martedì 4 settembre: linhas de wellingtonpieta

18 settembre 2012

Due film anche stasera: Linhas de Wellington di Valeria Sarmiento e Pieta di Kim Ki-duk. Il primo è girato molto bene, grande cura formale, il progetto (di Raul Ruiz) ambiziosissimo, però freddo, distaccato. Interessante l’attesa per la battaglia tra francesi e portoghesi + inglesi sulle Linee di Wellington: beffa della Storia, la battaglia non avverrà mai, poichè i francesi battono in ritirata. E se i generali francesi non fanno altro che essere intrattenuti in pranzi e cene e Wellington spende gran parte delle sue energie a correggere il pittore (francese) che lo ritrae (forse la cosa migliore del film), nelle retrovie ci si innamora, si muore, si rischia la vita. E il nemico non si incontra mai: è una presenza attesa, temuta, ma che rimane fuori campo. Un fantasma. Un po’ Il Deserto dei Tartari. Eppure al contrario di Buzzati ciò che si manifesta non è la morte, il vuoto, il nulla. Solo, appunto, l’ennesima beffa della Storia. Però poi esci dal cinema e te ne scordi.

Pieta invece è bellissimo nella sua radicalità. Storia di redenzione cristiana. Un usuraio incontra una donna che dice di essere la madre che lo aveva abbandonato da piccolo. Attraverso questo incontro e l’accettazione da parte della madre della sua colpa originaria (“io ti ho abbandonato e tu sei diventato così”), l’usuraio inizierà un percorso di consapevolezza e redenzione che, nonostante l’estrema differenza stilistica e culturale, fa venire in mente il primo Pasolini. Era Kierkegaard, se non sbaglio, che diceva che quando si ama profondamente una persona, con questa persona si vuole avere torto, non ragione. E quindi, anche, assumersi colpe per mondare l’altro (che poi è ciò che fa il Cristo scegliendo di morire sulla croce). L’assolutezza dei sentimenti è fuori discussione (io per te sono disposto/a a morire, farmi mutilare, umiliare, ecc.), ma quando la madre scoprirà che la prima vittima del figlio-usuraio (cioè la scena che apre il film) è l’altro figlio, paraplegico, ucciso con un gancio e buttato in un frigorifero, deciderà di togliere al figlio ritrovato ciò che ormai ha di più caro, cioè se stessa, uccidendosi, e permettendogli di capire di aver in precedenza ucciso il fratello debole e buono (Caino e Abele?). A quel punto l’unico modo per espiare la colpa è la morte. Il sangue si monda col sangue.

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2 Risposte to “martedì 4 settembre: linhas de wellingtonpieta

  1. dario said

    temo di aver interpretato in modo un po’ differente la trama di pietà…in realtà la vendicatrice si finge madre per vendicare il figlio suicida colpendo lo strozzino in modo ancor più devastante, distruggendolo nei sentimenti…è anche vero che, avendolo visto in campo san polo, all’aperto e con una fastidiosa pioggerellina nell’ultimo quarto d’ora non sono un buon testimone…comunque complimenti per l’intelligenza dei post (anche se non sempre mi trovo d’accordo nei giudizi… per dire ho apprezzato la freschezza di apres mai e invece inizio a trovare un po’ ripetitive le fosche truculenze di kim ki duk)

  2. Gioia said

    Salve Dario,
    grazie per essere passato di qua e aver letto i post. Sì, il film di Kim Ki-duk potrebbe essere interpretato anche così. E devo dire che rivisto in sala, doppiato in italiano, l’ambiguità della versione originale con sottotitoli si perde. Nel senso: se nella versione originale sottotitolata (io non conosco il coreano) le ultime frasi della “madre” sono di denuncia ma potrebbero rimanere ambigue, nella versione italiana, si è preferito calcare sulla durezza di ciò che lei dice, facendo perdere l’ambiguità della sua figura. Essendo un film in buona parte metaforico la “madre” (biologica o meno) ha il ruolo, dal mio punto di vista, di far virare in redenzione una vendetta e di trasformare il Caino-usuraio (l’Abele-paraplegico muore suicida, ma chi ha provocato la sua condizione disgraziata e quindi la sua scelta suicida è appunto il Caino-usuraio) in un redento. Caino è condannato da Dio a essere un nomade, un ramingo, e a non essere giustiziato a sua volta. Ecco che il Caino-usuraio si uccide per sua mano, morendo durante un viaggio, sulla strada. Ho molto amato questo film proprio per la volontà di sovrapporre, senza chiarire, figure che fanno parte della tradizione bibblica con una storia più o meno realistica. Mi pare che questo imprima una grande profondità all’opera, richiamando una tradizione culturale perfettamente condivisa. Sono comunque d’accordo che Kim Ki-duk possa sembrare ripetitivo, per il semplice fatto che gli argomenti che gli stanno a cuore, sono un po’ sempre gli stessi (vedi anche “La Samaritana”, per esempio), ma io non lo considero un difetto.
    Grazie ancora per il tuo commento.
    A presto
    gioia

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