venerdì 31 agosto: at any price e paradies: glaube

14 settembre 2012

Stasera ho visto At Any Price di Ramin Bahrani e Paradies: Glaube di Ulrich Seidl. Il primo è un film da poco, l’ennesimo tentativo di raccontare come l’America si fondi sul sangue e sull’ipocrisia. In tanti l’hanno fatto così bene, perchè l’ennesimo episodio edulcorato per neofiti? Comunque il film ruba a manbassa da La valle dell’Eden e da Il gigante. Il ragazzetto protagonista addirittura si chiama Dean e corre in macchina. Eppure il lavoro evocativo non riesce. Una delle più grandi icone del ‘900 non riesce a essere messa in scena di nuovo (p.s.: ma te lo ricordi Bowie in quella trasmissione televisiva che canta vestito come James Dean in Rebel Without a Cause, lui che gli stili li ha sempre ‘fondati’?). Allora forse il tema del film è l’America che ha perduto il suo immaginario. Ma anche questo non è nuovo.

Paradies: Glaube invece è un buon film. Con l’eccesso che per Seidl tutta l’umanità è mostruosa, anche fisicamente: la protagonista ultracattolica non fa che imbattersi in mostri dalle esistenze e dai corpi devastati. La scena di orgia che osserva di nascosto sembra uscita da Idioti. L’ipocrisia nella quale vive non è però nuova: Freud parlava di sublimazione, la donna non fa che proiettare nelle immagini religiose (e senza immagini il discorso sembra crollare) un ideale di purezza inarrivabile. Ogni volta che si presenta una pulsione la donna si punisce, come dono a dio, in realtà perchè si sente sporca. Come Lady Macbeth che pur lavandosi le mani le vedeva sempre sporche di sangue. È interessante il tentativo patologico di uscire dalla solitudine creandosi irrimediabilmente un lager. Al di lá di tutto ciò fatico sempre a non vedere nelle persone piuttosto religiose una patologia conclamata. Eppure ‘capisco’ gli atti di fede e il tentativo di preservare il mistero. In questo mi viene in mente Je vous salue, Marie.

P.S.(ancora sul film di Seidl): Assieme a Demme (che comunque resta una spanna sopra), è tra le cose migliori viste finora (io come sai vedo solo i film serali). La religione comunque è un pretesto, come credo lo fosse l’amore (in realtà sesso mercenario) in Paradies: Liebe (che non ho visto, ma che da quel che ho letto un po’ mi faceva venire in mente Vers le sud, benchè stilisticamente diversissimo, un po’ mi sembra di capire ci fosse sempre una protagonista ottusa e sola come un cane, alla ricerca di affetto che non può che essere venduto e comprato, e quindi non è più affetto: nella logica mercantile non può che essere accumulo – corpi, gentilezze pagate, ecc., ma anche in quella più “semplicemente” dettata dal godimento). Quindi mi pare che in un caso (paradiso-amore) e nell’altro (paradiso-fede), il soggetto sia la strumentalizzazione dell’oggetto (amore e fede). Dovrebbe essere gratuito l’amore, dovrebbe essere gratuito il sesso, dovrebbe essere gratuito il sentimento che muove la fede. Nel momento in cui tutto questo è strumentale (cioè, diventa altro da quello che è, per esempio un riempitivo) l’oggetto perde senso e diventa qualcos’altro (un simulacro?). La fede per la protagonista del film di stasera è qualcosa che mette a tacere il suo persecutore, le dà tregua, le permette di vivere il totale deserto in cui si ritrova e, per esempio, di non ammazzarsi. La fede patologicamente riempie la sua vita, così come per un tossico la droga, per un alcolista il bere. Nel caso di Seidl tutto però vira al grottesco, la disperazione di questa donna è ridicola (è impossibile non ridere quando la vedi andare di casa in casa costringendo a pregare personaggi improbabili e portandosi appresso una statua dell’altezza di un metro della madonna). Eppure quello che cerca è un assoluto. Bisognerebbe forse domandarsi quanti di noi sono in grado di vivere l’amore, il sesso, la fede (in dio o in qualsiasi altra idea) in maniera non strumentale (pur senza arrivare, ovvio, alla patologia psichiatrica). Come si fa a fare dei distinguo. Allora forse il discrimine è proprio il mistero. Per quello mi veniva in mente Je vous salue, Marie: è così, si accetta e basta, senza patologie, senza strumentalizzazioni (come fai a strumentalizzare un mistero, se lo percepisci come mistero? Non puoi). Allora forse sarebbe stata interessante (almeno per me) una dialettica tra un assoluto in realtà strumentale e un assoluto tale perchè misterioso (amore, sesso, fede, perso il mistero, che poi è un indicibile, perdono la loro ragione d’essere tali, diventano, appunto, altro). Questa cosa nel film di Seidl manca. C’è un’unica prospettiva. Manca la dialettica e quindi senti un po’ la forzature di una tesi, di un film che non si mette in gioco, ma è chiuso, finito e determinato. Non c’è un residuo. E questo è un vero peccato.

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