la speranza di vita attualizzata

6 gennaio 2012

(Grazie all’intercessione di Alberto Fassina – che l’aveva in qualche modo commissionato – il natalizio racconto che segue venne pubblicato, in versione molto ridotta, nel settimanale della Diocesi di Padova La Difesa del Popolo, per il numero dedicato al natale 2000 – se non erro. Si tratta della mia prima cosa pubblicata. Sotto diversi aspetti, attinenti specialmente al controllo del “mezzo”, è a mio parere inferiore al coevo Falso Scrittore|Sacco di Merda. Ci ho lavorato del resto assai meno e la marcia all’instabile conquista della propria steppa presenta spesso, immagino, anche nella fase “gloriosa”, svariati contraccolpi. Ho integrato le parti tagliate dalla Difesa apportando alcune migliorie, soprattutto per quanto riguarda la ripetizione di azioni o affermazioni già espresse. Sono intervenuto invece più marcatamente nella parte iniziale in relazione alla sintassi. In buona sostanza, però, il testo si presenta com’era per lo meno nell’ultima, ritrovata “brutta copia”).

Ci sono sere che nei posti in cui mi sono proposto di andare non riesco a metter piede e può accadere che rimanga rintanato per ore da qualche parte nei paraggi. Finisce che il locale chiude e io me ne torno a casa distrutto, come avessi bevuto l’ira di dio, mentre sono rimasto lì intorno mezzo paralizzato ad aspettare non so cosa e senza riuscire a spiegarmi il perché. I giorni fra natale e capodanno però sono spesso più complicati degli altri e sebbene il vuoto dovuto all’attesa possa indurre chi si sente in difficoltà a un isolamento maggiore, cioè a sterminare quanto gli accade intorno, quella sera mi sentivo chiuso in una solitudine tanto secca e legnosa che se non l’avessi allentata avrebbe fatto da combustibile a sicuri deliri, sicché per ammorbidirne il guscio, promettendo di stare attento a me stesso, ho optato per qualche bicchiere alla Madrugada.

Nella stradina, bagnata di pioggia, tirava un gran vento. La situazione, da dietro la vetrata, sembrava assai placida e il giallo sonnolento della luce, appena vivacizzato dai filamenti riflessi dei boa decorativi che ornavano i colli delle bottiglie sulla specchiera, era a suo modo invitante. A parte Giusy, la barista, nel locale scorgevo soltanto Gamba, un uomo di mezza età con cui avevo parlato al massimo quattro o cinque volte, le quattro cinque volte che avevo messo piede nel bar. Non ricordavo che lavoro facesse e non mi era ben chiaro, in generale, come la pensasse; sapevo però che non aveva una donna, poiché me ne aveva parlato in un’altra occasione e per questo, che poi, pensavo, significava tutto il resto o, almeno, tendeva a trascinare con sé tutto il resto, stava assai male. Il viso, grigio e irruvidito dall’acne, era però rischiarato dall’incerta dolcezza dello sguardo e i capelli, dei quali non era rimasto che qualche ciuffo brunastro, gli donavano un aria un po’ cerebrale. Stava chiacchierando pigramente con la barista, che gli dava le spalle, ma la discussione sembrava arrancare e Giusy, incerta se chiudere anzitempo il locale, riluttava a dargli corda. La speranza attualizzata di vita?, faccio allora, cogliendo al volo l’ultima frase. Gamba mi soppesa, passando una mano sotto il mento. Sai cos’è?, dice, sistemandosi di profilo rispetto al banco e frontalmente rispetto a me. No, rispondo. Sembra interessante, però. Almeno è una buona notizia, fa Giusy. Lo è? Certo che lo è, dice Gamba, alzando il boccale vuoto, in direzione di Giusy, intenta a digitare un messaggio. Speranza, dice Gamba. Speranza concreta. Quanto puoi sperare di stare al mondo. La speranza di vita aggiornata al tasso di sviluppo tecnologico. Cosa prendi?, domanda Giusy, appoggiandosi al banco con un sospiro d’apprensione. Nardini, mi anticipa Gamba. Giusy, severa, rimane immobile. Gamba è alcolizzato, penso, ma a parte il ruvidore dell’acne – che conferisce al volto un aspetto barbuto