Daniele + Milano 03

11 novembre 2012

Ero impazzito, secondo te?, domandò a Leo. È il mio maestro. La mia guida. È quasi un padre. Voglio dire. Mi ha confessato. Mi ha fatto fare la comunione. Mi conosce dall’estate in cui mi misi insieme a Patrizia (la fidanzata storica).

Ero vergine, Leo. Ero spaventato. Ero euforico. Ero fuori. Completamente! Avevo diciassette anni, Patrizia aveva dieci anni più di me, aveva avuto molte storie, importanti e meno importanti, diceva di sentirsi a un punto di svolta, di fronte a una pagina bianca, di avere bisogno di un nuovo inizio. Ci trovavamo alla Mostra del Cinema, al Lido di Venezia, e Alfonso veniva a cena nella bella bifamiliare con giardino che l’Associazione (ASCT) destinava agli studenti selezionati fra le scuole salesiane di tutta Italia. Suor Margherita riassumeva le tematiche dei film visti in giornata quindi, recitato il Padrenostro e servita la cena, Alfonso prendeva parola per la mezz’ora quotidiana di Pastorale. Quell’estate, come sai, grazie a Mario (Parecchio), avevo pubblicato in antologia i miei due primi racconti. Suor Margherita doveva averglielo detto, perché la prima sera di Mostra, consumato il dessert, stendendo le gambe e slacciando il colletto, Alfonso domandò: e allora, dov’è il nostro esordiente? Fu con enorme lusinga che gli feci dono della mia personale copia dell’antologia, ma lui contraccambiò con interessi quanto mai generosi, invitandomi all’anteprima-stampa di mezzasera insieme a conoscenti a me allora sconosciuti ma assai illustri e influenti. Mi presentava critici, registi, attori, politici, industriali, giornalisti. Mi presentò addirittura il Patriarca, alla fine della messa per gli operatori della Mostra, della quale seguiva sempre con interesse le vicende. Mi si parò innanzi inanellato e intabarrato di tutto punto, sulle lastre di un campiello non lontano da Piazza San Marco, alle undici del mattino, in un solleone abbacinante. Mi tese la mano e mentre mi genuflettevo per baciare l’anello, con un fil di voce, mi disse: il cinema, quand’è forma d’arte, aiuta a capire. Parlavamo di cinema e letteratura, di politica e società, di pastorale e gioventù e la notte, sulla spiaggia, nella frescura, oltre gli stabilimenti dell’Hotel Excelsior, i cui bracieri, ai lati delle scalinate, sfocolavano in lontananza, allorché incontravo Patrizia, ero un mare in tempesta. Sei una persona infinita, sussurrava lei. E io, in quell’insolito sberluccicare di corpi celesti e imbarcazioni, nell’oscurità, intuivo come il Daniele che incantava Patrizia non fosse il Daniele abituale, ma un Daniele aumentato, inedito, stellare, una specie di Superdaniele, fuori controllo e persino un po’ inquietante. Lo sai, fu il settembre più strabiliante della mia vita. Suor Margherita mi volle con sé alla direzione locale dell’associazione salesiana, la cui sede era il teatro della mia scuola. Attraverso quell’impiego conobbi gli altri esercenti d’area cattolica della città e, segnalato alla redazione de Il Settimanale Diocesano (SD), feci amicizia con don Furio Sportivo, dio l’abbia in gloria, che ne curava le pagine culturali e mi assegnò la sezione dedicata allo spettacolo. Ma fu con l’apparizione del mio primo articolo sulla Rivista Nazionale di Cinema che feci il salto di qualità. Si trattava di una lettera informale di riflessioni sul cinema, l’adolescenza e gli adolescenti che Alfonso mi aveva restituito con note e suggerimenti in margine, che avevo integrato e corretto. Vi scrivete spesso?, mi domandò don Furio, stupito. Abbastanza!, gli risposi. Ci sentivamo telefonicamente e ci incontravamo a convegni conferenze o festival, dove lui mi faceva conoscere un sacco di gente importante. Anch’io a mia volta gli facevo conoscere persone, raccontai. Di tanto in tanto Alfonso passava in città dove, sia all’università che in associazione, lavoravano conoscenti sempre pronti a offrirgli ospitalità. Lui però preferiva pernottare da me. Gli spedivo gli articoli per la Rivista Nazionale di Cinema (RNC) e lui me li correggeva, mi offriva consigli, mi esortava a riscrivere. Dio santo! Era il mio unico amico, a Milano, l’unico con cui potessi parlare, un adulto, una persona che ti può dire una parola, che ti ha visto crescere, ti ha visto amare, ti ha visto sbandare e soffrire, una persona che ti conosce bene, insomma uno di cui puoi fidarti. Vedeva che ero triste, cupo, spostato, negletto, e invece che tendermi la mano continuava a ripetermi quali meraviglie custodisse lo scrigno della mia età. Quant’è bello avere vent’anni!, diceva. Vent’anni! La vita nelle mani! Tutto da spendere! Tutto un’avventura! Qualsiasi cosa ti accada è meraviglioso, diceva, devi solo rendertene conto, devi solo pensare: sono vivo!, devi soltanto dirti: è bellissimo!, devi soltanto tenere a mente: ho vent’anni! Ma quali vent’anni, pensavo. Non vado più al liceo. Non vado più neanche all’università. Alfonso, gli dissi, sono sei anni che non ho vent’anni. Anzi, quasi sette. Ma lui per tutta risposta, in mezzo alla gente assonnata, sprofondata nelle poltroncine alla fine della proiezione equatoriale, mi avvicinò le labbra al collo, soffiò dentro all’orecchio e prese a massaggiarmi la coscia! Speravo almeno di potergli dire quanto stupido e inadeguato mi sentissi, quanto fossi spaventato, quanto le fauci della metropoli mi apparissero grondanti e profonde, quanto il futuro andasse oscurandosi di fumi tossici ed esalazioni, soprattutto in che razza di guaio mi fossi cacciato, non solo a Milano, dove mi ero trasferito sulla parola di un conoscente, amico di amici influenti, influenti loro, però!, senza firmare alcunché, ma anche a Padova, la mia cara, piccola Padova, piena di ubbie e nevrosi, piena di boria e di complessi, ma a misura d’uomo, e se non proprio a misura d’uomo, in ogni modo, a misura mia. Sono spaventato, gli dicevo. La mia è una vita di relazioni. Credo nelle relazioni. Non pretendo certo che tutte le relazioni siano come quella con te. Questo no. Ma ho lasciato Padova troncando relazioni importanti, con rabbia e con cattiveria. Che faccio, adesso? Con che faccia torno? Lo chiedo a te, che sei una delle persone più importanti della mia vita. Lo chiedo a te perché in te io vedo un maestro, gli dissi. Ma cosa vedeva Alfonso, in me? Un coglioncello ai primi sballi, ecco cosa vedeva. Un c.b.c.r., solo, rincoglionito, spaventato a puntino, e finalmente inchiappettabile!

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