gioia su la guerre est déclarée, il bambino indaco, il papa

21 giugno 2012

La guerre est déclarée di Valérie Donzelli con Valérie Donzelli, Jérémie Elkaïm, Gabriel Elkaïm, Brigitte Sy, Elina Lowensohn

Il bambino indaco di Marco Franzoso, ed. Einaudi, Torino, 2012

Mentre dovrei scrivere il post su Cosmopolis di Cronenberg, continuo a ripensare a La guerre est déclarée di Valérie Donzelli, non solo perché si tratta di un film bellissimo, ma per il corto circuito che mi ha provocato vedere il film, metterlo in relazione, per contrasto, con Il bambino indaco di Marco Franzoso, letto di recente, e imbattermi, casualmente, in un paio di servizi del telegiornale sulla visita di Benedetto XVI a Milano.

Non entro nel merito delle qualità estetico-formali del testo di Franzoso, quel che mi interessa è il tipo di umanità che emerge, l’idea di famiglia, i sentimenti che mette in gioco e il sostrato socio-culturale a cui fa riferimento. Ne affiora la rappresentazione di un nucleo sociale profondamente reazionario e misogino. Le uniche due donne del libro sono una moglie totalmente compresa nel suo delirio psicotico e incompresa dal resto del mondo e una madre assassina. Ci sarebbe anche una terza donna, l’avvocatessa del protagonista-narratore, i cui tratti appaiono talmente mascolini da sembrare un uomo. Il protagonista, invece, è una specie di ignavo, piuttosto ottuso e vile, in balia della moglie e della madre. Il grande amore che nasce tra questi e la donna che poi sposerà e che diventerà pazza, è tale solo a parole. Non un gesto, nessuna complicità, fiducia totalmente assente, due estranei che si trovano a dividere un appartamento, cercando di non pestarsi troppo i piedi. Viene da chiedersi dove risieda e in cosa consista il legame, in questa coppia, che della coppia possiede solo la parvenza. C’è piuttosto un’istituzione, la Famiglia (Mamma, Papà, Bambino), in cui le persone si muovono come all’interno di un gioco di ruolo. La Madre deve amare il Figlio, il Padre deve amare la Moglie, e così via. Un modo di amare che non contempla la comprensione, non contempla l’autodeterminazione. Noi ci amiamo perché siamo una coppia NON siamo una coppia perché noi ci amiamo. E la coppia, il nucleo familiare, per essere tale, deve essere riconosciuto dal mondo, dallo Stato, meglio ancora se da Dio. La madre del protagonista, per salvare figlio e nipote dalle mani della nuora folle, la uccide, con un gesto che il protagonista (e con lui, ambiguamente, l’autore) declina in sacrificio: figlio mio, io ti libero da questa specie di ultracorpo che come un germe è entrato nella nostra famiglia, accetto di essere portata in una clinica psichiatrica (o quella, o il carcere), sacrifico la mia libertà e il resto della mia vita per te e il tuo bambino. In questo modo lega a se stessa il figlio per sempre, con un gesto che sembra di liberazione ma che funziona come un ricatto. In un certo senso le due madri di questo libro non fanno altro che fagocitare i propri figli, loro unico godimento. Alla fine l’equilibrio si ristabilisce: l’ultracorpo (quella delle due che più chiaramente manifesta il suo disagio e la sua follia) è stato ammazzato, la mamma-nonna martire è diventata uno strumento di salvezza, il padre e il bambino tornano a vivere nella casa d’infanzia del protagonista, a testimonianza di come il tentativo dell’uomo di camminare con le proprie gambe, sia stato fallimentare. E il richiamo costante del narratore alla sua famiglia d’origine (mamma, fratello) che lui considera il suo esercito (in effetti, come un esercito, è portatore di morte), un esercito di liberazione, che espelle l’intrusa senza curare il suo disturbo, privo di dubbi sul proprio operato, forte del peso che quell’istituzione porta con sé, altro non fa che ribadire il pericoloso equivoco dell’aver trasformato una costruzione sociale, la Famiglia appunto, in qualcosa di naturale. L’amore, così come la vita, sta altrove.

