lido – 011-1

5 settembre 2011

Sessantottesima Mostra internazionale d’arte cinematografica della Biennale di Venezia.

Umore così. Perdo cose, prendo acqua, strappo vestiti sugli spigoli, pronuncio frasi insulse come: eh si, quello è proprio un autore godibile. C’è da dire che mi trovavo a una cena mondana, anche se molto tranquilla. Seduto al fianco della più potente donna del cinema italiano – molto diavolo veste Prada, in effetti. Alla quale, in tutta sera, a malapena sussurro: temo d’averti rubato il gelato. E lei, sempre di spalle, intrattenuta dal principe Maurice intorno all’equivoco aroma di un prodigioso antirughe: no, tesoro, sono io che te l’ho lasciato. Faccio di peggio, benché me ne importi poco (coeteris paribus, mi scoccia assai più parlare come non faccio, e di letteratura!, che inanellare una gaffe dietro l’altra) allorché i commensali, lusingandola, caldeggiano la promozione di un direttore donna al guida della prossima edizione della Mostra. Che bello!, cinguetto. E chi potrebbe essere? – in una secca d’assoluto silenzio (il tipico strappo del calzone elegante, venuto col tempo un po’ stretto). Niente paura. La sera seguente siamo ancora fra gli invitati. Gioia, perfetta, sequestrata all’istante dal padrone di casa. Il sottoscritto in compagnia d’ottimo cibo, ottimo vino, e soprattutto del buonumore di due commensali alticci e anziani – marito e moglie – in vena di amenità. Durante questa prima settimana di Mostra ho visto diverse opere non convenzionali. Sia contemporanee, nella sezione Orizzonti, sia datate, nella sottosezione retrospettiva dello stesso Orizzonti, dedicata al cinema alternativo italiano del periodo 1960-1978. Fra le altre, due mediometraggi di/con Carmelo Bene e un davvero splendido Canto d’amore di Alfred J. Prufrock; un lungo documentario, un po’ caotico, ma corporalmente aderente, di Paolo Brunatto, prolifico cineasta underground, qui a una delle sue prime, amatorialissime prove: Vieni dolce morte (dell’ego), incentrata su un viaggio in Nepal d’appeal molto ex-generazionale; e soprattutto tre mediometraggi dei fratelli Garibba, pieni di una grazia stralunata e inintaccata dal tempo, formalmente perfetti, specie se si tiene conto che si tratta di lavori svolti durante, o immediatamente dopo, la frequentazione della scuola del Centro sperimentale di cinema di Roma, ai quali per altro si ispirò il primissimo Nanni Moretti, inaspettatamente in sala, fra il pubblico. Il Direttore, Marco Müller, tiene molto alla Retrospettiva e in sala è più volte tornato a parlare, come aveva fatto a Roma, in conferenza stampa, di un cinema fluido, liquido, mescolato alla vita. Di macchine da presa che passano, per così dire, di mano in mano, oppure ristanno fra le mani di qualcuno che è parte integrante di ciò che riprende. Tiene molto anche a Orizzonti – di cui, come dicevo, la Retrospettiva italiana costituisce una suggestiva partizione – perché è lì, cioè nella sezione Orizzonti, che allo sguardo succede qualcosa. E in poche frasi, di presentazione in presentazione meglio congegnate, ipotizza e prova a significare il campo di possibili risonanze fra certo modo – fuori dall’industria e dai circuiti dell’ufficialità – di fare cinema negli anni sessanta-settanta, e quanto effettivamente accade o potrebbe, latu sensu, anche “politicamente” accadere (alla visione, e per mezzo della visione) con le attuali, domestiche disponibilità tecnologiche. Quando assisto alla proiezione di We Can’t Go Home Again di Nicholas Ray, il cui difficile, avventuroso restauro viene accolto, in anteprima mondiale, dagli applausi di un pubblico scelto e numerosissimo, comprendo meglio ciò che Müller – affermando che immagini come quelle di Nicholas Ray rivelano una contemporaneità superiore a quella d’autori, sia pure eminenti, ancora in piena attività – sembra auspicare. O, quanto meno, ciò intorno a cui tenta di promuovere una riflessione. L’ideale osmosi di cinema e vita che la cultura di un tempo ricercava “in comune”, e che oggi, in un clima divenuto, si direbbe, irreversibilmente individualista anche a causa del valore simbolico assunto dalle stesse tecnologie che potrebbero renderlo praticabile, trova indubbiamente, sul piano storico, un autorevolissimo riscontro internazionale. Benché, anche soltanto guardandomi intorno, mi capiti di pensare che una cinepresa passante di mano in mano presupponga e alimenti situazioni culturali, sociologiche e antropologiche agli antipodi rispetto a quelle collocate sia a monte che a valle – per fare un esempio forse troppo banale – della spasmodica propagazione di smatphones con telecamera strafica, il tema proposto mi sembra vastissimo, oltre che affascinante, e mi riprometto di seguirne l’evoluzione il più diligentemente possibile. Quando Gioia stacca il lavoro, la sera, andiamo a vedere un paio di film in concorso. Le sento ripetere spesso il termine “negoziato”, e la ascolto ragionare, man mano che le pellicole si avvicendano, in relazione a un reale, inteso soprattutto come datità, che la negoziazione su esso esercitata, finisce per obliterare. Qualcosa bolle in pentola, penso, sentendola insistere sul potere di condizionamento esercitato dalla narrazione parlata sul residuo di reale sedimentato nell’immagine. Spero trovi il tempo, appena finito il trambusto, di scriverne un po’. Le sono piaciuti abbastanza i film di Clooney e di Polanski, ma ha sentito maggiormente l’urto di A Dangerous Method di David Cronenberg, e del bistrattato Un été brûlant di Philippe Garrell che, francamente, non ho ben compreso, ma sarà, temo, una delle pellicole di cui finirò per sentir parlare di più. Mi piace quando si spengono le luci. Non so perché, ma mi piace di più qui, specialmente di mattina o di mezzo pomeriggio, che non al cinema, la sera, in città. Al risveglio, quando accompagno Gioia al lavoro, è bellissimo sentir stormire le chiome dei grandi pioppi svettanti sul viale. Mettono pace, voglia di chiuder gli occhi, lasciarsi cullare. Del resto, appena girato l’angolo, è il solito caos, sicché se non c’è qualcosa in sala da andar subito a vedere, mi allontano a grandi passi verso uno dei bar defilati scoperti gli scorsi anni. Qui sbrigo la programmazione della giornata seguente – così da poterla rettificare con i consigli di quelli che, lavorando, accedono alle proiezioni prima di me – quindi faccio affidamento su qualche pagina di Proust, che riesco finalmente a godere, per rimettermi su binari più confacenti alle mie abitudini. L’appartamento in cui abitiamo è lo stesso di due anni fa e dei primi giorni di permanenza dello scorso anno. Ci sono affezionato e ci sto bene, anche perché Gioia e io disponiamo di una stanza più grande. Daniel e Contino sono infatti riusciti ad accontentare le giornaliste di Avvenire, Rolling Stone e Radio Popolare, che avevano lamentato, sopratutto in relazione all’uso e alla manutenzione dei bagni, l’eccessivo affollamento, e si sono trasferiti con loro. Nell’appartamento, oltre a me e Gioia, ci sono tre ragazze dell’associazione salesiana di Daniel; un consigliere comunale di Padova, notaio e giornalista free-lance, che sostiene di avermi già visto e che sembra molto simpatico; e infine Cahier, in forma smagliante, malgrado sia reduce dal Festival di Formentera, dove gli hanno rubato armi e bagagli. La mattina, facendo la fila per un coupon d’accesso alla Sala grande, mi capita di incontrare una collega del cinema in cui lavoro, che mi tiene al corrente di polemiche non riguardanti questioni interne alla Biennale – come la bugia veicolata dal Gazzettino secondo la quale i dipendenti, che quest’anno si son visti vietare l’accesso gratuito alle proiezioni godrebbero, per il periodo della mostra, di agevolazioni sull’affitto di alloggi al Lido (cosa che gli scorsi anni riguardava semmai i dirigenti che, in tempi di crisi, con le suddette decisioni e il comunicato fornito al Gazzettino, hanno inteso dare un segno di sobrietà); ma esterne, come quella in materia di accessi, inerente la parificazione dei lavoratori del web ai giornalisti di quotidiani e settimanali. Parificazione auspicata, in qualche modo, lo scorso anno, dal Direttore, ma smentita, nei fatti, quest’anno. Con il risultato, in parte voluto, di incrementare la partecipazione alle sezioni normalmente disertate, e di contenere la duplicazione di servizi già abbondantemente coperti dalla carta stampata.

