Daniele + Milano 04

17 novembre 2012

Frattanto, sull’oasi di pace in cui aveva trovato impiego e dimora si abbatté la catastrofe.

I coniugi Catanzano, che amministravano il piccolo monosala, avevano assunto Daniele perché la signora era incinta e fra Natale e Santo Stefano avrebbe dato alla luce il bambino. Le notti nella stanzetta ammobiliata, destinata al nascituro, le inconcludenti giornate nel candido corridoio dell’open space (in cui non entrava se non per intercettare il sempre più incorporeo Sigaraia), i viaggi in desolati vagoni di metro o di tram sbatacchianti, l’ubiquità grigia, rabbrividita e insidiata da ogni sorta di pena dell’inverno milanese, avevano come unico conforto il calore, la quiete e la letizia che regnavano presso la famigliola. Si avvicinava il natale e Daniele faceva gli straordinari, ma il giorno in cui era prevista la nascita aveva fatto in tempo a recarsi all’ospedale, per congratularsi e fare gli auguri. Ci farebbe piacere, Daniele. Sappi che rimarrai nel nostro cuore. Saremmo veramente lieti. Così Daniele si trovava in ostetricia quando il principale, tutto trafelato, di ritorno da un’urgente incombenza lavorativa, fece ingresso nella stanza della moglie. Ero lì fuori, sereno, con il sorriso sulle labbra e pieno di malinconiche riflessioni intorno a ciò da cui mi ero lasciato sedurre e ciò che invece nella vita, come avrei dovuto sapere e come in effetti sapevo, conta davvero. Pensavo a te, Leo. A questa casa. Pensavo a Mario. Alla verità. Pensavo a Dio. Alla letteratura. Pensavo a Raymond Carver e alla bellezza. Pensavo a Padova, agli spritz, a Costanza e a suor Margherita. Pensavo a Don Furio e pensavo alle riunioni dei Corporali – il gruppo di scrittori, di cui anche Leo faceva parte, raccolto da Mario Parecchio intorno a sé. E pensavo che Mario, la casa, il gruppo, Carver, Costanza, gli spritz e le riunioni dei Corporali, cui avevo voltato le spalle, fossero invece la cosa più nobile, dignitosa e promettente avesse il mio mondo da offrire. Avevo salutato, avevo fatto le mie congratulazioni, mi ero complimentato con la nonna, cioè la mamma di Enzo, il principale, che stava per entrare nella stanza della nuora, cioè la moglie. Enzo arriva, butta il paltò, mi tira un buffetto d’intesa, si guarda intorno, tutto sudato, e dov’è?, dice, di là!, dico, e raggiunge di corsa la nonna, sua mamma, nella stanza della nuora, sua moglie. Guardo l’orologio. Posso trattenermi ancora qualche minuto. Penso che mi piacerebbe vederlo uscire, sorridergli, scrutarne il volto ruvido, vederne gli spigoli addolcire, virili, nell’aurora della paternità. E penso che mi piacerebbe essere accolto nella stanza della madre, che immagino stanca, stropicciata e bianca, gli occhi colmi d’acqua preziosa e il cucciolo rannicchiato in seno, stretto con la boccuccia al capezzolo. Faccio per sedermi quando l’aria è squarciata da un urlo. Rimango sospeso, a gambe spezzate, né in piedi, né seduto, in una galassia di luce e silenzio. Il tempo di fare un respiro. Un lungo respiro. Uno di quei respiri in cui prendi più fiato che puoi. Finché tutto è bianco. Tutto è luce. Tutto brucia. Come in una salina. Come quando ti fanno soffiare dentro al boccaglio dello spirometro. Venti secondi di sale, silenzio e comete impazzite. L’infermiera dietro il banco, all’inizio del corridoio, muove un passo nella mia direzione quand’ecco il secondo urlo, e subito il terzo, il quarto, poi urla più brevi, rotte, appuntite, sempre più acute. Ma non solo acute. Orribili. Disumane. È un parente? Devo andare, dico. C’è lo spettacolo pomeridiano. Ero passato per caso, balbetto, in velocità, per un saluto prima di andare al cinema. Si calmi!, dice l’infermiera. Sono un dipendente, dico, devo andare al cinema! Cosa dice? Cos’è questa storia!, urla l’infermiera. C’è lo spettacolo pomeridiano! Via! Avanti! Si muova! Ma