de professionalitate diariorum

9 settembre 2011

Ammiro quelli che, per lavoro o per diletto, riescono a scrivere con ritmi e in condizioni stressanti come quelle che caratterizzano la Mostra del cinema; li ammiro perché immagino debbano stare, con la propria scrittura, in un rapporto di grande, serena, fiduciosa intimità.

Non dev’essere agevole, penso, uscire da una proiezione, confrontarsi con i colleghi, contattare i responsabili, applicarsi al minimo d’indispensabile manutenzione mondana, seguire l’andamento delle differenti competizioni, misurare la temperatura complessiva dell’evento e, tenuto poi conto della suscettibilità, in sé intesa, della materia – cioè degli alti e dei bassi emotivi naturalmente sollecitati dalla visione di pellicole girate ora per commuovere, ora per far ridere, ora per angosciare e via dicendo – riuscire a ricavarsi ritagli di quiete, interiore ed esteriore, facendo in modo che coincidano, orologio alla mano, con gli intervalli effettivamente disponibili fra un’incombenza e l’altra. Chiacchierando, a una festa, con un giornalista loquace, al soldo di una rivista cinematografica sia cartacea che web, vengo per esempio a sapere che si tratta di uno, due, addirittura tre pezzi in una giornata; oppure, frequentemente, di cominciare il mattino ad allestire la struttura di un articolo da integrare nel corso del pomeriggio; articolo che, ora di sera, trovi modo di raccontare e valutare, con apprezzabile coerenza, i tre o quattro film mediamente in visione ogni giorno. Osservando il formicolio della sala stampa, i dintorni del Palazzo del cinema, i tavolini dei bar circostanti o anche quanto accade in appartamento dove, oltre all’ottimo notaio consigliere comunale e giornalista Andrea (qui, oltre a Il Lido e la guerra degli accreditati, anche un numero di recensioni), vedo in azione – per la loro strepitosa rivista – Cahier e l’amico Arnaud, mi succede di pensare che oltre al mestiere, alle facilitazioni offerte da una consolidata interiorizzazione di eventuali politiche editoriali, alle capacità individuali coltivate, più o meno professionalmente, negli anni, debba essere necessaria anche una notevole dose di onestà, sia nei confronti di sé stessi che dei propri mezzi. Un radicato senso della misura, del proprio limite, qualcosa di assai prossimo a un’effettiva conoscenza di sé, in assenza della quale, la fiducia nelle parole che rende possibile un così rapido svolgimento del pensiero sarebbe, se non impossibile, certamente malposta – tale da rendere il lavoro inefficace o fuorviante. Poiché è proprio in circostanze di questo genere che misuro con maggiore acutezza la labilità della relazione fra ciò che sento e le parole che dovrei utilizzare per esprimerlo, il sospetto che la forma di onestà da cui immagino origini la confidenza di una persona con le parole (e la scrittura) costituisca una dotazione necessaria tanto nel caso in cui scriva in buona fede, quanto nel caso in cui scriva in cattiva fede – in pratica: il sospetto che un’onesta relazione con la scrittura non implichi un’onesta relazione con chi legge – mi sorprende e spaventa perché interroga direttamente il mio chi, il mio cosa, e ciò che non sono. Fermo restando, ovviamente, che piacerebbe anche a me.

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