gioia su diaz

22 aprile 2012

Diaz – Don’t clean up this blood di Daniele Vicari con Claudio Santamaria, Jennifer Ulrich, Elio Germano, Davide Iacopini, Ralph Amoussou, Emilie De Preissac, Fabrizio Rongione, Renato Scarpa, Mattia Sbragia, Antonio Gerardi, Paolo Calabresi, Alessandro Roja, Rolando Ravello, Monica Bîrlădeanu, Ignazio Oliva, Aylin Prandi, Sarah Marecek, Pietro Ragusa, Ester Ortega, Micaela Bara

Di fronte alla casa dei miei c’è una pista di pattinaggio. Da bambina c’ho passato tanti pomeriggi a giocare con le amiche e a litigare coi ragazzi più grandi che venivano lì per fare una partita a pallone in santa pace senza avere noi tra i piedi. In seguito quello spazio è stato usato per allestire la sagra paesana, dove mi impegnavo a servire ai tavoli e a lavorare in cucina. Ultimamente non ci va più nessuno, la sagra l’hanno spostata vicino alle case popolari, i ragazzini giocano al campetto delle scuole, hanno anche messo su le reti alle porte – è più professionale che usare le lattine vuote o le felpe appallottolate per definirne la larghezza – e, tranne qualche coppia di adolescenti che a tarda sera, il sabato, si siede sulle gradinate sotto i tre tigli, al buio, per appartarsi un po’, via dalla pazza folla, in un paese che fa millecinquecento anime, guardando dal cortile c’è il deserto. È anche per questo che, uscendo di casa con Umberto, credo per andare a far due passi, vista la mattinata bellissima, di piena estate, mi sono un po’ stupita nel veder montato un palco, faretti e altoparlanti attorno, panche ai lati e sulla sinistra uno stand.

 

 Non sapevo avessero ripreso a farla lì, la fiera. Mette di buon umore vedere i preparativi, la piazza acquista colore, sembra ci sia quasi traffico, un camion parcheggiato, un muletto, due carrelli, cavi già predisposti. Eppure non c’è nessuno. Saranno andati in pausa, dico a Umberto, è quasi mezzogiorno. Ma in quel momento vediamo arrivare un ragazzo e due ragazze, giovanissimi, minuti. Il ragazzo ha in mano un cartello, ma non riusciamo a leggere cosa ci sia scritto. Nessuno parla. Loro si fermano, muti. È la prima volta che mi capita di vedere una manifestazione di protesta di questo tipo: sono da soli, nessuno li sta guardando a parte noi due che stiamo passando per caso, non c’è un corpo contrapposto. I tre sono immobili, trattengono il respiro. Se ci fosse un pubblico, per le loro figure scarne, la loro disposizione a ala, i movimenti e la successiva immobilità, penserei a una performance. C’è qualcosa di intimo in quello che stanno facendo, di privato, quando invece dovrebbe essere il contrario. Mi pare una contraddizione. Poi ci ripenso, e credo di sbagliarmi io. Però la situazione è strana: che senso ha manifestare se nessuno sa che stai manifestando? Diventa un rituale di cui mi sfugge il fine. Improvvisamente dall’altro lato della strada sbucano un poliziotto sui quarant’anni e un carabiniere di mezz’età. Il poliziotto ha i capelli a spazzola, una maglietta attillata, pantaloni infilati negli anfibi, la muscolatura gonfiata da ore e ore di palestra e corre rabbioso verso i tre ragazzi impugnando un manganello. Il carabiniere, in divisa, lo insegue a fatica, quasi a volerlo fermare, zoppicando e asciugandosi il sudore con un fazzoletto. Ha capelli e baffi neri, sembra uscito dagli anni Cinquanta, una versione meno brillante e assai più impacciata del De Sica di Pane, amore e fantasia. Il poliziotto supera velocemente il ragazzo col cartello e col manganello si avventa sulle due ragazze, spaccando loro la schiena e la testa. Nel mentre si avvicina il carabiniere. Il ragazzo gli getta in faccia il cartello, estrae la pistola che questi tiene nella fondina e per liberarsi di lui, che sta tentando di bloccargli le braccia, gli spara. Immediatamente si volta alla sua sinistra e spara anche al poliziotto. Il suono dei due colpi arriva in ritardo, sembrano sparati a salve. Io e Umberto fissiamo attoniti i quattro corpi esanimi, a terra, e il ragazzo che, ancora con la pistola in mano, ci guarda col viso stravolto. Tutto è accaduto in fretta, io e lui siamo stati incapaci di fare qualsiasi cosa, non siamo nemmeno riusciti a urlare. Eppure io sapevo quel che stava per succedere, avevo previsto i movimenti di tutti quanti, ma il tempo a disposizione era troppo poco per poter intervenire. Dentro di me avevo sperato che il ragazzo uccidesse il poliziotto: la furia con cui si era avventato sulle due ragazze, immobili e disarmate, era quanto di più abominevole e schifoso avessi mai visto. Invece ero sgomenta alla vista della morte del carabiniere, mi era sembrata una persona per bene, aveva provato, benché senza riuscirvi, a fermare il collega più giovane, rendendosi conto che la situazione sarebbe sfuggita di mano; i tre ragazzi avrebbero potuto essere suoi figli. Non so perché mi fossi fatta un’idea del genere di quell’uomo. Forse per la sua aria bonaria o il ricordo del film di Comencini o per l’espressione di sincero orrore che gli sfigurava il volto nel vedere il poliziotto ammazzare di botte le due ragazze senza che lui potesse fermarlo, a causa della sua gamba zoppa e dell’età. Correndo a cercare aiuto nella piazza adiacente, io e Umberto ci troviamo di fronte una città fantasma, svuotata. Tutto chiuso, nessuno per strada. Chiamiamo, suoniamo i campanelli. Non ci sentono. Allora decidiamo di tornare a casa mia e telefonare affinché mandino un’ambulanza, un medico. Facciamo pochi metri, il giro dell’isolato, ed è già notte. Non può essere, era mezzogiorno pochi minuti fa. Non capisco più niente. Aprendo il cancello incontriamo i miei che stanno rincasando: erano stati via con gli amici un paio di giorni. Io e Umberto li facciamo entrare in fretta, cerchiamo di metterli al riparo dalla vista di quello che è capitato lì a pochi metri. Io inizio a aver paura. Mentre Umberto li accompagna in casa, mi avvicino alla ringhiera del cancello e guardo la pista. È tutto illuminato, ma non c’è nessuno, tranne il ragazzo che ora indossa una tunica bianca, da chierichetto, è seduto per terra in mezzo ai quattro cadaveri, ha sciolto la coda di cavallo, che gli teneva in ordine i capelli scuri e ricci, e si è messo a disegnare, sul retro del cartello che la mattina teneva in mano, lo scempio che ha davanti agli occhi. Alza la testa un istante e mi guarda. Mi viene in mente l’iconografia del Cristo e rimango turbata per quello sguardo così deciso e inaccessibile. Sbigottita mi sveglio.

