gioia su restless

19 ottobre 2011

Restless di Gus Van Sant con Henry Hopper, Mia Wasikowska, Ryo Kase, Schuyler Fisk, Jane Adams

La morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita (…)
Il montaggio opera dunque sul materiale del film ciò che la morte opera sulla vita.

Pier Paolo Pasolini

Nel cinema, come nella vita, la posta in gioco è il tempo. Per Annabel, malata terminale di tumore al cervello, il tempo a disposizione è poco: tre mesi. Il problema è: come guadagnare tempo? Le possibilità sono due (per il regista e per la protagonista): dilatarlo – come era già accaduto ai ragazzi di Elephant, al Blake di Last Days o ad Alex in Paranoid Park, tutti personaggi che vivevano il tempo come un disagio, abitando una specie di vuoto – oppure viverlo a una velocità doppia, tripla, rendendo i giorni che restano pieni come un’intera esistenza.

Sia Annabel che Gus Van Sant scelgono la seconda via. In questa impresa la ragazza è accompagnata da Enoch, un adolescente con tendenze suicide, dopo la tragica scomparsa dei genitori, che si imbuca ai funerali e parla col fantasma di un kamikaze. I tre mesi che separano la giovane dalla fine permetteranno ai due di prendere confidenza con la morte e serviranno a lei per congedarsi dalla vita e a lui per tornare a vivere.

Qualche anno fa era uscito un film di Kim Ki-duk, Soom (Soffio), lontanissimo da Restless sia per stile che per contenuto, eppure affine per la convinzione che il tempo sia manipolabile attraverso non solo il montaggio (che attiene al regista), ma l’esperienza (che attiene alla persona). In Soom un condannato a morte è visitato in carcere da una donna mai conosciuta prima. Benché il protagonista non ottenga sconti di pena riceve dalla misteriosa visitatrice un dono: l’avvicendarsi delle stagioni che lui non avrebbe potuto godere. A ogni visita la donna si presenta “mettendo in scena” una stagione, riempiendo l’ora d’aria dell’uomo di qualcosa che immediatamente si fa esperienza e dunque ricordo. La memoria, infatti, che a sua volta lavora col montaggio di esperienze, rende la vita di un uomo più o meno lunga, indipendentemente dalla sua durata effettiva. Corollario chiaro nel film di Kim Ki-duk, così come in quello di Gus Van Sant, in cui Enoch, che al funerale di Annabel vorrebbe dire qualche parola, rimane dolcemente muto e sorridente di fronte all’innumerevole quantità di ricordi condivisi con la ragazza che nel momento stesso di proferir parola gli passano davanti agli occhi, come in un film.

Gli adolescenti di Gus Van Sant, che da sempre danzano con la morte, in Restless, per la prima volta, la affrontano con consapevolezza. La luce con cui vengono illuminati Annabel e Enoch non è la luce bianca e asettica, da trauma, che accompagnava i protagonisti di Elephant o Paranoid Park. È una luce gentile, giallo-arancio, da pomeriggio autunnale. Un riverbero che serve per fissare i ricordi, così come nelle fotografie si utilizzano soluzioni chimiche per fissare le immagini. Quando si subisce un trauma, la luce da cui sembra di essere avvolti, nel brevissimo periodo che va dal colpo al dolore, non è una luce che rimane nel ricordo, è la luce di un istante, di un black out. Ripensando al trauma si ricorderà il dolore, non la luce. Questa volta, invece, la luce che inonda i volti dei due protagonisti, intenti a mangiare patatine fritte, bere milk shake alla tavola calda e a progettare il buffet del funerale, è un residuo che perdura nella memoria poiché viene identificata con una stagione della vita che va dall’infanzia all’adolescenza. In età adulta si diventa più distratti, i dettagli sfuggono, e i ricordi perdono sfumature e bagliori. Nell’ultimo film di Spike Jonze, Where the Wild Things Are (Nel paese delle creature selvagge), in cui un bambino, che ha un rapporto problematico con la madre, si ritrovava in un luogo creato dalla sua fantasia, c’è la stessa luce, invernale e tersa, emotiva più che reale. Anche per The Tree of Life di Terence Malick si potrebbero fare considerazioni analoghe. Il protagonista che, a causa di una forte depressione, ripensa alla sua giovinezza, non fa altro che ricordare l’estate profonda e senza fine che sembra esistere solo a quell’età. Le stagioni, con la luce e i colori che son loro proprie, sono sempre parte del ricordo, fungono da appiglio e sfondo.

La coppia innamorata che viene spezzata dalla morte di uno dei componenti non è certo un soggetto originale, eppure Restless si stacca dalle altre pellicole patetiche e piuttosto ricattatorie, poiché attraverso la vivacità lucida e razionale di Annabel, che studia con passione la natura e non spreca nemmeno un istante del poco tempo a disposizione, si assiste a un totale cambio di prospettiva: non la speranza di una vita dopo la morte o la disperazione soffocante di chi resta, ma la promessa laica di una permanenza nel ricordo, capace di mutare in gioia lo sconforto, la rabbia e l’autolesionismo.

Gioia

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2 Risposte to “gioia su restless

  1. marta t. said

    Ciao. Bella recensione. Ormai sei la mia guida ai film da vedere assolutamente. Questo visto al Torresino. Vale la pena. Grazie

  2. Gioia said

    Ciao Marta,
    grazie della visita e della fiducia. Sono contenta che ti sia piaciuto, anche perchè di questi tempi non c’è molto in sala. Se riesci non perdere “Faust”, che è davvero un capolavoro, e prova a recuperare “Tomboy”, che son certa ti possa piacere.
    Un abbraccio
    gioia

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