Daniele + Milano 02

4 novembre 2012

Cooptato da Marcello Sigaraia (compagno di studi, figlio di luminare, deputato democratico ed ex assessore alla viabilità), per la drammatizzazione di un gioco erotico interattivo da lanciare sul mercato della telefonia mobile, Daniele sarebbe rimasto parcheggiato l’intero quadrimestre di permanenza a Milano presso il relitto di una mastodontica fotocopiatrice del lungo, perimetrale corridoio che dal pianerottolo degli ascensori di servizio conduceva all’ingresso del bianco, vasto, cubicolare open space in cui si svolgevano le attività dell’azienda, girando frasi sul suo portatile senza alcun riscontro né da parte di Sigaraia, che del resto si occupava di questioni finanziarie, né da parte dei creativi con cui avrebbe dovuto collaborare.

Comprendendo in breve tempo che difficilmente a quello stage sarebbe seguita l’assunzione e che, con probabilità crescenti di minuto in minuto, non avrebbe visto infine il becco di un quattrino, attraverso amici legati alla Rivista Nazionale (RN) e all’Associazione Salesiana (ASCT), prese a vagliare ulteriori opportunità d’impiego, deciso a non fare ciò che troppi coetanei facevano, ossia rassegnarsi, e non lasciare intentata la ricerca di un lavoro attinente al corso di studi in cui si era laureato. Non intendeva fasciarsi la testa, raccontò, ma la vita a Milano era un enorme frattale di vicoli ciechi e finestre murate. Tutti coloro che aveva conosciuto altrove, soprattutto ai festival cinematografici – preti o laici, credenti o atei, maschi o femmine – gli rammentavano sfocate istantanee in turbini d’agitazione, il volto e le movenze laconicamente atteggiati a segnalare le innumeri alternative di impiego del tempo a te e proprio a te dedicato; e non perché sei tu o perché sono io, disse Daniele, non perché ci siano persone più importanti di me o di te nei paraggi, non per convenienze e vincoli da ossequiare, né per emergenze che si intrecciano e sovrappongono, amanti in attesa, colleghi che sparlano, capoccia che smaniano e via discorrendo. Sono così tutti, disse, di default, anche quando sono soli, in tram, in automobile, al supermarket. Hanno scritto in faccia: stai usando il mio tempo. Tic-toc. Stai usando il mio tempo. Tic-toc. Stai usando il mio tempo, ziocane. Milano d’altronde non era Padova: un grigiore e un isolamento come quelli in cui andava angosciandosi, non li aveva mai sperimentati. In ogni modo ho deciso anch’io di fare tic-toc. Tic.-toc? Esatto. Non permetterò al delirio di propagarsi oltre il quadrimestre concesso. Altri due mesi, stabilì – giunto ormai a metà stage – poi si vedrà. Anche perché se non mi fanno un contratto parto per il servizio civile e che lo voglia o no mi aspettano sei mesi di stand-by. Ne sortì un impiego serale presso un piccolo monosala a conduzione famigliare, che giovò alla sistemazione in un alloggio più economico di quello in cui inizialmente si era stabilito, ma si rivelò la parte più tragica di un soggiorno frattanto incrinatosi anche con don Alfonso Giampino, redattore della Rivista Nazionale Di Cinema (RNC), che gli aveva inizialmente fornito l’indirizzo dell’esercente al quale rivolgersi per quel lavoretto. Daniele non comprendeva il motivo per cui da alcuni mesi i suoi articoli non venissero pubblicati. Non gli sembravano peggiori di quelli fino ad allora accolti, né gli risultava che indirizzo politico-estetico, proprietà e organico professionale della rivista fossero mutati. Non veniva pagato per i suoi pezzi, per cui non si trattava di questioni economiche. Gli articoli erano serviti da un lato a fargli prendere la licenza da pubblicista e dall’altro all’articolazione di un patchwork relazionale in un contesto che gli stava da sempre a cuore, avvantaggiandolo nel ristretto ambiente di Padova, dove lottava su più fronti per incarichi meno precari e meglio pagati. Da tempo attendeva l’opportunità di una chiacchierata a quattrocchi con il suo mentore, ma la terza volta che, al termine di una piccola rassegna di cinema equatoriale, tentò di discuterne, finì per perdere la pazienza, rinfacciandogli di dargli udienza esclusivamente per corteggiarlo. L’altro lo schiaffeggiò. Daniele restituì lo schiaffo. Sei impazzito? Impazzito? Io, impazzito?

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2 Risposte to “Daniele + Milano 02”

  1. Giordano said

    Sono curioso di vedere il seguito di questo testo che, lo ammetto, all’inizio mi ha dato del filo da torcere (mi riferisco al primo capoverso della prima puntata, fino a “Malloppo”).
    Comunque: bentornato!

    • mbrt0 said

      Ciao Giordano, bentornato. Grazie per esserci e scusa se mi faccio vivo soltanto adesso. Si, anche Gioia mi aveva detto che non aveva capito l’attacco, e che era un casino, ma il testo è uno stralcio e cambiarne l’inizio per adeguarlo in forma di post ne avrebbe alterato l’andatura, a meno che non ci avessi lavorato un po’, cosa che non avevo il tempo materiale e psicologico di fare: volevo dare un segno di vita, cose che mi afferrano all’improvviso, tipo al lavoro, a notte fonda. Un saluto affettuoso!

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