domenica 2 settembre: to the wonder

16 settembre 2012

Solo un film stasera, per non fare la fine della sera precedente con The Master  (il film successivo passato a pensare al film precedente). Incredibile la reazione della sala a To the Wonder di Terrence Malick: gente che urlava, fischiava esasperata, ecc. Ricordo una reazione del genere solo col Garrel dello scorso anno, bellissimo e in buona parte incompreso. Malick ancora una volta mette in scena una perdita e la ricerca dell’assoluto. Una donna innamorata vede l’amore svanire, un prete perde la fede. Non c’è una ragione per cui l’amore svanisce (litigi, fughe, tradimenti, sono solo accidentali, sintomi). Stesso discorso per la fede: il prete continua nella sua missione, aiuta i deboli, dice messa, fa quello che un prete dovrebbe fare, ma non sente più dio con lui. Quella che si perde è la meraviglia, che è anche quella che si cerca. Nel film precedente era la grazia. Stessa cosa. In The Three of Life  il protagonista, lasciato dalla donna, entra in depressione e ricerca la grazia perduta di quando era bambino. Una perdita chiama un’altra perdita (l’infazia, la giovinezza, l’innocenza, il fratello che viene a mancare). Dov’era la grazia? La bellezza? In un movimento del corpo, uno sguardo, una luce. Tutto crolla e tutto si rigenera. The Three of Life era più potente di To the Wonder (quest’ultimo ha anche la pecca di avere il cameo di un’attrice italiana – proiezione della protagonista – davvero pessimo, a causa dell’attrice veramente incapace), ma ugualmente, anche in quest’ultimo, quello che rimane sono immagini, ritagli di momenti insignificanti eppure indispensabili. Non è mai una scena madre a rimanere, sono i dettagli minimi. Anche in questo caso la macchina da presa non è mai ferma, rincorre qualcosa, è alla ricerca di qualcosa. Come i protagonisti inquieti, che hanno perduto la grazia (dio, l’amore) e ricercano il momento di meraviglia, Malick è a sua volta alla ricerca di un assoluto che non vuole rivelarsi, che sfugge, si intravede, c’è stato e forse non c’è più. Malick si spinge, appunto, verso la meraviglia (to the wonder), che è inafferrabile, indicibile.

Incredibile come un sentimento di questo tipo, che dovrebe essere comune a chiunque, scateni nel pubblico reazioni così violente: la perdita d’abitudine a confrontarsi con qualcosa di misterioso e irragionevole, non esplicabile. Se si accetta nella vita non capisco perchè non si debba accettare al cinema.

Annunci

4 Risposte to “domenica 2 settembre: to the wonder

  1. Da parte mia ho trovato un po’ stucchevole il catalogo di bellezza esibito in quest’ultimo film di Malick (bei corpi, bei paesaggi, bei movimenti, bella luce, etc.), e mi sono sentito quasi respinto da tanta sontuosità, in un certo senso escluso dalla grazia emanata dai personaggi, dagli ambienti sospesi in cui sembravano vivere. Insomma, per parlare di bellezza e meraviglia era davvero necessario mostrare una bellezza talmente canonica da risultare stereotipata (vorrei dire compromessa dalle immagini molto simili che vengono spesso utilizzate in ambito pubblicitario)? Chi erano queste persone che ho visto correre avanti e indietro per tutto il film, e che mi hanno dato l’impressione di non essere in grado di costruire niente di più solido e più profondo di uno svolazzo di farfalle? Non dico che uno svolazzo di farfalle sia privo di profondità, ma noi apparteniamo a una specie diversa, il nostro linguaggio è un altro. 
    Come fa notare giustamente lei in questo suo post: “la macchina da presa non è mai ferma, rincorre qualcosa, è alla ricerca di qualcosa”, ma ho avuto l’impressione che nemmeno Malick sapesse esattamente cos’era questo qualcosa che andava cercando, a parte il fatto che, qualunque cosa fosse, doveva essere “per forza” poetico.
    Malick a parte, sono lieto che sia tornata a scrivere di cinema dopo una pausa così lunga: mi mancava il suo sguardo competente e appassionato, che mi aiuta a leggere in modo diverso anche i film che, come in questo caso, non sono riuscito a capire. 
    Giordano

