anni settanta interiori

28 ottobre 2011

(Il brano che segue, scritto, credo, nel 2005, è stato pubblicato, credo, nel 2006, nel volume, a cura di Alberto Fassina: Il viaggio dell’eroe. Il cinema e i riti di passaggio).

Ci sono due o tre film che non devo vedere perché mi mettono addosso la feria, specie quando feria non è. Fanno salire allo sterno la bolla e poi per qualche giorno stai certo che rischio grosso. Mi viene voglia di commettere atti impuri. Di desiderare la donna d’altri. Di disonorare padri e madri. E, naturalmente, di nominare il nome di dio invano. In compenso tendo a non pronunciare falsa testimonianza e, specialmente, a onorare la festa. Direi, pericolosamente. Al punto di immaginarla dilatabile all’intera esistenza. Nella forma di una vacanza. O meglio: di un trip.

I protagonisti di quei due o tre trip che non devo più assolutamente calare fanno parte, in fondo, di un’unica fricchettona famiglia e resuscitano nel sottoscritto i contorni e le (controverse) gioie di una stagione latente, dimenticata, messa a parte, dormiente, ma in qualche modo, a suo tempo, conosciuta (a volte m’illudo attraversata). Il tempo di quella stagione, in effetti, c’è stato. Almeno io credo ci sia stato. E anzi: credo ci sia stato più di una volta. Sono persuaso abbia avuto diverse edizioni e sia stato vissuto secondo differenti gradazioni. Sempre un medesimo tempo, comunque. Che – e qui è l’assillo – nella sostanza si è ogni volta – e sul più bello – rigirato su sé stesso, tinteggiandosi di un grigio plumbeo e tempestoso. Non saprei come chiamarlo, quel tempo. Anche perché non è convenzionale, ma personale. Non è reale, ma immaginario. Addirittura non è un tempo, ma un luogo. E geograficamente non delinea un luogo privato e intimo, ma pubblico e condiviso, quindi (!) convenzionale. Non saprei davvero come chiamarlo se non: anni settanta. Si tratta di personaggi come Drugo Lebowsky. O il professor Trip di Wonder Boys. O il Ben Gazzara di Storie di ordinaria follia. Questa gente ha la capacità di richiamare dalle profondità del mio letargo quotidiano il senso picaresco del godurioso. Di fare montare in me la bolla – che potremmo, incrociando Alberoni con Spinoza, definire come una sorta di stato nascente immanente. Di farmi accomodare sulle gloriose pezze al culo di in un post-sessantotto dell’anima di cui ho imparato, non senza amarezza, a diffidare. Perché loro non sono l’Italia. E io non sono l’America. Cioè: il decennio probabilmente più divertente e liberatorio della storia dell’umanità, in Italia – per il ricordo che conservo e per il racconto recuperato presso chi ha qualche anno più di me – è più affine a un incubo che a un incanto, a una psicosi che a una spregiudicata, liberatoria primavera. E a parte il rimpianto per l’occasione perduta (cosa che ho sentito dire alla tele, questa, dell’occasione perduta), sembra rimanere gran poco di cui aver nostalgia. O di cui valga veramente la pena serbare memoria. Se non appunto come avvertimento, lezione. Come cosa da rammentare affinché non accada mai più (anche questo ho sentito alla tele). Io, come l’Italia, ho anni settanta grigi. Pieni di terrore e contraffazione. Di violenza ideologica e rabbia nichilista. Nonostante tutte le favolose premesse i miei anni settanta interiori sono di piombo: pugni in faccia, risvegli in tuffi di sudore, incidenti in moto e in automobile, ferri conficcati nei polpacci, sputi sanguinolenti in testa a puttanelle politicizzate, maldestri tentativi di suicidio, animali smembrati, capocciate su cassonetti dell’immondizia. E poche signore. Poca dolcezza. Poca poesia. Poca bellezza. Un malvagio miscuglio di realtà e immaginazioni. Un sacco di castrazione. Quando, con le migliori energie e i migliori auspici e la più innocente disposizione alla gratuità mi abbandono ai miei anni settanta, accadono risse alle letture pubbliche. Finisco sulla prima pagina del giornale locale. Mostro il cazzo a vergini invitate dal coinquilino per parlare, insieme con la ex professoressa – del coinquilino e della studentessa – della mia scrittura. Faccio volare dalla finestra la tesina. Vengo preso a cazzotti e buttato fuori dall’abitazione in cui dimoro da otto anni. Nonostante vi faccia ingresso all’insegna della festa, dai miei anni settanta interiori esco sempre malconcio. Ma allora perché vedere Drugo che quando prende una botta fa il sogno più bello, o il professor Trip che cammina nella neve con la caviglia mangiata da un cane, o l’immenso Henry Chinasky – Charles Serking diventare un microbo nutrito a patatine che entra nella vagina di una megera uscendone più vivo di prima, perché questi cinedeliri mi riempiono di una nostalgia lacrimosa più paradossalmente autentica e lieta di quella che provo per me, per come ero e come avrei potuto essere, per l’enormità che cresce ai fianchi, lontana da ogni grazia – la qualità suprema di Drugo e tutti gli altri – fra passi ciechi e percorsi quotidiani avvitati su sé stessi? Cosa mi fa il cinema, cosa cerco, cosa posso desiderare mi faccia e cosa effettivamente mi fa, quando funziona, il cinema, se non, appunto, farmi? Per questo odio il cinema. E’ il peggio. Il peggio degli anni settanta.

 (Dai, scherzo!)

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2 Risposte to “anni settanta interiori”

  1. renerzigher said

    ahhhh… Maledizione… a chi lo dici…

  2. umberto said

    Rener, mannaggia! Quanto tempo!

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