gioia sul presente ostinato: millennium e the social network

27 febbraio 2012

Millennium – Uomini che odiano le donne di David Fincher con Rooney Mara, Daniel Craig, Christopher Plummer, Stellan Skarsgård, Steven Berkoff, Robin Wright, Goran Visnjic

The Social Network di David Fincher con Jesse Eisenberg, Andrew Garfield, Justin Timberlake, Armie Hammer, Rooney Mara, Max Minghella, Bryan Barter, Brenda Song, Rashida Jones

Per essere puntuali bisogna arrivare con un po’ d’anticipo. Il breve lasso di tempo guadagnato è quello che rende chiunque giunga a un appuntamento all’ora stabilita già in ritardo. In quel piccolo spazio temporale si gioca la partita del presente. Abitanti solitari di questo regno fluido, punto di fuga di passato e futuro, dove non era o sarà ma è, Mark Zuckerberg e Lisbeth Salander condividono un’accelerazione che li costringe a staccare il resto del gruppo e vivere in un assoluto presente, mostrando via via caratteristiche più simili a quelle dell’androide che del comune essere umano, per quanto intellettualmente dotato.

The Social Network (2010) e Millennium – Uomini che odiano le donne (The Girl with the Dragon Tatoo, 2011) rappresentano, attraverso i loro protagonisti, una mutazione già attuata, che nella migliore delle ipotesi è portatrice di una genialità di ordine logico-matematico pressoché infallibile, nella peggiore di una rapidità di movimento e scelta atta a nascondere una malcelata vacuità (è il caso dei ragazzi che popolano la festa in una delle ultime scene di Greenberg o, per altri versi, di alcuni dei personaggi secondari – compagni di college, conoscenti – nei quali si imbatte Zuckerberg).

The Social Network si apre con Mark e la sua fidanzata, Erica, che discutono in un pub affollato. Il dialogo inizia ancor prima dei titoli di testa, sui pochi secondi di nero che precedono le immagini. Da quel momento, e per il resto del film, tutti i personaggi non faranno che parlare e ragionare a una velocità vorticosa, salvo Zuckerberg che, rispetto a loro, sarà comunque in anticipo, e dunque destinato a stare solo. La lunga sequenza del pub è paradigmatica, chiarendo fin da subito quello a cui lo spettatore assisterà: un’ininterrotta battaglia d’arguzie, accelerata e priva di malizia, dove chi rallenta per prender fiato è perduto. D’altra parte la creatura-ossessione di Mark, Facebook, è appunto un social network che permette agli iscritti di stare in contatto, scambiandosi brevi messaggi, foto, riflessioni telegrafiche, che funzionano nell’immediatezza dell’atto di postarli. Sono istantanee fatte di parole e immagini, che aboliscono l’ambito della discussione a favore del passaggio di informazioni. In questo modo si abbattono i tempi della trafila che porta le persone a conoscersi: si gioca d’anticipo. Ironia della sorte, il suo inventore è un ragazzo con una vita sociale nulla, che usa Facebook non per conoscere altra gente, ma per ottenere, con un falso profilo, nozioni di storia dell’arte per un esame a cui non ha tempo di dedicarsi, e per riavvicinare Erica, dalla quale era stato lasciato e che sembra ben poco interessata alla creazione dell’ex.

I dialoghi di The Social Network non hanno nulla di intimo o riflessivo, poiché produrrebbero una perdita di tempo, la parola è già azione. Quando Eduardo – co-fondatore di Facebook e unico amico di Mark, al quale farà causa per averlo estromesso dalla società – nelle prime sequenze del film chiede, sinceramente preoccupato, a Zuckerberg come si senta dopo il litigio con la fidanzata, offrendogli il suo ascolto e la sua comprensione, in tutta risposta riceve la richiesta di un algoritmo. Schermato a qualsiasi sofferenza o frustrazione, Mark si comporta come una specie di Hal 9000 ribaltato: nel film di Kubrick il computer si umanizzava fino a provare sentimenti, in quello di Fincher il protagonista perde le caratteristiche umane per assomigliare sempre più a un computer – non sente freddo, dolore, stanchezza, piacere e quando prova qualcosa, benché depotenziata, è spinto a immergersi ancor più profondamente in ciò che sta creando, il cui fine non è dato da successo, soldi, amici, ragazze, ma coincide con l’ossessione stessa (Facebook può essere sempre implementato, migliorato, non ponendo un termine alla realizzazione completa del progetto che, come dice Zuckerberg, “è come la moda, non finirà mai”).