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2 Risposte to “lido – 011-1”

  1. Giordano said

    Allora aspettiamo una delle splendide letture di film fatte da Gioia.
    Una curiosità: Gioia scrive per qualche rivista di cinema?
    Giordano

  2. Gioia said

    Caro Giordano,
    la ringrazio molto. Lei è davvero gentile. Appena sarà finita la Mostra e tutto tornerà a dei ritmi più tranquilli, vorrei scrivere su alcuni film visti in queste sere (durante il giorno mi è, appunto, impossibile abbandonare l’ufficio per andare in sala). “Carnage”, “Tinker, Tailor, Soldier, Spy”, ma anche “The Ides of March” potrebbe essere del gruppo, e poi “Un été brûlant”, “4:44 Last Day on Earth”, e i magnifici “Himizu”, “A Dangerous Method”, “Shame”, ieri sera “Faust”, straordinario. Devo pensarci bene, però, perchè son tutti film che hanno qualcosa in comune, o quanto meno la maggior parte di loro ce l’ha. La cosa bella è che continuano, chi più chi meno, a lavorarmi in testa, il che vuol dire che sono importanti per me, mi servono e quindi mi spingono a scriverne. Io mi auguro che escano al cinema. In alcuni casi c’è già il distributore, in altri casi l’uscita sarà più complicata, ma sono fiduciosa. Le consiglio di non perderli quando usciranno, sarebbe un vero peccato.
    Per rispondere alla sua domanda, invece, no, non scrivo su nessuna rivista. Mi è capitato di pubblicare qualche saggio di poche pagine in riviste annuali o un atti di convegni, ma non scrivo stabilmente da nessuna parte, se non su questo blog. Ed è un bene, per me, che Umberto abbia deciso di aprirlo un paio di anni fa perchè questo mi spinge a scrivere, sennò tenderei ad esser pigra con la scrittura e a convogliare tutto nel discorso parlato, che essendo logorroica dura per ore. Questa cosa invece dovrebbe un po’ equilibrare la tendenza a discutere per ore attorno a un film o a un’intuizione (magari sbagliata) ma che viene colta durante una visione. Non so bene se sia così.
    Comunque la ringrazio ancora per il suo interesse.
    Un caro saluto
    Gioia

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