Il film della Donzelli è diametralmente opposto al libro di Franzoso. Un ragazzo e una ragazza si incontrano, si innamorano, vanno a vivere assieme e mettono al mondo un figlio. Quando il bambino ha 18 mesi gli viene diagnosticato un tumore al cervello. La guerra del titolo è quella che i genitori dichiarano alla malattia, forti però solo di loro stessi, della fiducia e dell’amore che nutrono l’uno per l’altra, sapendo che per salvare il bambino dovranno sacrificarsi, sacrificare la loro vita, la loro giovinezza, uscendone distrutti eppure non perdendosi mai e soprattutto non considerandosi mai parte di un’istituzione, autoderminandosi attraverso il legame. Ne La guerre est déclarée vengono mostrati, per scelta, in controtendenza con lo sviluppo tragico degli eventi, principalmente i brevissimi momenti di gioia che i protagonisti riescono a ritagliarsi negli anni della lotta alla malattia, cercando nonostante tutto di vivere, come se la loro vitalità fosse più forte della disperazione e della morte. Ne scaturisce uno straordinario e commovente dono che i due fanno al loro bambino (fortunatamente guarito), a suggerire come, al di là della difficoltà di stare ancora assieme (i due si lasciano e riprendono più volte, fino a lasciarsi definitivamente), il legame che li unisce sia più forte, la parte viva, felice, della loro storia d’amore sia rimasta intatta, nonostante il dolore (i due, per seguire il bambino, avevano perso il lavoro, si erano isolati, avevano vissuto per quattro anni in ospedale). La guerre est déclarée è un film bellissimo anche da un punto di vista etico. In un’opera, infatti, le scelte estetiche, formali, non solo quelle contenutistiche, dicono anche della sostanza. Benchè si tratti di un’esperienza autobiografica, il vissuto della coppia e del loro bambino è filtrato attraverso il cinema e il suo linguaggio: le scelte fatte, consapevoli o inconsapevoli che siano, espongono sempre una visione del mondo. Per cui la luce di una scena, un primo piano, un carrello, la musica non vanno mai intese come casuali. Dalle scelte della Donzelli si intuisce non solo un enorme amore per la vita, di natura puramente laica, ma anche una grandissima fiducia nell’uomo, nelle sue possibilità nonostante gli evidenti limiti. Non c’è un Dio da chiamare in causa, non ci sono le istituzioni a sostenere o meno chi sta lottando: ci sono persone, uomini e donne, legate da sentimenti che niente hanno a che vedere con le costruzioni sociali alle quali dovrebbero essere soggetti. Prima di essere madri, padri, figli, famiglie, sono esseri umani che si vogliono bene, da questo sono determinati e attraverso questo trovano un’identità.

Rispetto a un film arioso e vivace come quello della Donzelli, così temerario nel suo essere stratificato da innumerevoli sfumature, un film di grazia e coraggio, in definitiva mi sembra che Il bambino indaco tratteggi un’umanità mortifera, priva di profondità, completamente svuotata, e che il finale, fintamente lieto, o meglio, lieto nonostante la tragedia (poiché comunque il bambino è salvo) abbia un’ambiguità di fondo che mi lascia perplessa circa la volontà dell’autore. Quando la cartolina Mulino Bianco dalle tonalità new age si sfascia, lasciando penetrare per la prima volta il reale (un corpo consunto dall’anoressia, l’ossessione paranoica del cibo e della contaminazione, il controllo maniacale sul dato biologico dell’esistenza), la reazione del protagonista (così come quello della madre, del fratello, della società che in quel libro prende parola) è di rifiuto. Ancor prima del tentativo estremo di salvare il bambino dalle azioni malate di una donna in preda ai suoi incubi, c’è la ferma negazione all’alterità, in un primo momento non riconoscendola come tale, con una cecità colpevole e superficiale, e successivamente, quando ormai è troppo tardi, cancellandola. Non c’è nessun dolore di fronte alla follia e alla morte della donna, c’è soprattutto il terrore che l’ologramma acquisti profondità, pur nella malattia. L’ambiguità dell’autore sta nella sua indecisione, nel non concedere né spessore né pietas ai suoi protagonisti, ma al tempo stesso nell’abbracciarne la morale. Il personaggio della madre assassina, detentrice di un sistema di valori reazionario, incapace – più per scelta volontaria che per mancanza di mezzi – di usare la lucidità e la distanza (a cui non è in grado di attingere il figlio) per affrontare razionalmente la situazione, è probabilmente il personaggio più negativo del libro, una specie di lupo travestito da nonna di Cappuccetto Rosso, che incredibilmente si trasforma in figura salvifica (non credo sia casuale la scelta di nutrire il nipotino all’interno di una chiesa) e dunque positiva. È lei che fa in modo di ricostituire il nucleo familiare iniziale, espellendo l’intrusa. Intrusa che, tra l’altro, nel momento in cui inizia a mostrare i segni conclamati del disagio non viene mai portata da uno psicoanalista, da un medico in grado di curare il suo stato mentale alterato, la sua malattia. Il marito, infatti, nel momento in cui decide di agire, considera già la moglie perduta, per cui si appoggia a avvocati, assistenti sociali, medici che possano allontanarla da lui e dal bambino, ma che in nessun modo provino a guarirla o a aiutarla.

