fantannuncio a fantamadonna 05

15 dicembre 2012

Zia.

Sono in pena per lui!, aveva bisbigliato la zia, alzando il volto alla luna, alta e splendente sopra la siepe. Dio non voglia che possa accadergli qualcosa! Ma Miriam, frastornata dalle visite, dalla sollecitudine e dall’ammirata circospezione di cui, quasi al pari di Elisabetta, era stata degnata, non seppe accoglierne l’inquietudine che con un’evasiva scossa del capo. Del resto era stremata, al termine di una giornata gremita, trascorsa come un fatuo passaggio nei panni di un altro: promessa a un uomo che non conosceva, aveva lasciato fra le pietre del Tempio la purezza della sua prima vita e indugiava in un limbo, in transito, sopra un viadotto dal quale non aveva ancora potuto gettare lo sguardo. Mentre la zia alternava parole di gioia ad altre, di timore e apprensione, e dalle stanze retrostanti il cortile giungevano i gemiti di Zaccaria, raccolto in preghiera, l’afrore degli incensi mescolato a quello, più amaro, degli oli, spalmati laddove il peso del grembo aveva rotto la pelle, stagnavano nell’oscurità, pungendole gli occhi. Se Dio era con lei, pensava Miriam, di chi o per che cosa temeva? Dopo mesi di quarantena la zia riapriva la casa, mostrandosi in pubblico al fianco del marito: il ventre visibile, sotto le vesti, gonfio di un figlio in cui, data l’età, nessuno avrebbe osato sperare; e gli occhi immensi, fiottanti, che illuminavano il tramaglio degli zigomi sulle guance infossate, turbando più di qualcuno – fra immancabili motti, certo; ma anche meraviglia e commozione sincera – nelle file del popolino. Dio è con lei, pensava Miriam, sia lode a Dio, mentre sotto la palpebra, il polpastrello pigiava il succo del giorno: le attenzioni delle anziane, la devozione di Zaccaria, la premura delle domestiche, il protettivo decoro della dimora già stemperavano in un sonno imperturbato, poiché niente sembrava imperfetto e ogni altra cosa nel grande sogno del mondo procedeva senza incertezze, secondo le prescrizioni dell’angelo e il desiderio di Dio. Eppure, mentre la notte iniziava a bagnare le punte dei piedi, lo sguardo della zia svigoriva, vagando fra le ombre dei vasi e delle piante, smarrito: sei cose ha in odio il Signore, anzi sette, l’alterigia negli occhi, la lingua bugiarda… Tua madre e tuo padre, Miriam. Tu sei nata a Betlemme, a poca distanza da questa casa e qui a Betlemme, con tua madre e tuo padre, sei vissuta fino al compimento del terzo anno. Non era bene rimaneste. Era rischioso. Non soltanto per te. Tuo zio, Miriam, è sgradito alla corte, poiché afferma che altra da quella regnante è la discendenza legittima; e al tempo stesso è inviso, fra il clero come fra l’aristocrazia, a coloro che dichiarano di credere in un messia guerriero; egli va infatti dicendo che non come quello di Davide sarà il regno di colui che deve venire; ma questi stessi motivi lo rendono sospetto anche tante famiglie divise dai tradimenti, dalle rappresaglie, dalle alleanze strette dai padri, corrotti da Roma, e prima di Roma, prima che Roma stessa esistesse, dai padri dei padri. Mi capisci? Capisci quello che dico? Rossa in viso per il complicato decorso – preparativi saluti spostamenti incontri – della giornata, Miriam debolmente annuiva; ma più che le parole avvertiva il formicolio sulle mani, molli d’unguento, quasi sui palmi e le dita, prima che nell’anima, si fossero impressi stupore, letizia, sgomento, euforia per il calco di vita esultante a fior di pelle, a ogni suo tocco, a ogni suo accostamento, come sotto il gonfio ombelico di Elisabetta, attraverso una sorta di orecchio, la creatura premesse in ascolto.

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