anche quando è sbarbato di fresco – non mi pare affatto messo male: il colorito, nella luce soffusa, sembra più che passabile e sotto il piumino grigio scuro, annerito, sulle spalle, dalla pioggia, oltre a un bel cardigan di lana beige, indossa una sobria camicia bianca a righe azzurre. Idem, faccio a Giusy, sbottonando il giaccone. Bene, fa lei, fissa e accigliata. Poi però lascia affiorare un sorriso. Alla sua destra, sull’orlo del banco, il piccolo pino pieghevole si illumina e rabbuia ritmicamente. Gamba sgocciola in gola l’ultimo filo di birra. Sembra contento della mia presenza, e tirando le labbra sugli incisivi in un suo tipico modo, dissente: davvero allucinante, però, a pensarci. Sentivo stamattina, alla radio. Mi sono fermato ad ascoltare. Aggiornamento della speranza al tasso dello sviluppo, dicevano. Sentito anch’io!, fa Giusy, di spalle. Mah, faccio. Sarà anche una bella notizia. Niente di peggio della speranza, però, per mettersi in ansia. Almeno per me, dico, alzando il bicchierino. Giusy si ferma a guardare il mio riflesso fra i filamenti argentati della specchiera. Speranza, cioè attesa, cioè progetti. Ansia, insomma. Non fa per me, bofonchio, ma da come mi guardano capisco che sto sbagliando. Allora alzo il bicchierino e con un cenno augurale lo butto giù d’un sorso, simulando un brivido. Fuori, intanto, il vento si dà da fare. Lo si sente fin quasi barrire fra gli angoli dei palazzi e i bandoni con i lumicini e le scritte natalizie, stesi sopra la strada, immagino, oltre che da Giusy, dagli altri negozianti – la tabaccheria, la lavanderia, la ferramenta, la fioreria – oscillano vistosamente. Vien giù tutto, faccio. Ah, per me!, sussurra Giusy, lanciando un’occhiata fugace, mentre il videopoker, nella penombra che avvolge la parete opposta del bar, si risveglia, canticchia e torna a sonnecchiare. Giusy alza il volume della radio. Buon segno, penso. Mi dispiacerebbe se poco fa avesse avvertito i suoi che torna prima del solito. Frattanto, allo stato attuale, dice Gamba, in Italia, la speranza standard di vita per le femmine è attorno ai settantotto. Ottantadue, dice Giusy. Anch’io sapevo settantotto, faccio. Ottantadue. Sulla parola, ragazzi. Ottantadue, allora. Per i maschi invece è sui settantaquattro. Io ero rimasto a settantadue, faccio. Settantaquattro, dice Giusy. Credevo settantadue. Settantaquattro!, taglia Gamba. Nardini, faccio. Grazie, fa Gamba. Grazie Giusy, dico. Settantaquattro, dice lei. Okay, settantaquattro. Allora, riprende Gamba. Settantaquattro è l’attuale speranza standard di vita. Adesso come adesso uno che viene al mondo qui da noi, in Italia, Germania America eccetera, insomma, nel mondo normale – normale? – nel mondo nostro, nel mondo sviluppato – ‘date a cagare, dai – insomma un italiano, va bene? – va bene – un italiano può sperare di campare settantaquattro anni. Così si dice. No. Così si sarebbe detto. Grazie Giusy. Qui infatti entra in gioco il tasso di sviluppo, fa Gamba, appoggiando il sedere sull’alto sgabello e strattonando i calzoni, attaccaticci, sulle ginocchia. Lei dissente, ma versa un bicchierino di nardini anche a lui. Ai suoi piedi, fra sgabello e banco, c’è il casco. Sul marciapiede, fra una panda bianca e una mercedes argento, ho intravisto lo scooter. Deve avere preso acqua, penso. Dev’essere qui da un pezzetto, perché sono uscito di casa quando ha smesso di piovere. Sviluppo di cosa?, fa Giusy, versando del rhum in un bicchiere di vetro grosso e lavorato. Sviluppo di tutto. E’ lui che attualizza. Il tasso dello sviluppo. Che significa appunto sviluppo totale. D’istinto, guardo il telefonino di Giusy. Non pensare alla grande scoperta, mi rassicura Gamba. Il telefonino?, penso. Non si tratta di clonazione, ibernazione, elisir di lunga vita. Ma dell’insieme, dello stato d’insieme. E’ l’insieme che conta. Tante cose che vanno sempre meglio. Piccole cose. Così piccole che non ce