In un certo senso mi sembra che la società descritta in questo libro sia perfettamente affine a quella radunatasi in occasione dell’incontro milanese del Papa con le famiglie, qualche giorno fa: la banalità delle sue risposte alle domande di qualche fedele, le famiglie accorse per essere riconosciute “giuste” da quest’uomo che decide le linee di un’istituzione che da anni ormai mostra il suo lato posticcio e arbitrario (come ogni istituzione). Ma il problema, in fondo, non è certo quel che dice il Papa (a cui si può tranquillamente non dar retta e lasciare le sue parole alle orecchie dei suoi fedeli), il problema è come le sue parole vengano, a seconda della convenienza, utilizzate dallo Stato per sostenere un immaginario familiare retrogrado, pensando di poter ancora controllare e definire la società attraverso categorie e organismi privi di qualsiasi linfa, che andrebbero ripensati, semmai, sotto ogni aspetto. È un po’ come continuare a credere a Babbo Natale, pur sapendo che non esiste. Per cui il problema è nostro.

gioia

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13 Risposte to “gioia su la guerre est déclarée, il bambino indaco, il papa”

  1. Marco Franzoso said

    Buongiorno Gioia,
    decidere intenzionalmente di trattare un’opera d’arte (un romanzo) prescindendo dal suo valore estetico è un vizio di forma e di sostanza che ne impedisce automaticamente la comprensione. Inoltre, per scendere sul campo dell’extra estetico, non mi è chiaro chi sia la vera madre assassina del romanzo e perché si definisca “ignavo” un personaggio che pone al centro della propria esistenza il desiderio di salvare l’elemento debole della famiglia, il bambino. E che ne viene impedito solo malgrado sé e malgrado tutti gli sforzi (tanti) messi in atto per farlo.
    Marco Franzoso

  2. Gioia said

    Ciao Marco,
    grazie innanzi tutto per essere passato di qui e per aver preso in considerazione questa recensione che non è una recensione. Non è una recensione perché non ha la pretesa di affrontare tecnicamente il tuo testo che, come dice bene Tiziano Scarpa, ha indubbiamente la qualità di un testo sul quale si ritorna più volte a pensare. Queste riflessioni nascono dalla giustapposizione de “Il bambino indaco” a “La guerre est déclarée”, due opere che in comune, pur nelle evidenti differenze, hanno l’urgenza di mettere in salvo quello che tu chiami “l’elemento debole della famiglia”, cioè il bambino. Ne escono, però, due rappresentazioni della società totalmente opposte ed era proprio quest’opposizione che mi ha fatto riflettere più giorni ed è di questa opposizione che ho voluto parlare.
    Per ciò che riguarda il valore estetico-formale del tuo libro, il fatto che non l’abbia trattato (perché, come dicevo poco fa, questa non è una recensione e non ha l’ambizione di esserlo, e perché mi interessava mettere in luce altri aspetti del tuo testo), non significa che da parte mia, come lettrice, non l’abbia tenuto in considerazione. Ho notato che la lingua era indubbiamente scarna e povera (sempre citando Scarpa: “desolata”), e che questa lingua dice non solo il “chi” e il “che cosa” del narratore (per farla semplice, identità e status), ma anche il luogo e il tempo (il “quando” e il “dove”) dai quali il narratore-protagonista, che ovviamente non coincide con te, ossia l’autore, parla. E sebbene la natura di questa presa di parola, che talvolta sembra scritta (ci sono scene molto romanzesche, come se il narratore si fosse seduto a tavolino a scrivere il racconto delle sue vicissitudini) e in altre occasioni, appare invece caratterizzata da uno stile più colloquiale, che evoca l’oralità, sia stata oggetto di riflessioni da parte mia, non ha costituito l’innesco delle considerazioni per le quali ho scritto il pezzo.
    Proseguendo, su chi sia la “vera madre assassina”, non so se ho capito la tua domanda. Probabilmente tu ti riferisci al fatto che io abbia eletto a personaggio negativo di questo romanzo la madre del protagonista e non quella del bambino. Questa è una narrazione e in quanto tale istituisce un ordine simbolico. In quest’ordine appare una madre-giusta che uccide una madre-sbagliata. Attraverso questa uccisione la madre-giusta si sacrifica e il suo martirio coincide con una degenza in una clinica psichiatrica. Già in questo io trovo ci sia un sinistro ribaltamento (fermo restando che nella realtà dello stato di eccezione salta notoriamente tutto), a maggior ragione, in considerazione del fatto banale che nessuno più della madre-giusta avrebbe potuto disporre di quella distanza e di quell’esperienza che avrebbero aiutato la madre-sbagliata a salvarsi.
    Infine, quanto all’ignavia del protagonista, tu dici “un personaggio che pone al centro della propria esistenza il desiderio di salvare l’elemento debole della famiglia, il bambino”: per salvarlo evidentemente non basta il desiderio, ma servono azioni concrete che nel caso di questo protagonista appaiono cronicamente carenti. A me risulta abbastanza sorprendente che il protagonista, nei nove mesi di gravidanza della moglie non si renda conto del suo conclamato disagio psicologico: Isabel inizia a mangiare solo cetrioli, avocado, pomodori e insalata verde, va da una specie di maga che le predice la maternità di un bambino indaco, arriva a fine gravidanza stremata, e lui non fa altro che tentare di essere accondiscendente e di evitare lo scontro, senza nemmeno provare a portarla da uno psicanalista o da un medico che la possa curare. Nato il bambino, la donna peggiora il suo stato di malattia psichica, com’era prevedibile, e prima che il marito corra ai ripari per salvare il bambino denutrito, passano mesi. E alla fine, il gesto decisivo, per quanto abominevole (cioè l’uccisione di Isabel) non lo compie il protagonista, ma sua madre. Sempre tornando a un piano simbolico, io leggo, per ciò che riguarda il protagonista, l’inanellamento di una serie di atti mancati.
    Vorrei chiudere, infine, con l’elemento dell’infinita solitudine di Isabel, che sembra non avere famiglia, amici, passato, nessun elemento che possa aiutare la comprensione del suo malessere. E anche questo, denota, a mio avviso una scelta. Il marito stesso, dopo non averla contraddetta (ma nemmeno aiutata) per tutto il corso della gravidanza e per tutti i primi mesi di vita del bambino, realizza la gravità della situazione fuori tempo massimo, quando ormai è troppo tardi, e si trova a scegliere tra il bambino e la moglie. Sceglie il bambino, lasciando però la moglie al suo destino.
    Spero di essere stata abbastanza chiara ed esaustiva nella risposta al tuo commento, del quale ancora ti ringrazio
    A presto
    gioia

  3. renerzogher said

    Non capisco perchè si continui a lanciare il sasso e nascondere la mano… “questa non vuole essere una recensione…” e poi giu’ bordate… mah

  4. Gioia said

    Scusa Renerzogher, ma non capisco proprio cosa c’entri il lanciare il sasso e il nascondere la mano con l’affermare che questa non è una recensione (e, per esempio, non è nemmeno un saggio, un pamphlet o un poema in endecasillabi). Questa non è una recensione perché è assente una pur sommaria analisi tecnica del testo. Se io dovessi recensire un quadro, dovrei, come minimo, dire se si tratta di un acrilico, di un olio, ecc., elementi costitutivi dei quali in questa sede non mi importava trattare. Che la mia fruizione dell’opera sia passata necessariamente per questi elementi va da sé, ma mi sembra un altro paio di maniche. Il fatto che non sia una recensione non toglie “peso” (chiamiamolo così) alla parole che ho scritto, così come non mi deresponsabilizza da quello che ho detto o che penso. Perché, dalle tue frasi (sempre che le abbia capite), sembra che possa permettersi bordate (che io intendo e chiamo in altro modo, ma non stiamo qua a perderci in sottigliezze) solo chi scrive una recensione, mentre chi scrive un articolo, una riflessione, un commento, no. Pensi che nel momento in cui una persona prende parola, cambi il tipo di responsabilità che si assume in base alla scelta retorica che fa? Se io prendo parola e dico una sciocchezza sono più giustificata a dirla in un articolo di colore che in una recensione? Se io dico una cosa intelligente hanno meno valore le mie parole se invece di inserirle in un saggio, le introduco in un racconto? E quali sarebbero i parametri per stabilire in quali testi si possono tirare bordate (sempre per usare i tuoi termini) e in quali no? Io credo che una persona possa esprimere quello che pensa nella forma che le è più congeniale o che le risulta più congeniale in base a ciò che sceglie di trattare. Il discrimine sta nell’assumersi o meno la responsabilità delle proprie parole e dei propri pensieri. E onestamente mi pare che il testo postato qua sopra e il commento in risposta all’intervento di Marco Franzoso, dicano le stesse cose, semmai nel commento vengono chiarite ulteriormente alcune osservazioni già presenti nel testo, poiché le considerazioni fatte da Marco le mettevano in luce e richiedevano, a mio avviso, delle precisazioni. Ma non mi pare proprio di aver sconfessato quello che ho scritto.

