gioia su a dangerous method

27 marzo 2012

A Dangerous Method di David Cronenberg con Michael Fassbender, Viggo Mortensen, Keira Knightley, Vincent Cassel, Sarah Gadon

Il fulcro di qualsiasi percorso psicanalitico è, in definitiva, la negoziazione della realtà. Negoziare è anche il verbo che più si addice all’ultimo film di David Cronenberg, A Dangerous Method.

Il potente affresco sugli albori della psicanalisi risulta essere più una questione di metodo (La cura parlata), appunto, che di ricostruzione storica dalle sfumature romanzesche. Sigmund Freud, Carl Gustav Jung, Sabina Spielrein e Otto Gross espongono, attraverso un flusso di parole incessante, la loro interpretazione del mondo, che di volta in volta dovrà scontrarsi e aggiustarsi con l’interpretazione dell’interlocutore. Il rapporto che si instaura tra loro è, ovviamente, un vincolo di potere: Freud è per Jung un maestro e un padre, almeno fino alla traumatica rottura tra i due (Freud sarà colto da malore, Jung dovrà affrontare una lunga depressione, dovuta anche al termine della relazione con Sabina); la Spielrein è paziente e allieva prima di Jung e poi di Freud, e col primo vivrà un’appassionata storia d’amore; Otto Gross è un adepto di Freud dalla dubbia moralità, incapace di porsi dei limiti, che per un breve periodo sarà seguito da Jung e ne condizionerà le scelte più di quanto Jung non faccia con lui.

Il paziente in analisi racconta, descrive, spiega una serie di fatti, di immagini, di sentimenti, che compongono la sua versione di mondo. Nel dialogo continuo con l’analista, il discorso che dà forma al mondo diventa più consapevole, dettagliato, preciso, fino a che i suoi contorni possano incastrarsi in maniera armoniosa con quelli dell’epoca e della società in cui vive. “Non sperate di guarirli” suggerisce Freud, che contesta a Jung la sua volontà di farsi dio e sostituire nei pazienti un’illusione con un’altra illusione. La possibilità di far vivere al meglio e finalmente serene persone profondamente turbate, comporta non solo il riaffiorare di un rimosso, dall’ambigua origine reale e fantasmatica (molto spesso il fatto in sé non è significativo quanto il suo apporto simbolico e immaginifico), ma il riassetto dell’interpretazione stessa della realtà (riposizionamento del fatto attraverso un adattamento simbolico e immaginifico). Come di frequente accade nel cinema di Cronenberg una scena viene riproposta una seconda volta nel corso del film per mostrare in maniera inequivocabile il mutamento dei personaggi: in A History of Violence (2005), per esempio, il protagonista, il cui passato criminale non è ancora stato svelato, e la moglie fanno l’amore una prima volta in modo ludico e divertito (la donna si è vestita da cheerleader e entrambi fingono di essere ancora adolescenti), mentre il loro secondo amplesso, consumato successivamente alla scoperta dei trascorsi dell’uomo, è estremamente crudo, come se la violenza innescata dal fatto di sangue che vede il protagonista nel ruolo di involontario carnefice, l’emergere della sua doppia natura, rivelassero alla donna pulsioni a lei sconosciute, una parte di sé sommersa.

Qualcosa di simile accade anche in A Dangerous Method, sebbene con maggior consapevolezza da parte della protagonista. Sabina Spielrein, ricoverata a Zurigo in preda all’isteria, attraverso un percorso analitico intrapreso con Jung, scopre che la natura della sua sofferenza è di carattere sessuale (da bambina, quando veniva picchiata dal padre e, successivamente, assistendo a qualsiasi tipo di umiliazione, anche senza esserne l’oggetto, cadeva in stato di eccitazione, che le causava un forte senso di colpa, percependosi come abbietta e corrotta). Presa coscienza della sua condizione, è finalmente in grado di narrarla (per tutta la prima parte del film, infatti, Sabina fatica a esprimersi poiché il desiderio che prova è per lei indicibile). Diventata assistente di Jung e iscritta alla facoltà di medicina, liberata dalla colpa che la opprimeva attraverso un percorso in cui la realtà dei fatti è stata negoziata, riassettata e compresa, sente accrescere l’indipendenza intellettuale dal suo maestro e prende coscienza del suo corpo. Intreccia quindi una relazione amorosa con Jung, sposato e con figli, a cui chiederà di essere brutale, di punirla: la prima volta in cui lui la sculaccia per procurarle piacere, però, la ragazza sembra quasi stordita, poiché priva di esperienza e confusa riguardo a ciò che prova; quando i due, dopo un periodo di allontanamento, tornano a frequentarsi, la ragazza appare invece assai più consapevole – mentre l’uomo la colpisce lei si guarda nello specchio con sicurezza. Il fatto è tutto sommato il medesimo ma viene interpretato in modo differente e quindi riposizionato simbolicamente.

Si potrebbe fare un passo ulteriore e dire che in fondo il cinema, che lavora proprio sull’immaginario, creandolo e radicandolo, dagli albori a oggi non abbia fatto altro che negoziare la realtà. Ogni film propone una versione del mondo, istituendo modelli, arricchendo il materiale psichico e fantasmatico dello spettatore, fondando in certi casi un modo differente di guardare, esplicitando in altri il carattere psicanalitico di quel che veniva raccontato e mostrato.

