fantannuncio a fantamadonna 10

2 gennaio 2013

Falegname.

Fatto salvo un veloce saluto, il falegname non le ha rivolto parola. A Miriam, tuttavia, è sembrato quasi un lontano parente. I figli, alle sue spalle – quanti erano?, quattro, forse cinque: teneva abbassato lo sguardo – stavano dritti in silenzio arricciando pensosi le barbe; e la casa, in cui regnava un ordine raffazzonato, frettoloso, intriso di cuoio, di colla e d’aglio, denunciava una protratta penuria di cure. Non c’era stato molto da dire, né da parte loro, né da quella dei suoi genitori. Non sulla sposa, almeno. Il falegname, con cortese ritrosia, si prodigava in esitanti domande intorno alla salute dei genitori e alla qualità dell’inesistente raccolto; e mentre Anna ripeteva a Gioacchino, che era sordo, gli scontati ossequi dell’ipotetico futuro genero, lo zio Zaccaria, che era muto, tracciava segni su una barra d’argilla. Il podere, come già Giuseppe sapeva, era lavorato da Joab, marito della vecchia Ester, che corrispondeva ai genitori di Miriam emolumenti in natura. Non esisteva alcun contratto che ne legittimasse lo sfruttamento, soltanto un accordo verbale fra i capofamiglia. D’altronde, senza più figli sui quali contare – essendo Shura, il buon Mattia e persino il povero Amos, emigrati – Joab ne sfruttava esclusivamente un’esigua porzione, per raccogliere legna e un po’ di foraggio. C’era forse stato qualche screzio, in passato, fra Anna ed Ester. I rapporti fra i due anziani, però, ispirati alla massima correttezza, non destavano preoccupazioni. Secondo la legge ogni cosa era in ordine ed eventuali rivendicazioni da parte di Joab o dei suoi figli non avrebbero potuto disporre, né ora, né in futuro, di alcun argomento sulle quali fondarsi. Miriam, che soltanto in quel momento metteva a fuoco entità e natura della sua dote, non comprendeva gli impacci sottesi a quelle ricapitolazioni, ma nella sussiegosa schermaglia cui entrambe le parti indugiavano indovinava ansia e inquietudini analoghe a quelle manifestate due sere prima, in Betlemme, dalla zia Elisabetta. La riguardava quel che dicevano? Avrebbe dovuto sforzarsi di capire ciò che ascoltava o invece lasciar cadere, e concentrarsi sull’altro piano, separato e disgiunto dai motivi allusi, elusi, sottesi, accennati, mai detti per intero, cui avevano fatto riferimento Elisabetta, la tutrice o la stessa irriconoscibile Lea, quando prese a interpretare gli sconvolgimenti intorno ai quali erano fioriti i racconti del loro concepimento come irruzioni della follia nell’ordine della creazione? Non avresti più parlato così. Non ci avresti più consolate. Ma avresti cominciato a cercarmi. Siamo state annunciate, dicevi. Nate nel sogno del Gran Sacerdote, dall’ala di un angelo. Siamo proscritte. Abbandoneremo chi ci vuol bene. Gli faremo del male. Che importa chi o che cosa sono, se sono, i nostri genitori? Dio è stanco, adirato. Rovescia l’ordine e introduce il cambiamento. Così l’angelo vola dai vecchi, feconda chi attende il suo giorno. Il problema non è Joab, dice intanto Giuseppe, con un filo di voce. Ma sulle colline, nelle capanne, fra i pastori. Lì sta il pericolo, sussurra, scuotendo lievemente il capo. Laddove riparano gli incurabili, i ricercati, i discepoli dei profeti. Ora, dice il falegname, Zaccaria è certamente a conoscenza. Sa ciò di cui sto parlando. Da un lato le guarnigioni in perlustrazione. Dall’altro il paese. Zaccaria annuisce. Non c’è bisogno di insistere. Il paese non parla. Gli anziani non parlano. I giovani non