Nel ripensare a questo sogno di qualche tempo fa, mi invade un senso di impotenza dal quale non riesco a liberarmi. Credo la dose sia rincarata dalla situazione in cui versa l’Italia, ultimo atto di una tragicomica farsa in cui l’oscenità di feste equivoche ha lasciato il posto alla morbosa e dettagliata ricostruzione dei numerosi suicidi che occupano le prime pagine dei quotidiani e alle ipocrite dichiarazioni di circostanza che in tali occasioni tentano di bilanciare il micidiale disastro col buonsenso da vecchie comari. Oppure deve avermi preso lo sconforto dopo aver visto al cinema Romanzo di una strage – film buonista e conciliante, com’è nello stile di Giordana – riflettendo che in Italia le stragi non hanno colpevoli o se li hanno questi sono all’estero, oppure c’è la prescrizione del reato, o l’insufficienza di prove (proprio in quei giorni anche per la strage di Piazza della Loggia venivano assolti tutti gli imputati e chi si era costituito parte civile si vedeva costretto a pagare le spese processuali). So benissimo che un discorso di questo tipo può essere tacciato di populismo e di enorme semplificazione poiché, in fondo, un sistema giudiziario che non sbatte in carcere una persona solo per un sospetto, ma ha bisogno di prove, assicura al cittadino un procedimento equo (nessuna discriminazione), benché non infallibile (ma la giustizia, si sa, è fatta di uomini e donne che possono sbagliare). È pur vero, però, che dover considerare bombe, materiali e gas tossici, mattanze e torture messe in atto lucidamente e secondo ordini ben precisi, tragiche fatalità risulta altrettanto fuorviante e paradossale. Per questo uscendo dalla proiezione di Diaz di Daniele Vicari è difficile non pensare di vivere, tutto sommato, in un Paese che, alla bisogna, è sempre in grado di riscoprire uno spirito profondamente fascista. Fascista come chi pensa che i vandali che hanno messo a ferro e fuoco le strade e le piazze di Genova, in fondo, si meritano due schiaffi ben assestati, che a casa loro certe cose mica le fanno, come li avranno educati i genitori, bisogna responsabilizzarli questi giovani allo sbando. Peccato che i giovani allo sbando siano tutto meno che ultrà esaltati, che i due schiaffi ben assestati si siano trasformati, in breve, in manganellate e pugni e calci e torture e umiliazioni. E quest’arietta che tira che chi è causa del suo mal pianga se stesso, con causa e effetto mal posti come in un falso sillogismo – basti pensare alle dichiarazioni di uno come Giovanardi secondo cui Cucchi è morto perché era un tossicodipendente, benché il suo corpo fosse pieno di ematomi e con alcune droghe potrai anche avere un infarto o andare in overdose, ma non mi risulta che la schiena ti si riempia di ecchimosi come se qualcuno ti avesse preso a bastonate – è più sferzante che mai. Quando finirà questo costante tentativo di infantilizzare la popolazione? Non c’è ministro o presidente del consiglio che quando prende parola non faccia una ramanzina: i bamboccioni; che noia il posto fisso, suvvia datevi da fare; che sfigati quelli che a ventotto anni non sono ancora laureati; collaborate invece di lamentarvi. Tra le prossime dichiarazioni dovremmo forse aspettarci: questa casa non è un albergo; mangia la minestra che si fredda; se lo sa tuo padre; hai fatto la pipì nel vasino? E soprattutto quand’è che il popolo finalmente deciderà di autodeterminarsi e la smetterà di provare timore reverenziale nei confronti delle figure che dovrebbero rappresentarlo? Perché il presidente della repubblica deve essere il nonno degli italiani? Perché buttarla sul sentimentale e dover subire ricatti morali? Io non voglio e non devo provare per il presidente della repubblica l’affetto e la tenerezza che provo per mio nonno, perché quando apre bocca e fa delle scelte (o non le fa) ha responsabilità ben precise e non va fatto passare per il simpatico bonaccione, che non è. Gli italiani sembrano essere sempre in balìa di loro stessi, privi di qualsiasi maturità, incapaci di prendere decisioni: come dei bambini stupidi e capricciosi che una volta fatta la marachella aspettano l’arrivo di mamma e papà che aggiusteranno le cose e li metteranno in castigo. Per cui ben vengano i due schiaffi ben assestati ai vandali che manifestano, che quando aprono bocca insultano, che quando si muovono fanno danni. D’altra parte se quel che mostrano i tg e scrivono i quotidiani è da prendersi per Vero, senza rendersi conto che ogni medium nel dare la notizia la manipola (non è necessario dare una notizia falsa, basta omettere dettagli significativi e la notizia cambia di segno), può anche succedere che il ragazzo dei No Tav (certo non uno stratega nato) che prende a male