  2. Gioia said

    Buonasera Giordano,
    è un vero piacere ritrovarla. Capisco le sue perplessità su “To the Wonder”, di certo meno riuscito rispetto al precedente: le immagini meno sorprendenti, gli attori meno credibili e la sceneggiatura meno complessa. Eppure a me pare che questo ‘girare’ quasi a vuoto sia in realtà parte di una ricerca che Malick ha iniziato già da qualche film (tra l’altro, quest’ultimo è chiaramente una filiazione di “The Three of Life”) con la consapevolezza di fallire. Una specie di urgenza frenetica a cogliere un indicibile che non si manifesta, si nasconde, sfugge. Nonostante le sbavature (che ci sono), non posso non riconoscergli questa spinta verso un ‘mistero’ che in me produce un residuo che non può essere spiegato e, da un certo punto di vista, diventa un atto di fede nell’immagine inesauribile, e dunque un atto di coraggio. Sono comunque consapevole che, con ogni probabilità, la mia sia una posizione in buona parte ideologica, però, ugualmente, il film mi ha emozionata.
    Anch’io son felice di essere tornata a scrivere e di ritrovare un lettore così sensibile e intelligente come lei.
    A presto
    gioia

    P.S.: Ma era al Lido anche lei? Ha visto altro oltre a Malick?

  3. Giordano said

    Eh sì, ho passato anch’io qualche giorno al “festival col buco in mezzo” e ho visto una dozzina di film. “The master” e “Pieta” mi hanno colpito profondamente, ma anche un altro film coreano, che si intitola “The weight”, non sarà facile da dimenticare. Conosco in modo superficiale il cinema coreano (a parte un po’di Kim Ki-duk, qualche horror e poco altro) e pur avendo apprezzato il poco che ho visto, mi chiedo se nella loro cinematografia esista il genere “commedia”. No perché ogni tanto non guasta farsi anche qualche risata.
    Ah, mi è piaciuto molto “Clarisse”, un cortometraggio di Liliana Cavani in cui vengono intervistate delle suore (vere), che si dolgono per la scarsa considerazione di cui godono, in quanto donne, all’interno della chiesa. Ma non è una cosa lagnosa: queste donne mi sono sembrate molto consapevoli e convinte di poter dare un apporto importante se solo i preti permettessero loro di incidere maggiormente nella struttura del clero. Insomma, sentono di avere delle idee e delle risorse che potrebbero essere utili alla comunità, ma non vengono prese in considerazione dagli uomini al potere. Tanto per cambiare.
    Buona serata,
    Giordano

  4. Gioia said

    Caro Giordano,
    anch’io son rimasta molto colpita dal film di Anderson e da quello di Kim Ki-duk. Non ho visto ‘The Weight’ ma ne conosco le tematiche. Sì, dopo un paio di film così ci si domanda davvero se i coreani si facciano mai una risata. In realtà, come sempre, il problema è la distribuzione: è molto difficile che in Italia, per esempio, distribuiscano commedie della cinematografia asiatica (che in realtà ci sono), non solo perchè il canale principale per conoscere il cinema asiatico sono i festival, in buona parte restii a mettere in concorso commedie (di solito sono assai poche le commedie selezionate), ma anche perchè quelle cinematografie al botteghino incassano assai poco, forse per la nostra poca affinità con la loro cultura. Poi, per carità, la sensibilità di ognuno è differente: a me spesso capita di sentire più vicina la radicalità estrema di certi film asiatici (assai diversi tra loro) rispetto a molti film italiani o ‘occidentali’. Un buon modo per scoprire registi e film che nelle sale italiane non passeranno mai è andare al Far East Film Festival di Udine: è organizzato molto bene, si vedono cose interessanti. Le volte che mi è capitato di andarci mi sono sempre divertita moltissimo.
    Il documentario della Cavani invece non l’ho visto (problemi di orari) ma da come ne parla sembra molto interessante.
    Per la questione del buco col festival intorno e l’amianto dentro, beh, credo sia tra le gigantesche vergogne di questo paese e di una città come Venezia: incredibile non si trovino le risorse per sistemare una situazione che si protrae ormai da anni. Come diavolo hanno fatto a spendere 40 milioni di euro per fare un buco senza bonificarlo e senza costruire nulla, solo per fare un buco? Poi senti il sindaco dire che non ci starebbe male un albergo lì. Ma se non ci sono i soldi per bonificare e fare le fondamenta per un nuovo Palazzo del Cinema, ci sono per fare un albergo? Perchè non tentare di sistemare il Des Bains? Se l’anno prossimo chiude anche l’Excelsior per lavori, come si sente dire da più parti, delegazioni e compagnia bella dove andranno? Il Lido non sembrerà ancora più vuoto e triste di quest’anno? Possibile alle strutture nessuno pensi seriamente? E possibile non ci sia uno straccio di giornalista che di fronte a sparate tipo quelle del sindaco o a frasi tipo “abbiamo coperto il buco” non abbia avuto il coraggio di dire che il re è nudo e che il buco continua a esserci, con le piante che crescono ormai, rompendo il telone che dovrebbe coprire l’amianto, con conseguenti danni, temo, per la salute di chi abita e frequenta il Lido? Si risolverà mai questa farsa?
    E dopo questo sfogo, la saluto caramente
    A presto
    gioia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: