo la birra, il sunto quotidiano di decompressione, la doccia, la struccatura, l’impomatatura, la puntatura delle sveglie, la meticolosa preparazione del necessaire per il giorno dopo, quando già da un pezzo sono sul letto, penso, sopito e al tempo stesso preoccupato per il fatto che quanto io ingrasso tanto lei dimagrisce, ed è pallida, e a causa di peccati immaginari, che tanto appaiono impossibili quanto più si accanisce a dimostrarne la plausibilità, rompe in pianti dirotti, sicché maledico la birra e prometto di costringermi ad andare a dormire subito, appena tornato dal lavoro, perché qui, le dico, tesoro mio, se non recuperiamo almeno un’ora a notte non so dove andiamo a finire!, anche passate le lacrime, penso, dopo una passeggiatina in cortile, un saluto alla micia e al povero cane ululante di là della strada, quando la spossatezza sembra finalmente prevalere, se non trovo il modo di fermarla, immobile, almeno il minuto che basta affinché si addormenti, è quasi il botto di un tappo che mi par di sentire, un’elettrolisi di bollicine che prelude – ginocchia sulla sedia girevole, capelli per aria, faccia allo schermo – a una sciampagna di canzoni, ta-tatà-taààà, sapresti suonarla?, non la conosci?, ta-tatà-taààà, al seguente accenno di spogliarello, quindi al solletico, ma smettila!, sono le quattro!, prima senti quest’altra, tu-tutù-tuùùù, nemmeno questa?, devi impararla con la chitarra!, tu-tutù-tuùùùù, che mette capo a saltelli, gorgheggi, osservazioni intorno a qualcosa che ad esse è connesso, un film, un personaggio, una situazione, una battuta, un complimento colto magari a Venezia, magari da un gondoliere, magari fatuo e ubriaco com’ero io ieri sera, tornando dalla cena al Barav quando, fiaccato dalle due bottiglie di Chateau de l’Isle e dai taglieri d’affettato e formaggi, ho preso sonno in metropolitana: una caduta ad avvitamento, le racconto, anche se breve, faccio, e sognante, piena di gente raccolta sotto il tetto di una specie di Musée d’Orsay dalla cui sezione dondolante che, come il cappuccio di certi cestini ne scoperchiava gran parte al cielo stellato, piovevano banconote che nessuno osava afferrare. A tutto ciò confusamente pensavo, dopo essere passati come di consueto dal fruttivendolo nordafricano – le donne comprano, gli uomini pagano! – quando, per scacciare un po’ di malinconia, Gioia propone l’ultimo brindisi in uno dei tre o quattro bar che fanno di rue Oberkampf, anche la sera, una via sicura e piacevolmente animata. Qui le racconto il sogno del tetto che dondola – sai che parlavi di soldi, nel sonno? – e mentre scattiamo foto, conversiamo con il cameriere, brindiamo con i ragazzi del tavolo a fianco, mi torna in mente la risposta che dette a Cahier la prima volta che lui ci provò, sulla spiaggia del Lido, e che mi restituì qualche giorno più tardi, al tavolino di un discobar che ospitava la festa per matricole della Mostra del Cinema: come fai a essere così perfetta?, le aveva domandato – non senza un pizzico di frustrazione, visto che la perfezione evocata implicava, immagino, la di lei non immediata capitolazione e, insieme a ciò, una combinazione di tatto, eleganza, partecipazione, eloquenza difficili da tenere insieme essendo ciò che si è, facendo ciò che si fa, a certe ore, in determinate situazioni, quando il carico lavorativo tocca il suo nevrastenico vertice. Solitudine, disse, risalendo insieme a Cahier verso il lungomare. Sono stata tantissimo tempo per conto mio, e non ne sono uscita che ieri l’altro, aggiunse, al tavolino del discobar, suscitando in me – che già di lei conoscevo diverse cose, ma non mi aspettavo una resa tanto drastica del loro significato – sensazioni angosciosamente analoghe a quelle che talora si provano con il fumo, quando le azioni e i pensieri si emancipano dal centro e prendono a organizzarsi perifericamente, in autonomia. C’era qualcosa di virgineo nella sua bellezza, qualcosa di duro, geometrico, brillante, intatto, naturalmente selettivo ed estremamente determinato, che quell’estate si presentava in piena luce; qualcosa di cui non soltanto io, ma chiunque si accorgeva e da cui lei stessa, lasciata Padova per le due tumultuose settimane di Mostra, sembrava a tratti consapevolmente sorpresa. Se nella vita di una persona, indipendentemente dalla volontà, dall’occasione (quando si dice: la volta in cui tal dei tali poté dimostrare chi fosse), da qualsivoglia variabile, esiste quel che i credenti chiamano kairos e che, nella sfera privata, individuale, secolare comunemente definiamo “il mio momento”, ebbene, l’estate di tre anni fa, e l’autunno e l’inverno seguenti, rappresentarono per Gioia il tempo che trova in “grazia” la parola più adatta a definirne lo stato. I rapporti di forza si rovesciarono; il mondo spalancò domini inimmaginati; la percezione della mia posizione, in quel mondo, subì una ricollocazione paragonabile a quella inflitta al Pianeta dall’avvento del telescopio. Sicché dal chiedermi cose tipo: l’amo davvero?, sono sincero?, le farò del male?, fu inevitabile passare a domande drammaticamente analoghe a quella che Cahier, sulla spiaggia, aveva rivolto a lei: come avrei fatto?, come sarei riuscito a starle dietro, a essere migliore, a rispondere, per così dire, colpo su colpo – stava ultimando la tesi di dottorato, ed era un vulcano in eruzione; con quali armi avrei lottato, con quali risorse avrei cambiato il mio comportamento, con quali strumenti avrei fatto il lavoro che mi aspettava, resistendo alla paura della fatica che mi sarebbe toccata? Persino Cahier, pensavo, che aveva quindici anni meno di me, era più avvenente, meglio in arnese, e non soltanto vantava maggiori interessi in comune ma, nella mia immaginazione, non era tipo da andar troppo per il sottile, doveva essersi sentito spiazzato da tanta “bella presenza”; una capacità, pensavo, di vivificare luoghi e circostanze (come quel dopocena lidense per puttane e potenti, o la festina disertata al discobar per matricole, o questa “banale” vacanza a Parigi), gradevoli fin che si vuole, ma spesso ridotte a involucri vuoti e compromesse per forza di cose con le più collaudate industrie del falso. Non so come ho fatto, mi dico, congedando i ragazzi dell’ultimo bistrot, mentre imbocchiamo la discesa che conduce all’incrocio vicino all’albergo, eppure qualcosa, in qualche modo, devo pure aver fatto, se dopo tre anni fulminei, ci troviamo qui, sereni, così! In stanza non riusciamo nemmeno a spogliarci tanto siamo spossati, ma il fresco che entra dalla finestra, lasciata in fessura, ci sveglia un’ora prima del previsto. Tolti i vestiti del giorno, lavati i denti, infilatici sotto le lenzuola, dormiamo ancora un po’, quindi al trillo delle sveglie, fatta la doccia e ricomposti i bagagli, ci immergiamo nella quiete lunare dell’ampio viale alberato, fra le auto dormienti e le serrande dipinte del mattino domenicale, sotto un cielo grigiastro, annacquato, identico a quello che ci ha accolti una settimana fa. Arrivati sulla Rive Droite, presidiata, fra Place de la Madeleine e Place des Piramydes, da tantissima polizia (alternativa sociale nazionale europea contro la rapina mondialista e liberaldemocratica della memoria e del futuro, recita un lungo striscione: manifestazione di sapore pennacchiano, penso, “fasciocomunista”), decidiamo di attenerci ai