fantannuncio a fantamadonna 04

11 dicembre 2012

Zio.

Mezze frasi, quelle che Miriam aveva sentito; frammenti che soltanto nel corso dell’ultimo anno avevano acquisito significato. Lo zio, per esempio, che aveva organizzato il suo ritorno a Nazareth e aveva sbrigato le non semplici faccende relative alla sua sistemazione – faccende rese ancor più complicate dalla paralisi che in autunno l’aveva colpito alla bocca e che, da allora, lo costringeva a esprimersi a gesti – era allarmato dal diffondersi di tali sentimenti e non perdeva occasione per ribadirne la pericolosità. Gli sembrava pretestuoso l’innesto di motivi escatologici sul sentimento di avversione per l’iniquità dei romani, le enormità della corte o l’inveterata corruzione erariale. Si trattava di mali endemici, diceva, connaturati al potere mondano. E faceva notare come fra gli esattori e i tanti altri profittatori di quella situazione di diffusa illegalità non fossero annoverati soltanto gentili. Cosa c’entrano le tasse?, protestava, picchiando il bastone mentre il passo, svelto e breve, agitava le frange del tallit. Al di là di considerazioni d’ordine squisitamente teologico – sulle quali, non potendo parlare, era costretto a soprassedere – Zaccaria riteneva che la virata eversiva di tali sentimenti andasse prevenuta con fermezza (ricorrendo, se necessario, alla forza), poiché avrebbe ulteriormente lacerato una nazione già frazionata, scatenando la ferocia imperiale. Il tempo era prossimo, andava dicendo, e presto ogni cosa sarebbe mutata. Così aveva ripetuto anche due giorni prima, a Betlemme, dove Miriam aveva assistito al suo sbalorditivo incontro con tre capofamiglia che, per questioni di successione, l’avevano interpellato. La pienezza del tempo era vicina, aveva scribacchiato – stilo e barretta d’argilla – ma non secondo l’accezione di Giuda, il figlio del vecchio Ezechia. Il Galileo – questo Giuda – aveva in odio lo straniero per l’assassinio del padre e la strage della famiglia. Nella sua vendetta, però, era compresa l’ascesa al trono e, conseguentemente, nella sua propaganda, il più grave fra gli equivoci. Egli si crede qualcuno, diceva lo zio, ma come lui ne abbiamo già visti. E io dico che come agli altri così a lui il Signore renderà il dovuto: ciò che spetta ai sediziosi e ai falsi profeti! L’eloquenza, il dinamismo e la disinvoltura che lo distinguevano, avevano fatto di lui un uomo discusso e invidiato, crocevia di polemiche e scontri. Tuttavia la generosità con cui si rendeva disponibile a chi, avesse o meno il titolo per consultarlo, gli si rivolgeva, ne alimentava seguito e reputazione. Malgrado la chiacchiera e le immancabili insinuazioni – rispondi, o Zaccaria: il potere pagano o quello del re? – la sua devozione e il rigore nell’amministrazione del culto non erano mai stati messi apertamente in questione; nemmeno dopo i fatti di fine estate quando, al termine delle celebrazioni, si presentò alla folla raccolta innanzi al Santuario in stato febbrile, gesticolante, colpito alla mascella da quella che alcuni avevano inteso come una punizione divina. Eppure, nonostante la successiva maternità della zia Elisabetta avesse capovolto il giudizio di chi, in quel mutismo, ne aveva ravvisato il marchio – già manifesto, per le malelingue, con la pregressa sterilità della coppia – più di un fariseo confutava in privato la miracolosa evidenza, nutrendo il sospetto di un’empia commedia. E in un paio di circostanze, sia a Gerusalemme – sotto i colonnati della piscina dove i malati attendevano l’agitazione dell’acqua – sia a Betlemme – presso il pozzo di Davide, nel vivaio della sinagoga – erano volate parole ingiuriose, prossime all’intimidazione.

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