ne rendiamo conto. Ma vanno meglio. Sempre un po’ meglio. Tutte insieme. Come no, dice Giusy mescolando la coca-cola. Va meglio. Sempre un po’ meglio. E il fatto che le cose vanno meglio, fa Gamba, ci fa sperare che andando avanti vadano meglio ancora. Meglio ancora?, chiedo, ghignando. Salute!, dice Gamba. Salute!, risponde Giusy. Durata!, dice Gamba. Durata anzitutto!, e buttata giù la grappa, fa schioccare il palato. Chissà. Il cibo, per esempio. Le medicine. Una volta si viveva meno. O no? Ah, per me!, dice Giusy, allargando le braccia, si sarà vissuto anche meno. Quando era peggio era meglio!, sorrido. Giusy mi corrisponde. Gamba invece rabbuia. Cazzate, dice. La storia, incalza, la vera storia sta in questo: che l’attualizzazione ha una periodicità quinquennale. Cioè? Cioè ogni cinque anni scatta un aumento in speranza. Ogni cinque anni? Ogni cinque la speranza aumenta. Ogni cinque anni, grazie al tasso di sviluppo, scatta la speranza!, fa Gamba, tendendo il labbro superiore sugli incisivi. Hai presente l’anzianità in busta paga? Si. Ecco, aggiungi uno! Uno? Uno. Capito? Aggiungi uno ogni cinque. Non so se mi spiego. Ogni cinque aggiungi uno. Giusy sorride: mai vista una busta paga, dice. Gamba sistema il culo sullo sgabello. Volitivo. Si raccoglie per l’offensiva. Lei sta sciacquando tazzine e bicchieri sistemandoli su delle grigliette di plastica bianca. Di tanto in tanto succhia un sorso di cocktail dalla cannuccia. Il ghiaccio che sbatacchia e appanna il bicchiere fa venire i brividi. Che anno sei?, mi fulmina Gamba. Sessantasei, faccio. Sessantasei. Trentaquattro, dice Giusy. Come me. Trentaquattro, giusto?, dice. Giusto, le faccio. Lei annuisce. Lui ingoia d’un fiato. Sei nato nel sessantasei, no? Cazzo, te l’ha appena detto!, sbotta Giusy, inaspettatamente. Gamba ricula. Poi fa un rapido segno di diniego: non sono ubriaco, tranquilla. Giusy dissente. Porta le dita lungo il naso, stropiccia gli occhi, stanchi. Lo smalto, sulle unghie, è color argento. Le unghie sono corte. Gamba allarga il colletto della camicia. Scuote le spalle – più che fare spallucce – con piglio virile, da atleta. Batte il suo bicchierino addosso al mio e riattacca: qui sta il problema. Lo guardo: dove? Qui. In questo. Eh? Insomma: non so se è all’indietro. All’indietro cosa? Quello che vuol dirti, interviene Giusy, è che non sa se le conquiste della scienza – quello che voglio dirti, s’inalbera Gamba, roco, è che da questo momento, da questo cazzo di momento puoi iniziare a sperare di vivere un anno in più ogni cinque anni, ma questo non significa che i trentaquattro anni che hai sommato fino a questo momento implichino un cumulo di, mettiamo, trentacinque diviso cinque – nove, interviene Giusy, sprezzante – nove, Gamba, fidati – Gamba si rizza sul busto – nove, trentaquattro diviso cinque, insomma, nove – nove, Gamba, nove – nove, okay, allora: un mucchietto di nove anni in conto speranza, speranza risparmiata, messa a frutto come in banca, proprio così, o forse non proprio, in ogni modo, speranza, speranza aggiuntiva, speranza che prima non c’era. Questo non so, questo, voglio dire, questo andare indietro, non sono sicuro di questo, ecco. Una speranza retroattiva, faccio. Ecco, appunto. Non so se la speranza è – retroattiva, lo anticipa Giusy. Non è molto nella natura della speranza, in effetti, la retroattività, faccio, con un sorrisetto. Giusy si gira e a metà fra rimprovero e complicità, dice: devi bere ancora un po’, sai. Una finanza della speranza. Se ti par poco. Mica cazzate. Osservo Gamba e capisco che non devo ridere. La speranza riguarda il futuro, no?, faccio, per venirgli incontro. Questo lo offre la casa, dice Giusy. Gamba, silenziosamente, la implora. Nardini, okay, anche a te. Grazie. Grazie al cazzo!, sbotta Giusy. Lui le restituisce un sorriso tutto screpolato. Ho la sensazione che fra loro ci sia qualcosa. Che io sono la boa attorno alla