consigli che la guida offre a chi per la prima volta, disponendo di una sola giornata, faccia visita al Louvre: la dimora di Napoleone Terzo, i sotterranei, un periodo a scelta della pittura occidentale, la Nike di Samotracia, la Venere di Milo, la Gioconda, le antichità greco-romane, e le imperdibili antichità egizie. Quando siamo all’interno, sotto i seicentosessantasei rombi di vetro e ferro della celebre piramide, malgrado la segnaletica aeroportuale, fatichiamo non poco a raccapezzarci, ma il nervoso, alimentato dall’oretta di coda e dalla quarantina di minuti che impieghiamo per raggiungere il primo piano, già stemperato dalla munificenza fin quasi disneyana della pompa napoleonica, lascia posto a un piacevole torpore archeo-adventure allorché, imboccato il percorso che conduce alle basi sotterranee della splendida, duecentesca fortezza di Filippo II, fiancheggiamo, in religiosa processione, su una passerella rialzata, il basamento svasato di un torrione intatto e, dopo un tratto di muraglia che le fluorescenze della luce artificiale diffuse dalla grandiosa volta di cemento fanno vagamente associare al Large Hedron Collider di Ginevra, penetriamo in ambienti cunicolari dalle inquietanti inferriate e gli svincoli tortuosi, ora in discesa, verso le carceri, ora in salita, verso gli angusti ambienti retrostanti la vasta, spoglia, fredda sala del trono, fra possenti colonne e larghe lastre di pietra polita. Questa lunga immersione ci porta alla mente un etilico frammento di conversazione con Adamo, qualche sera fa quando, chiacchierando di pellicole recentemente ambientate a Parigi, mi ero ricordato di uno dei primi horror visti dopo la mia assunzione al cinema in cui lavoro, che vedeva Shannyn Sossamon, incantevole dark lady in Road to Nowhere di Monte Hellman, grondare sangue nelle Catacombe di Parigi. Le Catacombe, aveva detto Adamo, sono una specie di meraviglia, che siate appassionati di cose macabre o che non lo siate, se non altro per la loro incredibile vastità. L’intera città giace d’altronde sopra chilometri e chilometri di labirinti comunicanti: non soltanto le Catacombe e, più in profondità, ovviamente, il reticolo della metro; ma anche la sorta di negativo sotterraneo dello stradario che è la rete fognaria; un labirinto di labirinti, insomma, in cui si può fare, e si fa, in effetti, ingresso, da tantissimi punti non segnalati – è molto nota, per esempio, fra i parigini, un’enoteca con ristorantino dalla cui “cava” si può accedere alle Catacombe. Ci sei mai stato? Non sono un appassionato di necrogastronomia; in ogni modo no, se intendi le Catacombe; non ci sono mai stato. Ma è tantissimo tempo che mi riprometto di visitarle, anche perché ho un amico che ne ha esplorato più volte, e assai per esteso, i meandri. Solo una piccola parte, a Montparnasse, nel quattordicesimo, vicinissimo a casa mia, è custodita. Non dico che una visita alla sezione aperta al pubblico non valga la pena di essere fatta, ma si tratta di una porzione infinitesimale di quel che si trova qui sotto e, francamente, per poco possa costare, non ho voglia di farmi strappare un biglietto. D’altronde non so quanti parigini pagherebbero, specie fra i giovani, per farsi un giro. Sapete, continua Adamo, di tanto in tanto, ma nient’affatto di rado, si viene a sapere di un rave, una festa, di artisti che vi lavorano, di scorribande più o meno sconvolte, di immancabili riti satanici. Sì-sì, sussurra Gioia. Devo aver letto qualcosa del genere. Ragazzi che si sono persi. La polizia non sapeva più come ritrovarli. E come è andata a finire?, domando. Questo mio conoscente ci si recava fin da ragazzo, lì sotto. Satanista? Ma