parlano. La pace è preziosa, e la pace è il silenzio, dice il falegname. Il maggiore dei figli, di nome Giacomo, si alza dalla panca e, avvicinandosi alla stufa per rintuzzare le braci, dice: dovranno passare sui nostri corpi. I fratelli sembrano destarsi da un sonno. Guardano il padre, poi il fratello maggiore. Anna sorride. Gioacchino non ha sentito. Zaccaria fa scorrere tremule dita lungo il naso. Fai silenzio, dice il falegname, alzando appena la voce. Fai silenzio, idiota. Giacomo rimane voltato, di spalle. Sembra annuire. Ma si tratta soltanto del movimento con il quale il corpo, curvo sul foro scoperchiato delle braci, accompagna quello del braccio, che le ravviva. Quindi: soldati ubriachi. Di stanza a Sefforis. Mercenari biondi, o di pelo rosso, dai volti scottati. Flagellati e poi crocifissi. Lungo il sentiero. Il figlio di Joab. I bambini che nessuno vede. Il paese che tace. Gli anziani che pregano. Alcune madri hanno smesso di piangere, sogghigna un altro fra i fratelli. Quello che gli siede accanto gli dà di gomito. Efraim!, sibila. Giuseppe spalanca gli occhi, sotto le sopracciglia che guizzano, sopra il naso, come un falò. Lo incenerisce. Il figlio china il capo, passando le dita fra le ciocche aggrovigliate. Ho parlato fin troppo, rabbi. Sai meglio di me cosa dico. I romani cercano armi e colpevoli. Antipa, la rappresaglia. Grotte, fenditure, cavità, recessi difficilmente accessibili. Le armi. Sulle colline. Scudi, pugnali, spade, lance, archi. Nei buchi. Le guarnigioni hanno perlustrato le alture. Alcuni non sono tornati. Scomparsi fra i pozzi. Fra le fenditure. Vengono utilizzati bambini. Vi si calano dentro. Prendono quello che serve. Nessuno li tocca. Nessuno li vede. Vuoi dirmi che non capisci, Miriam? Non so davvero se crederti. Un anno fa io già capivo. Mi facevo delle domande. Tu Miriam, non sei una sciocca. Non si direbbe proprio. Hai solo questa piccola ossessione per la pulizia! Chi ti ha trasmesso quest’ossessione? Oh, via! Non dir di no! Sei sempre lì che ti lavi, sfreghi e risciacqui. Ma è inutile. Lo sai vero? Non lo puoi cancellare. Guarda le mani del falegname. Sono grandi, e massaggiano lentamente le ginocchia. Il dorso è marrone, nodoso, crivellato di forellini neri. Lo sbuffo di peli che, dalla manica, come erba schiacciata, lambisce il polso, è grigio. I palmi giallicci, pieni di schegge, crepitano sulla tunica come ciocchi in un piccolo fuoco. Il loro bordo, color pergamena, ricorda il calcagno di un vecchio. La sabbia fra ciottoli, Miriam: tu la riconduci negli alvei. Adori la sabbia negli alvei fra i sassi, la osservi penetrare dentro alle stanze. Ti piacerebbe seguirne il percorso. Vedere dove conduce. I fiori suscitano le tue preghiere, il creato nelle fioriere respira. Ed è immenso. Come farai quando sarà in te? Come faremo? Guarda adesso le mani di Zaccaria. Sta appoggiando i gomiti sul tavolo, nella luce piovosa, al centro della stanza. Acquistano una tonalità morta, fluviale. Guarda il delta dei polsi sottili. Tutti quegli ossicini sporgenti, rosicati, dalle punte diafane e le unghie piatte, leggermente rostrate. Schiudendo un poco le dita, lo zio sembra esortare: calmati, ti prego, aspetta. Il papà respira rumorosamente. Pulisce le lacrime sulla manica. Starnutisce. Poi mastica. Ma continua a lacrimare, e la mamma gli porge un fazzoletto. Starnutisce di nuovo. Lo zio scuote la capezza, spalanca gli occhi, cerca il beneplacito del primogenito. Ma col mento appoggiato sul pugno, Giacomo osserva scorato un