quale si avvolge questo qualcosa permettendogli di fluire, girare intorno senza battere. Tocco la mano di Gamba, sottobanco. Gamba di solito mette in conto e, più o meno, alla fine, paga. Così mi ha detto Gino, che me l’ha presentato. Certe volte, però, quando esagera, non avendo da pagare subito, non gli danno più niente. Gli passo diecimila lire arrotolate. Gamba le srotola e le sventola come una bandierina. Un po’ di teatro: leggerezza. Giusy annuisce allo specchio. Se-se!, dice. Di certo, riprende Gamba, la speranza è attiva a partire da adesso. Ci siamo dentro a partire da adesso, capito?, dice, intascando la banconota. Capisco, faccio. Tasto nella tasca interna del giaccone: ho altre diecimila. Mi sembri ancora confuso, invece, fa lui, sardonico. In effetti, faccio, tastando con insistenza il fondo della tasca. Perché sei giovane. Giovane, si. Allora prendiamo chi nasce adesso, okay? Chi nasce adesso parte con una speranza standard di settantadue – settantaquattro! – settantaquattro – io sapevo settantadue – settantaquattro, ziocane! – le diecimilaaa!, sussurro a Gamba, che mostra gli incisivi e piega lateralmente il testone. Dopooo! Dopo, okay, dico, piegando a mia volta il collo. Un bimbo nato oggi, ha una speranza standard di settantaquattro. Okay? Siamo tutti d’accordo? Allora stammi attento: non è questa la speranza di vita che dobbiamo calcolare. Le cose sono in evoluzione. Cioè vanno avanti. Se le cose continuano ad andare avanti come stanno andando avanti, il bambino che nasce non avrà una speranza di settantaquattro. La sua speranza standard, a partire da ora, non sarà più di settantaquattro. Giusy lascia crollare le braccia. Altro che un grappino, sussurra. No, aspetta. Seguimi. Andiamo per eccesso, stiamo sul sicuro, facciamo conto tondo, mettiamo settantacinque. Settantacinque. Diviso cinque? Quindici. Quindici? Quindici! Bene. Questa è la sua speranza standard. Standard? Eh sì. Non ti seguo: come sarebbe a dire, standard? La standard è settantaquattro. Alla nascita, il piccolo, di speranza standard, ha settantaquattro! Ma diocaro. Vedi che non capisci un cazzo? Come fa ad avere settantaquattro? Quindici! Dove te lo sei ficcato ‘sto cazzo di quindici? Nardini faccio. Yes, fa Giusy. Gamba, gli dico: e inarco le sopracciglia: mi raccomando. Ma diocaro, ripete Gamba. Diocaro di un diocaro. Le sai fare le operazioni? Sei andato alle elementari? Offro io!, dice, sbattendo sul tavolo le diecimila. E il resto?, fa Giusy. Chi paga, il resto? Gamba forma un cuoricino con le labbra. Giusy impreca. Tasto nuovamente la tasca interna. Le altre diecimila son sempre lì. Una anche a lui!, sorride Gamba, allungandosi sul banco per darmi un buffetto. Dolore. Velocissimo. Già finito. Un pizzicotto. Solo un po’ di calore. E una sorpresa di paura e umiliazione. Mi è salito il cuore in gola. Se stringesse, con quelle mani, me la caverebbe, la guancia. Ma non sono ruvide. Né caldo, né freddo. La carne del palmo è più dura di quella del dorso. Uno schiaffo fa più male di un pugno. Usa le mani, per lavorare. Mani sasso. Mani attrezzo. Abbasso gli occhi. Gli guardo le mani. Le mani sono pulite. Gamba è pulito. I vestiti sono puliti. Profuma. Appena un po’. Ma profuma. Rialzo gli occhi. Butta giù d’un fiato. Si alza dallo sgabello. Percorrendo i pochi passi del tragitto fino alla porticina del bagno, immersa nell’ombra, aggiunge: i quindici riguardano la speranza standard attualizzata, non la speranza attualizzata semplice. E’ diverso! Gamba sparisce nel buio con un rigurgito di tosse frammista a un riso forzato. Ho nuovamente l’impressione di servire a qualcosa. Il buffetto era un’ammonizione. Vedi di fare il tuo dovere. Ma se servo a qualcosa, penso, questo qualcosa riguarda lui, non Giusy. Retroattiva, penso. Questa parola. Umiliazione per umiliazione. Il fiore dell’alcol abbraccia l’umiliazione e la mette a nanna fra i petali. Rimango con Giusy.