parole il poliziotto, che con altri sta militarizzando l’area, appaia una persona disgustosa, priva di qualsiasi attenuante. Finché non inizierà a smarcarsi dai luoghi comuni e a diffidare delle macchiette, questo Paese non avrà futuro, perché, completamente deresponsabilizzato, resterà in attesa di raggiungere una maturità di volta in volta procrastinata, mentre i pochi adulti continueranno a sistemare, maneggiare e aggiustare al posto suo. Proprio per questo motivo, ripensando a Diaz, che pur considero un film decoroso, emergono alcune perplessità. Penso ovviamente sia un bene che Vicari, a distanza di undici anni, abbia girato questo film, molto preciso nella ricostruzione dei fatti, non ricattatorio, secco e duro. Tutte qualità di cui bisogna rendergli merito. Dove il film vacilla, pericolosamente, visto l’impegno e la sincerità con la quale il regista porta avanti l’opera, è nel tentativo di contestualizzare le due parti contrapposte, caratterizzandole proprio attraverso una serie di luoghi comuni, ricadendo, suo malgrado, nel vizio esposto poche righe sopra. Che bisogno c’è di mostrare la telefonata tra il poliziotto e la fidanzata durante la quale quest’ultima chiede di prendere i biglietti del concerto di Ricky Martin? Cos’è? Una sineddoche? La parte per il tutto? Lo stesso vale per Manu Chao ascoltato dai partecipanti del Social Forum. E poi, qual è la necessità di mostrare l’attivista che ha la storiella con la ragazza con la chitarra a tracolla? Cosa aggiunge e cosa toglie questo episodio? Niente. Due ragazzi si incontrano, si piacciono, fanno l’amore e ognuno riparte per la sua strada. Bene. E quindi? A cosa serve mostrarlo in un film che sta raccontando tutt’altro? Fa la differenza? No, dal momento che questo può accadere e accade nelle più disparate situazioni. Però serve a dare un contesto: questi ragazzi non si legano, non c’è la coppia (mentre i poliziotti telefonano alle fidanzate ufficiali), vivono con una leggerezza bella e fresca il sesso, senza gelosie o paranoie. Ma perché nei film italiani ogni volta che c’è una manifestazione c’è sempre qualcuno che va a letto con qualcun’altro? Perché c’è sempre un tizio che suona la chitarra e canta? E perché c’è sempre un altro tizio che nel mentre si fa una canna? Succede. Certo che succede, ma non è detto sia sempre necessario raccontarlo, soprattutto se rischia di depotenziare il resto. Altro momento topico, la scena durante la quale viene presa la decisione di mandare i poliziotti alla Diaz. Che i protagonisti siano il questore, il capo della polizia, un ministro, il capo dei servizi segreti, un giudice corrotto, un generale dell’esercito, sembra irrilevante, poiché è dai film di Elio Petri in poi che una scena di questo tipo viene girata sempre nello stesso modo, con le stesse facce e le medesime espressioni. Una specie di stanza dei bottoni immutabile, in cui colui che prende la decisione fuma sprezzante, un altro suda e mostra la sua agitazione attraverso dei tic delle labbra e degli occhi e un terzo chiude il dialogo con una battuta solitamente cinica e fuori luogo. In Romanzo di una strage, per esempio, c’è una scena identica, tanto che, se non fosse per le parrucche posticce e l’abbigliamento da fine anni Sessanta della pellicola di Giordana, per un istante potrebbe sembrare lo stesso film. Perché cadere in simili banalità quando è proprio a causa di cristallizzazioni come queste se una parte della popolazione ancora oggi pensa che i manifestanti siano degli scalmanati senza testa? Perché trattare il pubblico come l’asino, col bastone e la carota, inserendo quel brutto espediente della bottiglia frantumata ogni qual volta si cambi punto di vista sulla giornata in questione; oppure facendo dire al poliziotto “mi dispiace” di fronte alla ragazza tedesca priva di sensi, con la testa spaccata, per aggiungere pathos a qualcosa che è già agghiacciante così com’è; o ancora facendo scrivere alla ragazza francese “don’t clean up this blood” su un cartello per poi appenderlo sopra un muro sporco di sangue, con lo scopo di aumentare l’indignazione e la commozione di chi guarda, come se non fosse sufficiente quella provata di fronte a una tale macelleria? Forse bisognerebbe iniziare a fidarsi un po’ di più di chi guarda, senza doverlo sempre indirizzare verso la strada giusta, guidare come fosse un bambino e, per paura che sbagli, togliere qualsiasi ostacolo, spianare la via, piazzare indicazioni che rischiano di coprire il resto. Magari far uscire il pubblico dal conformismo, creato talvolta dagli stessi registi, lasciandogli la possibilità di scegliere, di riflettere e decidere, prendendosi le proprie responsabilità, potrebbe già essere un bel passo avanti.