no. Nel senso…, allude Adamo, abbassando il mento sull’orlo del boccale. In quel senso?, chiedo, con un lieve, inequivocabile movimento del pugno. E in quale, altrimenti? Aah!, faccio. Gesù!, fa Gioia, che gusti! Oh, cosa mai saranno i gusti, innanzi all’appello della natura!, suggella lui, pontificio. Io sarei crepata di paura! A quell’età, poi! Bel-fa-gor!, canticchio. Belfagor non c’entra con le catacombe. Semmai con il Louvre. Fantomas, allora! Fantomas mi par più tipo da fognature che da necropoli, dice Adamo. Razionalità, pianificazione, freddezza. Ricordo anch’io, in ogni modo, la storia dei ragazzi perduti e secondo me, in effetti, quello che hanno corso è il più grave, fra i pericoli. Si può sapere cos’è successo?, faccio. Certo non è un posto in cui andrei solo. Non la prima volta almeno. Per terra è bagnato, le gallerie sono buie, fa freddo, i cellulari non prendono, sicché se ti succede qualcosa può essere un problema, in assenza di coordinate, venirti a pescare. Non si tratta di roba cristiana, vero?, chiede Gioia. Oh, no. Tutta roba sette-ottocentesca. Da un lato, si trattava di mettere in sicurezza le antiche miniere, per altro ancora parzialmente in uso, verificando contestualmente la tenuta delle costruzioni che erano venute ammassandosi sulle vene esaurite. Dall’altro, nell’ambito della riorganizzazione urbanistica Hausmanniana, urgeva porre rimedio a gravi situazioni di saturazione dei camposanti. Morale: sei milioni di cadaveri, trasportati nottetempo dai cimiteri traboccanti. Tibie. Teschi. Costati. Tutto alla rinfusa. Senza alcuna iscrizione. Senza alcuna indicazione di luogo. Per mesi e mesi, inizialmente. Poi, con minor frequenza – secondo il bisogno. Questa prassi cessò appunto con le manovre urbanistiche di fine ottocento. Fu istituito un ispettorato, che provvide alla ristrutturazione e alla manutenzione delle cave, fornì un minimo di segnaletica e organizzò con il comune un sistema d’archiviazione e controllo. Il risultato è quello che si può vedere oggi anche in film come quello di cui parlavi, immagino, con tutti qui teschi urlanti imprigionati nel magma delle pareti, trafitti e crivellati dalle altre ossa… Sai che dev’essere ambientato lì sotto anche La jetèe, il capolavoro di Chris Marker?, dice Gioia, mentre ci dirigiamo, attratti dall’esposizione delle Grazie di Cranach il Vecchio, di recentissima acquisizione, verso i padiglioni dedicati alla pittura fiamminga; anche perché, continua lei, in tempo di guerra, nelle Catacombe, si nascondevano i partigiani della resistenza. Un luogo di sinistra oltre che sinistro, insomma. Hai sentito, no?, l’amico di Adamo: prima di imboscarvisi con le morosette, ci andava a cercare i giornali porno!, concludo, quando ormai ci troviamo al cospetto del ciclo pittorico commissionato a Pieter Paul Rubens da Maria De Medici. Che potenza!, esclama Gioia, estraendo dalla borsa la guida. E che ridere!, faccio, scorgendo fra le sue labbra la farfallina di un sorriso. Non so se si tratti del contrasto fra la rubiconda tronfiaggine della Reggente e la smilza, bonariamente sparviera silhouette di Enrico IV – immortalato, per esempio, allorché riceve il ritratto di Maria (si sposeranno per procura) e, come recita il titolo, si lascia disarmare dall’Amore. Oppure dello straordinario impatto di tanta pirotecnica prosopopea a fronte di quel che il contenuto delle raffigurazioni, pur con tutta la buona volontà, lascia trasparire (vicende contorte, mortifere, faidesche, perfettamente in linea con un secolo che non per niente è detto “di ferro”). Ma qualcosa in questi quadri ci risulta irresistibilmente comico e l’umore, ristabilitosi nei sotterranei, volge decisamente al frizzante. Non mi hai più detto come è andata a finire la storia dei ragazzi perduti, dico, facendomi consegnare la guida e insistendo, a gesti, per soffermarci un po’ di più. Gioia, però, è catturata quanto me dalla magnifica parata Rubensiana, e malgrado tenga costantemente d’occhio l’orologio, lascia sfumare la domanda. Non aleggia un po’ lo spirito di Katia Ricciarelli?, sogghigna. Ma no, dai!, faccio, che c’entra?, reprimendo una sganasciata. A suscitare la mia ilarità, le dico, non è, in sé, il realismo – a un passo dalla crudeltà – dei ritratti; o le necessità in materia di idealizzazione del corpo femminile, onde minuscoli seni virginei e opulenti deretani inneggianti alla fertilità, che immagino paragonabili a quelle che inducono molte signore d’oggi ad adeguare vistosamente, con botulino e altri ritrovati, labbra, seni, glutei e via discorrendo. Si tratta di un eccesso, anche soltanto nella commistione allegorica di cristianesimo e paganesimo, che trascende questi elementi e fa da contrappasso all’estenuante contrattazione cui il pittore, per armonizzare le intenzioni della committente alle preoccupazioni dell’establishment e le sue urgenze poetiche, dovette far fronte. Tesoro, fa Gioia. Non credo sia possibile applicare i nostri parametri, il nostro pornocentrico tipo di condizionamento, intendo dire, allo spirito dell’epoca. E’ possibile, tuttavia, sempre sia questo ciò che ti stai domandando – non si rendeva conto di essere ridicola? – che nell’ambiente in cui si muoveva, una persona come Maria potesse piacere. Il manierismo aveva del resto già imposto modelli di bellezza che la regina – donna sofisticata, oltre che potente – non solo bene incarnava ma, attraverso il barocco dei suoi pittori, probabilmente incoraggiò. Qui leggo che Enrico IV era un notevole buongustaio, in fatto di donne; e d’altra parte, faccio, sette figli, quanti sono quelli da lei avuti devono pur significare qualcosa. Anche Maria in ogni modo non scherzava, ad appetiti, se è passato alla storia l’aneddoto del bacio alla francese rifilato alla nuora, la prima volta che ne vide la bellezza. Neoplatonica! Così pare. Purosangue fiorentina! Non solo a concezioni filosofiche, ma soprattutto a sostanze. La sua maggior rivale, madre di un altro figlio di Enrico IV, ma assai meno ricca e quindi messa da parte, chiamava Maria “la grassa banchiera”. Erano le allegorie, dico più tardi, dopo aver passato in rassegna molti dipinti d’ambientazione domestica, per lo più protestante, profondamente borghese. Era il contrasto fra la magniloquenza autocelebrativa e il parsimonioso realismo dei ritratti, a farmi ridere. Come vedere la faccia di Berlusconi scaturire dal fisico anabolizzato di un culturista, o quella della Bindi, dal corpo siliconato di un’odierna pin up – o di una diva del cinema!, dice Gioia, indicando la folla brulicante intorno alla Gioconda. Ti pare? Cosa? Un casino del genere!, dice, sorpresa e un po’ disgustata. Non te l’aspettavi? Ovvio. Ma ogni volta ne resto sorpresa. Sembrano proprio le scene che si vedono al photocall della Mostra del Cinema. Ci manca solo che si mettano a chiamarla. Monna Lisa!, ehi!, Lisa!, qui!, da questa parte!, anche noi!, Lisa!, ancora uno!, Lisa!, qui! Ci imbattiamo in scene d’analogo fanatismo, rese ancor più spettacolari dalla collocazione, in cima a un’imponente scalinata, con la Nike di Samotracia. Spintoni, brusio, bambini che corrono, genitori in posa, sgridate, risate, urla, svenimenti. Via!, faccio. Andiamo a trovare gli antichi romani. Strada facendo passiamo in rassegna reperti di altre grandi civiltà e uno smarrimento incantato, saturo