Proprio nessuno stasera, le dico. Arrivano più tardi, fa lei. Guardo l’ora. Sono le dieci e mezzo. In una mano tengo una sigaretta, nell’altra il bicchierino. Sono un po’ imbarazzato. E un po’ offeso, anche. A causa del buffetto. Il cui significato, immagino, è Giusy – Giusy e tutto il resto, naturalmente. E se invece servissi a lei? Per tenere a distanza Gamba. Tengo gli occhi sul bicchierino, che sfoca leggermente, mentre con la mano che regge la sigaretta tasto la guancia pizzicata. Aspetta e spera, penso. Speranza, cioè attesa. Che finiscano le feste. Che tutto torni normale. Tutto il resto. Giusy aggiusta le frequenze, esce da dietro il banco, si appoggia allo stretto ripiano di legno che corre lungo la vetrata. Il tempo schizza, dice. Schizza? Non è più quello di una volta. Nemmeno lui. Proprio difficile sentirle, le feste, con un tempo che schizza così. Io le sento, le feste, dico. E’ che non ho molto da festeggiare. Mi verrebbe da rinchiudermi, altro che festeggiare. Giusy lascia cadere. Anch’io non ho voglia di raccontare le mie rogne. Non saprei neanche da dove cominciare. Finirei per mettermi a inventare, a bere e inventare e generalizzare cercando intese e pacche sulle spalle di cui ho ancora meno bisogno che dei buffetti intimidatori di Gamba. Perché la donna cerca. Perché l’uomo vuole. E il lavoro è. E i soldi non sono. Il sistema non è. D’altronde il tempo. La vita. La verità. Apre lo sportellino sotto la cassa, tira fuori un pacchetto di sigarettine lunghe, ne accende una. Stamattina ho visto spazio 1999, dice. Sembrava lontanissimo, il 1999. Un altro mondo. Cioè completamente diverso. Pensa al 2015. E’ domani, in pratica. Proprio domani. Ti addormenti e ti svegli nel 2015. Voglio dire non è alla stessa distanza. Non ti pare? Visto dal 1979, il 1999 sembrava lontano un millennio. Potevi immaginarti un mondo diverso. Peggio o meglio, non so. Lontanissimo, però. Ma il 2015. Visto da qui, intendo dire. Sarà così, come adesso. Da quando è schizzato?, le faccio, ammiccando. Boh? Ma è così. E’ schizzato. Dal muro di Berlino, dice, dopo una breve pausa, continuando a guardare i lumicini sfarfallanti nel vento. O prima. Da quando ci sono le tivù private. Le tivù a colori. Fisso il viso di Giusy, che fissa l’oscurità oltre la vetrata giallognola, riflettente. C’è un’evidenza in quel viso, un’evidenza che le permette di dire. Cosa? Cosa?, penso. Perché la donna cerca. Perché l’uomo vuole. E il lavoro è. E i soldi non sono. E il sistema. Ma la vita. E il tempo. Come passa il tempo. Come non passa il tempo. Lei lo può dire, penso. Questo è evidente. Cioè? Cosa è evidente? Mentre sto decisamente cominciando sentirmi ubriaco, è tutto fuori posto, fa Giusy. Noi adesso dovremmo andare lentamente. E’ una cosa che mi diceva mia madre. Prima, quando sei piccolo, un anno, se ti volti indietro a guardarlo, sembra lunghissimo; in fondo, quando hai dieci anni, un anno è un decimo di quello che hai vissuto, no? Alla nostra età invece il tempo dovrebbe rallentare, intasarsi, diventare pieno. Dovrebbe diventare un tempo lento e imponente. Maturità, pienezza, lentezza. Un tempo che non si sfoglia, non cade, perché in ogni attimo tiene dentro, incorpora il tempo precedente. Invece si volatilizza. Collassa, dice Giusy. La guardo un po’ perplesso. Mi sembra di avere gli occhi appannati. Il tempo va lento se lo pensi adesso, le dico. Se adesso ti metti a pensare al tempo, ai secondi che corrono, lui rallenta, scommetti? Sorrido: è terribile! Guardo