    gioia

  5. Belle queste considerazioni.
    Non capisco l’intervento polemico, visto la evidente chiarezza e onestà intellettuale di chi scrive.

  6. Gioia said

    Ciao Sabrina,
    grazie per il tuo commento e per essere passata di qua.
    A presto
    gioia

  7. Ciao Gioia, quando torna Umberto?

  8. Gioia said

    Ciao Sabrina,
    spero molto presto! Ma è preso da mesi a scrivere altro e quindi il blog lo ha un po’ abbandonato. Ma mi auguro torni a scrivere anche qui il prima possibile.
    Un caro saluto
    gioia

  9. mbrt0 said

    Cara Sabrina. Anzitutto un abbraccio, e un grazie per l’attenzione. Come dice Gioia, ho lasciato da parte il blog per cimentarmi su un testo più lungo. Dovendo lavorare, sbrigare incombenze e tenere in piedi un briciolo di socialità, il tempo che mi resta non è molto. In verità, lo sarebbe. Per esempio Gioia ne ha meno di me, eppure qualcosa conclude ugualmente. Sono io, di natura, molto lento. Scrivere anche quindici righe, per il blog, mi porta via come minimo mezza giornata. Son fatto così. Non scrivo tantissimo, per altro. E nemmeno leggo tantissimo. Più che altro passo il tempo a ricordare, mettere in sequenza, analizzare. Sono abbastanza sereno, non si tratta un’attività che mi angoscia. Ogni tanto mi dispiaccio, ricordando. Ogni tanto, invece, penso che in rapporto a tanti errori che mi sembra di avere fatto, in passato, non avevo poi la coscienza così sporca. Sono banalità. Fraintendimenti, piccole prepotenze, bugie, brutte figure. Cose così. Alla fine, di tempo, appunto, me ne rimane poco. E poi non so più bene, sempre abbia mai avuto chiare le idee, in merito, che cosa metterci in questo blog. Mah. Vedremo. Intanto, un saluto affettuoso!

  10. Grazie a te, Umberto. Comprendo il tuo “se le cose / fossero andate diversamente./ Immondo insetto pieno di malinconia!”. Credo che la cosa più importante sia non perdere, non perderci. Mi è preziosa la tua sensibilità umana e artistica. Sei una delle persone che più di tutte sono presenti se penso agli uomini che scrivono e che ho incontrato, mi hai fatto sentire la vicinanza, la velata fragilità dell’esistere vero, mi piace la tua umiltà attenta e mai falsa o interessata o piegata, la silenziosa robusta preparazione di uomo di cultura sempre in tormento, con lo sguardo lontano eppure così ripiegato attentamente su se stesso.
    Intanto Gioia ci diletta elegantemente con il suo cinema, in cui esprime una visione femminile dove mi ci ritrovo, non preoccuparti. Sapremo attendere il tuo calmo ritorno.
    Capisco cosa vuoi dire. L’impegno. La lentezza dell’elaborazione faticosa nel totale vero perdersi nelle cose, quasi distillante.
    La tua scrittura non può essere confusa.
    Un abbraccio a te.

    Ti devo ancora una bottiglia di Cantaro! Buoni giorni a entrambi. Grazie.

  11. Cpd said

    Una non recensione puntuale e coraggiosa.
    Cristiano

  12. Gioia said

    Ciao Cristiano,
    grazie per essere passato da queste parti e per il tuo commento.
    A presto
    gioia

  13. giacomo said

    bel servizio da provare, complimenti per il blog 😉 Continuo a seguirvi, aspetto con ansia nuovi aggiornamenti!!

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