d’infanzia, prende saldamente consistenza. La spropositata grandezza del museo, lo stato di conservazione di reperti di gran lunga più antichi di quelli della Grecia classica o dell’antica Roma, la loro varietà, il senso di presenza, di attualità che talora – in particolar modo per tutto quel che concerne la cura del corpo femminile – da essi promana, è davvero stupefacente, e quando ci soffermiamo presso ritrovamenti che risalgono alle più antiche dinastie egizie, attestate a quattro millenni prima di Cristo, addirittura spaventoso. Frattanto, eccoci davanti ai tantissimi busti di imperatori che da Augusto, passando attraverso il secolo aureo, l’età dei Severi, l’epoca di Diocleziano, quindi quella di Costantino, fino all’ultimo grande imperatore “unitario”, Teodosio, si susseguono pazientemente: fu per me uno dei primi e più grossi shock culturali – superiore a quello legato alle glaciazioni, alla sparizione dei dinosauri e di tutte le strabilianti forme di vita che popolavano il loro universo, oltre che alla trepidante emersione di forme viventi completamente nuove, quasi altrettanto pazzesche, seppur sminuite, ai miei occhi, dal non rivelarsi altrettanto grandiose delle precedenti – quello della trasformazione, dell’ottenebrazione e della sparizione di una civiltà che, nella fantasia, alimentata dai racconti di mio papà, non aveva molto da invidiare alla nostra: anche i romani, mi raccontava, avevano la posta, i grattacieli, il supermarket, lo sport; anche i romani, diceva, avevano avvocati e tribunali, taxi e corriere, piscine e stadi; e quando arrivava l’estate andavano in ferie – al mare soprattutto, ma anche al lago e in montagna! Benché da bambino mi affascinassero molte altre civiltà del passato e, per esempio, nomi come Samarcanda mi facessero rabbrividire di misterioso piacere, fantasticavo spesso intorno al fatto che se l’uomo avesse finalmente inventato una macchina del tempo (che immaginavo come un dispositivo a modulazione di frequenza, simile alle radioantenne sventolanti sulle automobili), affinché le famiglie potessero trascorrere le vacanze, invece che in una località o in una nazione differente, in una civiltà a scelta fra le tante esistite fino a oggi, ebbene, non necessariamente la mia preferita – come competere con le piramidi, le sfingi, le mummie, i sarcofagi, e il mistero dei geroglifici? – ma certamente l’unica in cui non sarebbe stato troppo traumatico vivere se, per qualsiasi motivo, mi fossi smarrito e i miei fossero tornati a casa senza di me, sarebbe stata quella dei romani dell’età imperiale. E mentre, sfiorando i volti di marmo, racconto a Gioia di come, da piccolo, quella grecoromana mi sembrasse, fra le antiche civiltà, la più simile alla nostra, e cioè in qualche modo la più “intelligente”, in virtù della decisiva capacità di riprodurre i corpi e le cose con esattezza, così come sono, mi tornano in mente alcune delle domande con cui, fino alla fine delle medie, durante i lunghi pomeriggi estivi, mi accadeva di tempestare mio padre. Perché gli uomini di secoli meno antichi, non vedevano le cose come le vediamo noi? Com’era possibile, dopo tutta la fatica fatta per imparare a copiare, disimparare sia la figura del volto che quella del corpo umano? Come si poteva preferire il modellato di un volto come quello di Teodosio a quello, di duecento anni precedente, che raffigurava Antonino Pio? Com’era possibile arrivare a non riconoscere più la differenza fra il verde e l’azzurro? Non sembrava una specie di malattia quella che aveva colpito gli occhi e le mani degli scultori tardoimperiali? O erano i corpi a essersi trasformati? E perché, osservando il progressivo