l’alberello nano che lampeggia sul bordo del banco, quasi davanti alla cassa. Apparentemente è più lento, dice Giusy, fissa alla vetrata. Però come ti volti, capisci che va velocissimo. Non dovremmo voltarci, ma come si fa? Giusy, sempre di spalle, si abbraccia da sola. Dipende dal fatto che iniziamo a pensare che dobbiamo morire, faccio io. Mi è scappato fuori, e mi mordo le labbra: ancora una stronzata!, penso, e invece Giusy, incredibilmente, annuisce. Non so ben perché ma sono in apprensione, quasi in tumulto. E’ questo che brucia il tempo, dice. E’ per questo che tutto va così veloce. Ti distrai un attimo, ed è schizzato. Proprio vero, dico. Ma non so aggiungere altro. Guardo l’orologio, sopra la porta del bagno. Tic tac. Tic tac. Eccolo lì: tic tac tic tac. Ma che cosa sta facendo Gamba? Tic tac, tic tac. Sai una cosa?, mi fa Giusy. Non è vero che il tempo del mondo è sempre uguale. Parli ancora di spazio 1999? Già. Il mondo ha tanto tempo alle spalle, e lo sa. Non fa altro che contare il tempo, e più lo conta più lui si volatilizza. Mia madre diceva che quando si invecchia il tempo prende a correre, perché si sente avvicinare il giorno della fine e così si inizia a contare il tempo e il tempo t’inganna perché tu lo conti credendo di fermarlo e lui invece si volatilizza, come inghiottito da un buco nero. Più il tempo che hai alle spalle è lungo, più quello che hai davanti corre, come una stella verso un buco nero. Ma noi dovremmo essere nel tempo lento, nel tempo grande e pieno. Noi, come persone, intendo, cioè né bambini, né adulti, né vecchi, noi intendo, dovremmo essere in un tempo grande e pieno e anche gli altri, la società, il mondo, cioè tutte queste novità, sempre più cose, più avvenimenti, più riepiloghi, riepiloghi continui di cosa è successo oggi, stamattina, a mezzogiorno, oggi pomeriggio, questa sera, venti secondi fa, e festeggiare, fare casino, esserci, perché tutto è importante, eclatante, da festeggiare, da dargli il benvenuto, sennò che avvenimento è, cosa riempie, cosa significa? Giusy d’un tratto si perde. Forse non vuole dire di più, penso. O forse sente in quel che dice stupidità e vacuità, che amareggia e stanca. Ma quanto cazzo ci mette?, sussurra infastidita, staccandosi dalla vetrata e dando un’occhiata all’orologio. Poi atteggia il viso a noia. Si dirige al video poker, che continua a svegliarsi e canticchiare la sua canzoncina, prende il posacenere lasciatovi sopra da qualche cliente, lo svuota nel bidoncino presso il banco, quindi si gira e attraversa il bar sistemandosi di fronte alla porta. Si specchia, aggiusta una ciocca e sentendo finalmente il rumore dello sciacquone, si gira e mi guarda. Ha i capelli biondi, tinti. All’attaccatura c’è la striscia bruna del colore naturale. Lieve, dà una scossa al suo corpo, con l’intenzione, appena allusa, di mettersi in ordine: le mani tendono la minigonna nera, di tessuto elastico, a coprire meglio le cosce e al contempo a modellarne la forma. Ma si accorge che la sto osservando con intenzione, e forse anche del fatto che in quel gestire c’è qualcosa che può rammentare un invito. Così incupisce, e lascia cadere le spalle. Torna dietro il banco. Offro io, dice. Quasi mascolina, incattivita. E io ripiombo nella mia condizione di ospite con l’assurdo sospetto di una qualche utilità. Cioè, settantacinque più quindici, riattacca Gamba, chiudendo la porta del bagno, barcollando. Si è dato una sciacquata. Settantacinque più quindici significa novanta, se