Gioia

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8 Risposte to “gioia su diaz

  1. […] originalmente apparso su Delle due l’urna […]

  2. Mi incuriosisce molto il nuovo film del regista Robert Luketic, “Paranoia”. Un salutone, ragazzi cari. Sabrina

  3. Gioia said

    Ciao Sabrina! Credo, da quel che ho letto, che il film di Luketic sarà nelle sale l’anno prossimo, dovrebbero iniziare a girarlo quest’estate.
    Un caro saluto
    gioia

  4. Cara Gioia, sai che Alfred Hugenberg acquistò la Universum Film? Paranoie fantascientifiche…
    Sabrina

  5. Gioia said

    Ciao Sabrina,
    beh, Hugenberg faceva parte del governo di Hitler e l’Ufa produceva e distribuiva film di propaganda nazista, per cui la relazione non mi stupisce, anche se non la conosco nei dettagli. Ti interessi della storia di quel periodo?
    A presto
    gioia

  6. No, mi interesso della storia di questo periodo…
    A presto. Grazie.
    Ciao. Sabrina

  7. Cpd said

    Un film necessario ma decisamente brutto. E hai saputo spiegarlo assai bene.

  8. Gioia said

    Grazie Cristiano,
    l’impressione è stata quella di un’occasione mancata, nonostante l’importanza della tematica (alla luce, anche, di quanto accaduto nelle ultime settimane) e le buone intenzioni del regista.
    Un caro saluto
    gioia

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