decadimento della pittura della scultura dell’architettura andar di pari passo con quella della scrittura, dei costumi e persino dei corpi, si lasciò che tutta la sapienza e, in un certo senso, la salute, fino ad allora accumulate, conservate e trasmesse, deperissero fino alla totale scomparsa? E tuo padre, dice Gioia, cosa ti rispondeva? E chi se lo ricorda? Quand’era stanco e voleva farsi un po’ gli affari suoi, credo la mettesse sul pedagogico, dicendo con qualche sorniona enfasi che certe cose accadono quando si smette di studiare o di allenarsi; altre volte però, in relazione ad altre faccende, diceva che nemmeno la serietà e tutto l’impegno del mondo si rivelano sufficienti, e che c’è sempre qualcosa di cieco, di invisibile, di misterioso in quanto gli uomini fanno e disfano. Mi par che non faccia una piega, sussurra Gioia. Io però ci stavo male, sai. Quasi come quando la nazionale perdeva, o lui si lasciava superare da qualche conoscente, in autostrada, dopo che per tutto il pomeriggio, con i figli, giocando, non avevamo fatto che sfidarci. Pensavo che non si impegnasse abbastanza, che non fosse interessato alla competizione o che, come sentivo dire talora a mia madre, fosse uno che si accontentava; un giorno, tornando da una scampagnata, seminati dalla fiammante Alfasud dei conoscenti, arrivai a dirgli: dove andremo a finire, papà, di questo passo? La risata di Gioia echeggia fra le antichissime croste di pietra cesellata, le steli e i geroglifici sbiaditi di una della tante sale dedicate all’antico Egitto. C’è poca gente dove ci troviamo e, anche a causa dell’ora, prossima alla chiusura, non sembra esserci ombra di personale. Passando in una sala in cui è conservato un sacello impreziosito da intarsi scultorei e geroglifici, una di quelle cosmiche stanze da viaggio che erano le tombe dei notabili egiziani, una meraviglia scavata ed estratta per intero, come un organo o una protesi dalla base di un’altura (quindi imballata, trasportata e ricostruita, fra le pareti di quest’ala del Louvre), da una grande finestra, scorgiamo il primo di un novero di cortili serrati da mura balconate, ministeriali, le cui superfici sono completamente impegnate da piantagioni di reperti provenienti da ogni parte del mondo e protette da teli di nylon o di stoffa bianca sui quali, simili a bandierine, nella grigia luce militaresca, sventolano cartelle, tagliandi e fogli imbustati. Cercando di trovare la via per uscire dal museo, siamo quasi tentati di perderci: aveva ragione Cahier, faccio, quando abbiamo ormai guadagnato la strada maestra, il trafficatissimo boulevard della pittura italiana rinascimentale; aveva proprio ragione, faccio, Cahier, a dire che non si poteva non visitare, anche solo di sfuggita, questo posto. Quasi che intorno a una sia pur superficiale immagine di Parigi, da conservare nella memoria, sarebbe mancato qualcosa di elementare riguardante il rapporto di questa città, oltre che di questa nazione, con l’umanità intera. Anche a me, dice Gioia, avevano impressionato le sue parole, la prima sera, in quella birreria. Non me le aspettavo da lui. Ricordi?, faccio. Sembra passato un mese!, dico, mettendo il piede sulla scala mobile che dal grembo della piramide di Ieoh Ming Pei, smista la fiumana verso gli snodi della sotterranea. Abbiamo ancora due ore, prima di prendere il treno. Le valigie, già fatte, attendono nella hall dell’albergo. Ci avanzano i soldi per un tassì e un ultimo giro di Leffe, nelle viuzze tranquille del pomeriggio domenicale. Di fronte a noi, davanti alla piccola tettoia del bar, il marciapiede rabbuia di pioggia.

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