non fece in tempo. Il mio capo era già fuori, in corridoio, trattenuto da un giovane inserviente, più giovane di me, quasi un bambino, un adolescente con il piercing, un punkabbestia in camice, un orribile corsaro nano, tatuato, rasato, con un anello penzolante al naso. Non mi toccate!, urlava il mio capo. Vado in galera!, non mi importa niente! Si liberò del nano con una gran gomitata, mi raggiunse, si aggrappò alla mia giaccavento, mi sbatté contro la parete e cosa fai qui?, gridò, cosa cazzo fai qui a quest’ora?, per cosa ti pago?, per cosa credi che ti paghi?, disse, vai al cinema!, apri quel cinema di merda! Un infermiere più anziano ed esperto lo immobilizzò, piegandogli un braccio dietro la schiena. Sta calmo!, diceva. Sono calmo! Sta calmo ti ho detto! Sono calmo!, gemeva il mio principale. Lasciai le mie spalle scivolare sulla parete echeggiante. Portai i palmi delle mani alle orecchie. Il linoleum strideva e strillava, come inciso da stormi di rondini. L’infermiere scortò Enzo fin dentro la sala d’attesa, spingendolo bruscamente da tergo, il braccio piegato ad angolo acuto. La caposala consegnò la nonna, cioè la madre, alle cure del nano, quindi corse in fondo al corridoio, verso il banco, dietro il quale sparì. Vidi il punkabbestia che accarezzava i capelli ombreggiati d’azzurro della nonna. Bestemmiava sottovoce, a fronte alta. L’anello che gli dondolava al naso era lordo di sangue. L’infermiera riapparve da dietro il banco con un kit di pronto intervento. In sala d’attesa accesero il televisore. Lo sintonizzarono su MTV. Alzarono il volume. L’infermiera entrò. Malgrado le orecchie tappate sentivo rumore, sicché infilai la testa fra le ginocchia. C’erano clangori, barriti, campane che suonavano. In quel frastuono però adesso udivo una voce di donna, tanto minuta e melodiosa che sembrava un canto. Papà, cosa dici?, diceva. Cosa ti prende, papà? È un bel bambino, cantava, è il tuo bambino, è un bel bambino, diceva, è il tuo bambino, e io immaginavo le guance paffute, i liquidi occhi castani e i boccoli paglierini di Rosa Catanzano, immaginavo il suo sorriso accogliente, delicato, modellato in tenera cera, immaginavo dicesse papà, papà, papà, nel modo in cui una figlia si rivolge a suo padre. Ricordavo come mi aveva passato la mano fra i capelli la prima mattina che mi ero svegliato nella stanzetta del nascituro; come discesi i gradini alti e scricchiolanti della scala di legno a chiocciola e come, impigliato fra sonno e veglia, approdai al pianterreno, nell’ingresso dell’abitazione. Aprii una porta. Era il salotto. Ne aprii un’altra. Era un minuscolo bagno – avevo il mio, al piano di sopra. Ne aprii una terza. Era lo sgabuzzino, quasi interamente occupato dalla culla del nascituro, avvolta in un enorme fiore di cellophane. Finalmente aprii la porta della cucina. Sul tavolo, per incanto, trovai il caffelatte fumante con le fette biscottate, il burro e la marmellata. Sedetti. Versai lo zucchero. Spalmai la marmellata. Quando fui sul punto di portare la fetta alla bocca sentii le dita di Rosa fra i miei capelli. Sobbalzai, ma fui subito accolto dal suo sorriso, un sorriso di benvenuto, un sorriso spazioso, ventilato, d’altopiano, che sembrava sempre sul punto di dire: c’è posto anche per te!, un sorriso che quel maledetto natale avrebbe stravolto per sempre. Legatemi!, urlava Enzo. Vado in galera!, non m’importa!, vado in galera!, ripeteva, mentre la nonna, cioè sua madre, veniva fatta coricare in una lettiga. Poi, buio. Giorni di buio, silenzio, paura. Giorni di orrore. Giorni come un’unica lunga notte, sospirò Daniele, estraendo dalla tasca interna della giacca il blister dei placebo antistress.

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2 Risposte to “Daniele + Milano 04”

  1. Eh sì, sei proprio bravo.:-)

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