non mi sbaglio. Esatto, sospira Giusy, osservandolo. Quindi si volta, in cerca di qualcosa da sistemare. Novanta e non settantaquattro. Ma scusa: la standard non era settantaquattro? Gamba guarda Giusy come a dirle: non gli ha spiegato niente? Settantaquattro non è la speranza attualizzata. Settantaquattro è la speranza standard! Settantaquattro è la cazzo di speranza standard di merda! Come sarebbe a dire? Ma non capisci proprio niente!, fa Gamba. Il bambino nasce adesso, interviene Giusy, pacata, appoggiando i gomiti sulla lamiera zincata del banco. Adagia il mento sui palmi e mi guarda negli occhi: se noi fossimo nati adesso, dice, la nostra speranza standard sarebbe novanta, come la paura – Gamba ridacchia – perché se la nostra vera speranza di vita standard per noi che siamo nati nel sessantasei è settantaquattro, per chi nasce adesso è trentacinque diviso cinque, quindici, cioè settantaquattro più quindici, cioè novanta e di conseguenza a trentacinque se il bimbo sarà partito da novanta in speranza attualizzata si attesterà attorno ai novanta diviso cinque diciotto più novanta centootto. Okay?, fa Giusy, rialzandosi. Rimango a bocca aperta. È chiaro, no? Gamba tossisce, distoglie lo sguardo. Ti rendi conto, suo figlio?, riprende Giusy, lucida, etilica e splendente come un tramonto. Suo figlio, ripete, assottigliando gli occhi, come a focalizzare. Suo figlio partirebbe da centootto, dice Giusy, con trasporto. Come centootto?, dico. Dipende da a che età gli nasce, no? Ma non stiamo parlando della speranza standard? Si, certo, della standard. Ma la speranza attualizzata per me è la speranza standard per mio figlio. Gesù!, faccio. La speranza è proprio l’ultima a morire! Giusy mi fulmina. Gamba intristisce. Ora sono io a tossire. In un certo senso, dice Giusy, acida. Poi sbuffa e finisce il suo beverone. Siamo tutti tre appesi a un filo, penso. Non dobbiamo fare movimenti bruschi. Soltanto ondeggiare, lievemente, con grazia. E afferrarci a qualcosa. Comunque, dice Gamba, guardandola con tutta la sua dolcezza a mezz’asta, non è così semplice. Direi anch’io!, faccio, mentre il panno ghiacciato dell’idiozia mi bagna le ossa. Gamba e Giusy si fissano negli occhi. Sento freddo, il silenzio è freddo e non sopporto nè il silenzio né il freddo e allora attacco come se con le parole potessi scaldarlo o almeno dimenticarlo, così un po’ disperatamente inizio a dire che sì, insomma, stiamo calcolando in base a un saggio uniforme, ma il saggio potrebbe avere andamento crescente cioè fra cinque anni lo stato dell’insieme potrebbe essere tale da consentire una speranza di due anni ogni cinque per esempio, o anche di tre anni ogni cinque fra dieci e comunque retroattiva o meno, che non ho capito perché non dovrebbe esserlo, retroattiva, la speranza attualizzata ci riguarda a partire da adesso, da adesso! Gamba mi guarda senza rispondere. Deglutisco, preso da un bisogno disperato di bere, e riattacco cercando di ricollegarmi a quel suo discorso sulla retroattività della speranza, era una giusta osservazione, dico, ma mentre parlo mi sento sempre più imbecille, e persino un po’ in pericolo, si, cioè, faccio, un peccato non poter cumulare i trentacinque già trascorsi ma perché non potrebbe essere. Tu ne hai trentaquattro dice Gamba, con un filo estenuato di fiato, ma io non gli bado, cioè quello però che non mi torna, in tutto questo discorso, dico, mentre Giusy, vedendo che annaspo, mi mette pietosamente sul banco un’altra nardini e