Anche Lisbeth Salander ha relazioni sociali problematiche – a causa soprattutto delle violenze subite fin da bambina – è dotata di enorme intelligenza e prontezza, agisce con grande rapidità e detesta perdere tempo. Benché venga affiancata a Mikael Blomkvist, giornalista brillante e capace, per indagare sulla scomparsa di una donna, la ragazza ne anticipa sempre i movimenti e le decisioni, fino alla risoluzione del giallo. Mentre lui la aggiorna su ciò che ha scoperto, lei ha già letto tutti i suoi appunti criptati, iniziato a far ricerche, trovato nuovi indizi. Nonostante tra i due nasca un ambiguo sentimento, il percorso per arrivare all’intimità è totalmente annullato. Lisbeth conosce Mikael meglio di chiunque altro non per assidua frequentazione o segrete confidenze, ma per essere entrata nel suo computer, aver guardato le sue fotografie (attraverso una di queste, in cui l’uomo indossa un giubbotto di pelle nera, decide di regalargliene uno identico, molto costoso), letto la sua posta e i suoi messaggi. Le volte in cui i due fanno l’amore è sempre lei a prendere l’iniziativa, saltando tutti i preliminari, soddisfacendosi in maniera quasi onanistica, evitando le tenerezze conclusive (anche il fugace rapporto con la ragazza incontrata nel locale avviene senza parole, con pochi gesti sbrigativi, aiutati da una pasticca di extasy).

Millennium si apre con le immagini del corpo di Lisbeth, dalla consistenza liquida, che muta la propria forma, si scioglie e ricompone più volte, come fosse un cyborg, per poi scoprirne la pelle attraversata da numerosi tatuaggi, la carne bucata dai piercing, una specie di essere anfibio, appartenente a due nature distinte, una donna-macchina. Come Mark, la giovane hacker è più a sua agio con i computer che con gli esseri umani poiché la tecnologia, al contrario delle persone, è predisposta per essere infallibile, elaborare innumerevoli quantità di dati in tempi brevissimi, dare soluzioni precise.

The Social Network e Uomini che odiano le donne inquadrano in modo decisivo le generazioni di ventenni che si affacciano su questo inizio millennio e in particolare ne definiscono, attraverso i tratti dei loro precursori, il tempo che abitano: il presente assoluto. Nessun legame col passato, nessuna spinta ansiosa e entusiasta verso il futuro, tutto accade nel presente e ogni cosa deve essere riportata al presente per ottenere senso. Il passato e il futuro diventano due condizioni ontologicamente incomprensibili, prive di qualsiasi interesse, svuotate di significato. Il computer, la rete, la connessione costante, sono gli strumenti che permettono la messa in atto di un’attualità perpetua che, abolendo il trascorrere del tempo, elimina l’inizio e la fine. La narrazione in entrambi i film è affidata a una trama che funge da pretesto e si snoda in modo più o meno lineare – nel primo caso tra i flashback delle due cause intentate a Zuckerberg da Eduardo Severin e dai gemelli Winklevoss col loro socio Divya Narendra, nel secondo caso attraverso le ricerche per scoprire quel che successe quarant’anni prima nella dimora dei Vanger alla giovane Harriet – ma che rimane tangente al tema comune delle ultime due opere di Fincher. Il motivo appare chiaro: come raccontare un presente ostinato che, per definizione, abolisce il tempo e dunque il racconto? Il regista sceglie due storie classiche in cui i protagonisti si inseriscono come degli ultracorpi, vivendo in un tempo parallelo e antinarrativo la loro ossessione infinita – una ricerca continua e senza sosta – estranei al racconto che li accoglie, al mondo che li esalta o li dimentica, autarchici nel loro regno fluido. Mark e Lisbeth rappresentano, proprio perché già rappresentati, un punto di non ritorno di cui, ormai, si dovrà tener conto.

Gioia

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2 Risposte to “gioia sul presente ostinato: millennium e the social network

  1. Michele said

    Sempre molto interessante Gioia. Stavo pensando che in entrambi i film Fincher, pur senza fare del moralismo facile, sottolinea la vena malinconica dei due personaggi, dovuta spesso a difficoltà nei rapporti umani. Soprattutto in Millenium, si ha l’impressione che le scelte di vita cosi’ radicali fatte da Lisbeth siano dovute non tanto ai traumi del passato (sarebbe abbastanza banale), quanto alla paura di fallire sul piano dei rapporti umani. Si vede abbastanza chiaramente in una delle scene finali, quando Lisbeth vede Likael andarsene per sempre con la moglie. Vedendo i due film ho avuto la nette sensazione che Fincher volesse cercare nell’estrema debolezza dei due personaggi, la ragione ultima della loro forza.

    • Gioia said

      Caro Michele,
      che bello trovarti qui! Sí, di certo Mark e Lisbeth mostrano una grandissima fragilità da questo punto di vista. È anche vero che trovarsi in una situazione sbilanciata rispetto a chi li circonda – dovuta anche alla loro enorme intelligenza – li porta a isolarsi. Non è solo una condizione che scelgono. Dato lo stato delle cose non potrebbe essere altrimenti. A modo loro, inseriti in questo contesto, sono due figure tragiche.
      Grazie ancora per il bel commento e a presto
      gioia

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