fantannuncio a fantamadonna 06

19 dicembre 2012

Viaggio.

Soltanto l’indomani, alle prime luci, discendendo i viottoli umidi della cittadina, mentre Gerusalemme, come un’arca incagliata, già rosseggiava nella distanza, si sarebbe interrogata sul significato di quelle parole, intorno al se e al come potessero riguardarla; e certo, la riguardavano, pensava, del resto già le conosceva, benché intrecciate a tantissime altre secondo significati cristallizzati dal tempo e dal tempo stesso traslati su un diverso asse, divino o fantastico, comunque intangibile; disgiunto dai motivi per i quali, assicurata la figlia alle cure dei sacerdoti, Anna e Gioacchino, alla loro non tenera età, avevano deciso di ritirarsi – fuggire?, nascondersi? questo la zia aveva inteso? – lontano da Giuda, fra le colline di Galilea. Questo la zia aveva inteso. Per forza. Ma fuggire da chi?, nascondersi da cosa?, si domandava, intorpidita dal sonno: anch’io starei dunque fuggendo?, andando a nascondermi?, per quale motivo?, perché proprio a Nazareth, dalle cui pietre non viene niente, in mezzo a volti la cui somiglianza non lascia scampo – fra cave, orridi e campi scoscesi, nascondiglio di sediziosi ai quali Zaccaria stesso, per primo, sembra ostile? Ben coperta, rannicchiata sul fondo del barroccio, Miriam scrutava il profilo tagliente dello zio, intirizzito, di fianco al vetturino, cercando svogliati responsi ad appelli che torpore e inappetenza confondevano. Accostava la sua magrezza al turgore di Elisabetta e gli alterni atteggiamenti della zia – con le domestiche, le amiche, le parenti – alla fissità del dolore che strizzava in cartoccio il suo volto. Per tutto il precipitoso, malagevole viaggio da Betlemme a Nazareth ne avrebbe indagato l’inquietudine, la fretta, lo smarrimento, confrontandole al modo in cui, il giorno prima, aveva accolto i tre ospiti nella sua casa: benché inghiottisse saliva e mulinasse ininterrottamente le braccia si era portato con tale perentorietà che, per eccesso di ritegno, i fratelli che l’avevano interpellato, ancora in lutto, avevano ritenuto opportuno esprimersi nel suo stesso modo. Ma che fate?, era quasi riuscito a dire. Scusaci, rabbi!, avevano sussurrato, con ampi cenni esplicativi. Mica sono sordo!, aveva sputacchiato lui, paonazzo, vibrando sberle nell’aria. Miriam, che spiava la scena da un angolino della stanza accanto, aveva soffocato un sorriso: in quelle prime battute l’incontro le era parso più simile a uno spettacolo di mimi che a un delicato contenzioso; e il graticolare imbarazzo suscitato d’un tratto dal gesto di Zaccaria, che aveva sollevato una mano, le cinque dita aperte, bloccandola in alto come sul punto di scagliare un anatema, fu sbrogliato, fra stravaganti, gemebonde giustificazioni – non volevamo essere offensivi!, né mancarti di rispetto!, è solo il timore di Dio, sia fatta la sua volontà, e dell’angelo, cioè ti ha colpito, cioè tua moglie invece, insomma lei, l’angelo, noi… – soltanto dal precipitoso ingresso della donna di servizio, con un tripudio di datteri fichi formaggio e beveraggi assortiti. Presso i tanti cantieri di Samaria, all’attraversamento degli armenti, al superamento delle carovane e dei cammelli e dei carriaggi ricolmi di tronchi, alla vista dei soldati con l’elmo in pattuglia, oppure ubriachi, a capo scoperto e stravaccati sotto le palme, in tutte le occasioni in cui fosse necessaria una sosta, una deviazione, una contrattazione, un rifornimento, l’esibizione di un attestato, un documento, la richiesta di una testimonianza, Miriam avrebbe stentato a riconoscere in quel vecchietto sgomento, dagli sguardi guizzanti e allorché, come voli di mosca, incrociavano il suo, ineffabilmente ossessivi, l’invidiabile parente dalle amicizie importanti che le malizie di Lea, la più cara fra le altre, al Tempio, avevano individuato (facendola sentire importante). Con i cambiavalute, i locandieri, le guide, i dazieri, persino con i capofamiglia dei più umili fra i pellegrini in cammino, Zaccaria non le sarebbe sembrato più che un disgraziato in incognito, un profugo errante, un clandestino dal viso stravolto, rimpicciolito e disciplinato dall’anomalia e dall’insidia annidate in ogni manifestazione dell’immenso accadimento del mondo. Avrebbe soppesato, Miriam, il suo dolore: un occhio quasi del tutto chiuso e uno invece spalancato, il torcimento delle labbra – stropicciate e rientranti, sulla destra, come avesse perduto i denti; dischiuse, invece, in una sorta di ellisse imburrata, sulla sinistra. Avrebbe spiato le bolle, le crepitazioni, i rutti e i disperati borborigmi che propalava, il modo in cui tradissero la mondanità, sia pur dissimulata, della sua natura: per doloroso potesse essere, non l’invisibile arpione che gli stravolgeva il volto sembrava infatti angosciarlo, ma l’impossibilità di discutere, spiegare, confrontarsi, ammonire, disquisire, citare; abituato com’era a tenere banco per le strade di Betlemme come nei controversi ambienti dell’aristocrazia sacerdotale – dove più che mai oggi avrebbe avuto parole grandi per farsi valere. Quante frasi di circostanza aveva invece ascoltato, Miriam, fra le donne. Quale miscuglio di trepidazione e stoltezza in succinti o dettagliati aneddoti di prodigi piccoli e grandi accaduti in altre famiglie, anelli alle dita e mani giunte ai seni, mentre labbra compunte, appena dischiuse, evocano finestre battenti, oggetti spostati, sogni anticipatori, veggenti introdottisi in casa e scomparsi in un batter di ciglio, angeli travestiti da pellegrini assetati, da giardinieri assonnati, da operai itineranti, sempre accompagnati da soffi di brezza parlante cui Elisabetta, altrettanto composta, restituisce un sorriso – sorriso di donna, le sovviene: mutevole, interno, dolente (un tuffo: scamperà alle doglie?, sopravvivrà al dolore del parto?) – ora umile, ora indiscreto, ora invece autorevolmente quiescente, ma sempre più incongruo man mano che il sole si alza nel cielo, e sconveniente, come il profumo dei cosmetici sulla sua vecchia carne, tesa e al tempo stesso sfaldata. Sbalordita di sé, della confusa pochezza di ogni sua cognizione e costernata per il calore che dal grembo, sotto la veste, scivola sull’inguine, ne intende l’implicazione carnale: l’angelo?, le balena, e poi: Zaccaria?, di cui vede l’incanutimento, le chiazze sul cranio, l’arida seminagione di efelidi, la sopraggiunta, naturale debolezza. Quindi in un tremito: cosa vado a pensare?, cosa mi salta in mente?, ma il cuore accelera e la fronte è umida mentre lacera drappi per farne tamponi. E la capitale, in un tonfo di polvere, dilegua alla coda dell’occhio.

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