Enrico Macioci su il suicidio di angela b.

16 gennaio 2012

(Enrico Macioci, autore della raccolta di racconti Terremoto, edita da Terre di Mezzo, e del romanzo La dissoluzione familiare, i cui primi quattro capitoli vennero pubblicati in vibrisse e che, in seguito all’interessamento di Indiana Editore, sarà in libreria, per i tipi dello stesso, a fine febbraio 2012, qualche giorno fa ha onorato di un’encomiastica recensione Il suicidio di Angela B., mio primo e unico romanzo, edito quasi dieci anni or sono e da lui letto di recente. Gli ho domandato se potessi depositarla in questo blog).

Ho letto Il suicidio di Angela B. con dieci anni di ritardo ma forse non è stato un male, poiché si tratta d’un’opera proiettata nel futuro. Il romanzo di Umberto Casadei non ho ben capito che razza d’oggetto sia, ma senza dubbio ha appena iniziato a prendere velocità, a rotolare sul pendio della cognizione e del piacere, del dolore e della catarsi; è ammaliante; è esasperante; è poetico e scurrile; è sintetico e dispersivo; è, sopra ogni altra cosa, una scommessa.
Molte opere/mondo degli ultimi decenni ruotano attorno a entità concrete: L’arcobaleno della gravità attorno a un missile, Infinite Jest attorno a un film, Underworld attorno a una palla da baseball, 2666 (anch’esso pubblicato nel 2003) attorno a uno scrittore scomparso; il Suicidio invece, unico fra questi mostri, ruota attorno a un fatto (qualcosa dunque d’irrimediabilmente accaduto, qualcosa che già fugge via, che è già fantasmatico e per sempre), un fatto peraltro che possiede la tendenza a trasformarsi in idea: il suicidio appunto. Ma cos’è un suicidio? Cosa significa, letteralmente, togliersi la vita, togliersi dalla vita, ritirarsi dal palcoscenico lasciando gli altri in compagnia del vuoto che noi occupavamo? Quali conseguenze implica? Qual è l’effetto sul mondo del nostro esistere o non esistere? Qual è la nostra responsabilità ontologica? Sta qui la scommessa di Casadei: il romanzo costeggia un buco nero, un’assenza, uno iato cosmico, traendone un’energia accecante ma a rischio continuo di spegnersi, di capovolgersi nella tenebra che pure è, che include; Casadei guarda l’abisso, e l’abisso lo ricambia.
Ecco a mio avviso la dinamo del romanzo; tutto il resto – la varietà dello stile, i virtuosismi capaci di toccare vertici estetici assoluti, le indagini psico-sociologiche, la satira della società, l’acuta analisi dell’età adolescenziale, alcune ridondanze, qualche acrobazia di troppo – fa da contorno, né si saprebbe dove eventualmente accorciare o perché; il battito cardiaco di quest’oscurissimo romanzo risuona lungo il bordo dell’abisso, il bordo ardente e feroce e letale dell’abisso; il Suicidio è un volo sopra l’abisso, è il volo di Angela giù dal cavalcavia e dentro l’abisso, ma nel romanzo Angela è per forza di cose l’unica a non parlare. Volata laggiù nella terra da cui nessuno torna, Angela non torna neppur lei, Angela non parla; Angela è il convitato di pietra anzi di nebbia (quella nebbia che torna ossessiva, quel cavalcavia immerso nella nebbia, quella tangenziale sporca di sangue e di nebbia, e infine la nebbia ch’è la gelida solitudine di Angela, il suo distacco quieto e inesorabile); Angela dunque non parla e al posto suo Casadei fa parlare chiunque, chiunque ma non lei, lei che potrebbe parlare davvero, lei che davvero saprebbe una buona volta, avendo agito il proprio essere invece di dirlo, cosa dire.
Ciò comporta un’altra riflessione. Se l’atto di scrivere è, al di là della tecnica, della fatica e persino del talento, un mistero, il libro di Casadei è un monumento eretto in onore (e a dispetto, quasi) di tale mistero. E’ un paradosso, lo so. Ma il lungo, abnorme romanzo di Casadei pencola sul silenzio, è sempre a rischio di tacersi, d’ammutolirsi per eccesso ora di buio ora di luce, è una stella cometa in viaggio sopra un mare di fosca obsolescenza, di preistorico spavento, un mare profondissimo che la cometa non può rischiarare ma tutt’al più sorvolare sperando forse in qualche riflesso, in qualche raro, dorato flutto. La parola è una faccenda seria, la scrittura è una faccenda seria, la vita è un infinito dramma e forse nessuno di noi è davvero all’altezza di parlare, scrivere, vivere; e il gesto di Angela nel suo limpido nitore, nella sua parca, selvaggia pulizia diventa la brusca denuncia dell’ineffabile, un po’ come il silenzio di Rimbaud, la follia di Holderlin o quella di Nietzsche; senza scomodare Wittgenstein, ma insomma, de Il suicidio di Angela B. non si può dire niente.
Casadei non ha più pubblicato alcunché dopo il Suicidio; non lo conosco; non conosco le sue vicende personali e artistiche. Credo però che un libro del genere richieda e anzi imponga una lucida e severa presa di coscienza sul proprio ruolo di scrittore, di lettore e di persona – che a certi livelli di serietà diventano tutt’uno. Se e quando Casadei pubblicherà ancora (la sua pausa prolungata io la vedo come un riprendere fiato, come un contemplare, dalla cima impervia onde s’è issato, lo spazio percorso, lo spazio da percorrere adesso), dovrà mostrarsi all’altezza della propria follia, la medesima che gli ha permesso di narrare, meglio di chiunque altro in Italia da tanti anni a oggi, cosa significa esistere; e di saperlo.

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4 Risposte to “Enrico Macioci su il suicidio di angela b.

  1. Giordano said

    Mi fa molto piacere che, a distanza di tanti anni, venga ricordato un libro di così rara bellezza e complessità. 

  2. “La dissoluzione familiare” non è pubblicata e disponibile in “vibrisse”: dopo quattro capitoli un editore si fece vivo, e sospesi la pubblicazione. Il volume, per Indiana Editore, sarà in libreria a fine febbraio 2012.

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