Sarebbe comunque fuorviante leggere A Dangerous Method in termini strettamente meta-cinematografici. Il film di Cronenberg affronta una problematica più ampia, che contiene quella meta-cinematografica ma che non si esaurisce in essa. È l’operato creativo della psiche a interessare il regista e la volontà di supremazia di un ordine interpretativo su un altro. I disaccordi tra Freud e Jung nascono quando il giovane allievo sceglie di dare il suo contributo intellettuale percorrendo una strada che tende a allontanarlo da quella intrapresa dal maestro, fino a porsi in aperto contrasto con lui. Il padre-mentore si trova così a dover non solo rinnegare il figlio-discepolo, in cui aveva riposto fiducia e stima, ma a farsi giudice del rapporto tra Jung e la Spielrein. La debolezza dell’uomo, che inizialmente nega la relazione clandestina con la paziente, provoca in Freud una profonda delusione, unita al fatto di sentir minata la propria autorità dall’ambizioso giovane. Sabina, a questo punto, fungerà da ago della bilancia nella diatriba culturale tra i due uomini. La ragazza, brillante e assai dotata, animerà uno dei maggiori dibattiti nel circolo psicanalitico viennese, oltre a suggerire a Freud, benché con esiti diversi, l’al di là del principio di piacere. Riconoscendone l’intelligenza vivace e la sensibilità spiccata, Freud e Jung cercheranno di aver ragione uno dell’altro anche attraverso di lei e le sue scelte (Jung le rinfaccerà di prendere sempre posizione a favore di Freud, mentre quest’ultimo si stupirà del suo appoggio nonostante comprenda i sentimenti di Sabina per l’avversario).

Criticato da alcuni perché troppo classico e lineare, lontano dal primo Cronenberg (Il demone sotto la pelle, 1975, Videodrome, 1983, La mosca, 1986, Inseparabili, 1988), A Dangerous Method è invece un film coerente col percorso cinematografico dell’autore, in cui il corpo baconiano, trasfigurato dagli orrori psichici dei suoi protagonisti, lascia il passo alla psiche stessa, priva di mostruosità eclatanti, complessa e ambigua, e al discorso (la parola) attraverso il quale, al di là del corpo, può forgiare il mondo.

Gioia

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5 Risposte to “gioia su a dangerous method

  1. Ottima recensione, molto esauriente e completa nella complessa stratificazione di significato del film. Anche io sono dell’opinione che A dangerous method, oltre ad essere davvero un bel film capace di spiegare una serie di tematiche complesse come solo i grandi autori sanno fare, rientri perfettamente all’interno del percorso di Cronemberg, sulla sua attenzione sempre presente per le malattie della psiche in tutte le loro forme aberranti o meno. Pochi però l’hanno capita purtroppo questa cosa e c’è una generale tendenza a rifiutare questo film… Condivido pienamente anche la tua visione del cinema come rinegoziazione della realtà, perché in effetti quello è, sin dal momento creativo, fino a quello del set, per non parlare del montaggio e delle possibilità diverse di ricezione e fruizione da parte del pubblico! E’ tutta una lotta per dare forma e trasmettere un modo di vedere le cose, detto in altre parole… una lotta in particolare perché c’è di mezzo il produttore e il distributore che spesso da un film si aspettano ben altro rispetto a tutti quelli che lo fanno…

    Ovviamente sei la benvenuta dalle mie parti quanto vuoi e puoi,

    Un saluto cinefilo,
    Emerald

  2. Gioia said

    Ciao Emerald,
    grazie mille per il tuo bel commento. Sì, penso anch’io che ‘A Dangerous Method’ sia stato, da buona parte della critica, sottovalutato. Da molti è stato considerato un omaggio di Cronenberg ai due padri della psicanalisi. A me è parso assai piú complesso. Ponendo come cardine del film la negoziazione della realtà (da considerarsi nell’accezione lacaniana, cioè composta da Simbolico e Immaginario) tramite discorso (parola), Cronenberg fa dichiaratamente un film sulla dialettica e sul suo potere, a suo giudizio non ancora esaurito. Proprio per questo aspetto mi verrebbe da dire che è un film profondamente antitetico agli ultimi due di Fincher – ‘The Social Network’ e ‘Millennium’ – che invece sembrano abolire la dialettica (intesa in senso ‘ampiamente’ hegeliano) a favore di un discorso che gira attorno a se stesso.
    Mi auguro di ritrovarti presto
    gioia

  3. Ciao Gioia. Non ho visto il film. Mi sarebbe piaciuto entrare in sala e poi uscire contenta. Sadismo, disturbo borderline, crimine… Sai che ad Amburgo il 24 agosto 2011 è stata scoperta la camera delle torture (Corriere della Sera)? Viva il Cinema. Un caro saluto. Sabrina

  4. Gioia said

    Ciao Sabrina,
    grazie per essere passata di qua. Il film è davvero molto bello. Affronta problematiche a cui nessuno di noi è immune. Mentre non sapevo nulla di Amburgo. Nel senso che non ero proprio a conoscenza della notizia. Caspita!
    Ti mando un forte abbraccio e spero di ritrovarti presto da queste parti
    gioia

  5. Grazie. (Sei uno splendido vulcano!) Sabrina

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