assottigliando lo sguardo a suggerirmi: basta, dai, cristo!, io: almeno questo, no Giusy?, le faccio, voglio dire, le faccio, meglio l’attualizzata che niente!, in fondo che te ne fai di una standard di centootto, no Gamba?, cioè siamo arrivati fin qui, almeno possiamo sperare in una attualizzata che sia non dico buona ma almeno decente, un’attualizzata dignitosa! Stacco di colpo. Non so cosa mi abbia preso. Giusy mi sta dicendo con gli occhi: adesso basta. Mi sento come uno che parla di assassini all’assassino sapendo che è un assassino per ammonirlo del fatto che se sta parlando di assassini è proprio per metterlo in guardia del fatto che sa che lui è per l’appunto un assassino, eccetera. Cioè sto alludendo a qualcosa che non so e che in qualche pazzesco modo calamita il senso delle mie parole. Qualcosa che loro sanno perfettamente. Già, fa Gamba, versandosi da bere. Con lo sconto, dice Giusy. Grazie Giusy. Tieni, mi dice Gamba, riempiendo il mio bicchierino. Poi silenzio. Alberello di natale. Macchinetta del video poker. Gamba si guarda il palmo di una mano. Vi passa sopra il pollice, premendo. Non capisco. Non riesco a capire. Gamba passa il pollice sul palmo dell’altra mano, silenzioso. Ho una gran voglia di fuggire. Giusy e Gamba, però, versando da bere, mi invitano tacitamente a rimanere. Almeno finché non arrivi qualcuno, penso. Guardo l’ora. Tic tac, tic tac. Sono le undici e mezzo. Già un’ora? Tic tac, tic tac. La gente fa festa. Domani è capodanno. A casa, Ada e Silvano si stanno preparando per uscire. Vanno da amici. Monica starà uscendo con Nicola, il suo nuovo tipo. Mia madre, con la signora del piano di sotto. Mi dico: resta. Qui puoi aspettare. Fuori continua a tirare vento; chissà che il vento faccia come con le nuvole. I bandoni con le scritte e i lumicini oscillano senza posa. Li avranno voluti i negozianti, e quindi anche Giusy, oppure il consiglio di quartiere? Tic tac, tic tac. Continuiamo a contare. Non si fa che contare. E allora contiamo. Penso al mondo, al discorso di Giusy, poco fa e all’evidenza del mondo e del discorso nel suo bel viso. Meno è il tempo, più corre. Contandolo, si ha l’impressione di riempirlo. E lui fugge. Guardo Gamba, che tiene lo sguardo basso, sulle sue mani. Poi guardo Giusy e penso al gesto che poco fa quasi ho scambiato per un invito – come tendeva la minigonna, per dar forma al sedere. Ancora evidenza, luce nel suo viso. D’un tratto mi si compone un quadro preciso. Evidenza. Luce del suo viso. Il tempo della terra, il tempo del mondo, il tempo individuale. Il tempo che dovrebbe essere grande tempo pieno, e invece no. Tic tac, tic tac. Le guardo il ventre. La luce. Il tempo. La donna da cui Gamba è stato abbandonato è lei. Giusy è stata di Gamba. E Gamba, abbandonato, ha preso a contare. Non c’è altro. Non può fare altro. Soltanto aspettare. Aspettare Giusy. Anche se l’ha lasciato. Qui. Da Giusy. Che sta aspettando. E deve decidere. Potrebbe essere che fuori corra, ma qui, in effetti, il tempo è lentissimo. Del resto lo sto contando. E’ così che si fa. Tic tac, tic tac. Giusy mette sul banco due altre nardini. Resto in silenzio, a fare da boa.

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Una Risposta to “la speranza di vita attualizzata”

  1. Giordano said

    Che poi il buon Gamba dovrebbe tenere conto anche dello spread: 1 anno ogni 5 se sei, mettiamo, tedesco, e sì e no un paio di mesi per gli italiani.  Buon anno

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