uccello nero e marrone che, aprendo e chiudendo le ali, va sfrucugliando sul parapetto del ballatoio. I più giovani sghignazzano. L’uccello, gracchiando, s’impettorisce. E come un nano funambolo, scatta sul passamano. Ecco che spicca. Giuseppe, intanto, fissa le stuoie grezze, gettate sul pavimento. Il papà soffia nel fazzoletto. Tossisce. Asciuga le lacrime. Anche lo zia lacrima. Con uno sforzo gli chiude gli occhi, tenta di ribadire al falegname che non c’è nulla, assolutamente, di cui debba temere. Non solo sotto il profilo legale. Capisci?, riesce quasi ad articolare. Quindi, con tre o quattro drastici cenni d’assenso, indica a Gioacchino la barretta d’argilla. Gioacchino vi si raccoglie tutto. Mentre schiarisce la gola, fuori, echeggia un gracchio. I giovani sghignazzano. Il papà, lentamente, penosamente, inizia a leggere. Dopo un periodo di custodia in merito al quale i familiari di Miriam garantiscono la massima disponibilità, dice, verranno celebrate le nozze. In seguito alle nozze il podere passerà nella piena disponibilità di Giuseppe. Gioacchino annuisce. Appoggia le mani alle ginocchia. Fa per alzarsi, ma poi resta seduto. Quindi, rimasticando, aggiunge che, per parte sua, si può trovare un accordo che abbrevi i tempi della transazione. Per quel che lo concerne, dice – sollevando, fra i fratelli, una mormorante mareggiata di assensi – Giuseppe e i suoi figli possono prenderne possesso e farne uso già con il passaggio di Miriam in custodia a Giuseppe, che rileverebbe, andandovi a dimorare, anche la casa. E dimmi, Miriam: chi era l’angelo di tua madre? Quale il suo nome? Quale la sua sembianza? Viandante? Pastore? Profeta? Scriba? Oppure sacerdote? Sacerdote, dì la verità! E linguacciuto, come quel tuo zio! Quanto parla! Come prega rumorosamente! Elegante, però. E austero, d’aspetto. Contrasta un po’, l’aspetto, con la sua disinvoltura, non trovi? Il falegname, si capisce, ha già considerato, essendone stato messo a parte, tutte queste eventualità. Le sue perplessità sono altre. Ha un’età. È stato sposato. Ha amato profondamente sua moglie. I suoi figli sono adulti. Non ribadisce quanto, in paese, a causa di quella sposa bambina e forestiera, si mormori. Dice invece che, grazie a Dio, dispone del necessario per vivere e benché l’acquisizione di quel podere, soprattutto in relazione ai figli, gli potrebbe risparmiare più di qualche preoccupazione, ciò che maggiormente desidera è provvedere, volesse Dio, a una vecchiaia serena. Oh, Lea, che i miei genitori siano, e siano molto anziani, oltre che in difficoltà, sogno non è: la terra fruttifica poco – olive e fichi, quest’anno; un po’ d’uva, fave, cipolle e ceci. Non tengono bestie, hanno detto, non più, solo qualche gallina, il gallo, il vecchio asino per recarsi alla sinagoga, anche se è tempo ormai che non li si vede. C’è bisogno di me, hanno detto. E io sono lieta. Sono lieta di questo. Zaccaria crolla il capo. I figli rumoreggiano. Il più vecchio si alza, seguito dal secondogenito. Si dispongono sul ballatoio di legno che – spalle all’abitato e fronte alle colline – accompagna il lato a strapiombo dell’abitazione. Gli altri, guardando di sottecchi le donne, si spostano invece sul cortiletto prospiciente la casa, ingombro di attrezzi, tronchi chiodati, trucioli e segatura. Miriam, seduta in un angolo, lo sguardo nello strappo fra le due tuniche svolazzanti, e la mano stretta in quella della madre, trattiene il respiro. Il capovolgimento di ruoli, il disorientamento per un rifiuto che la equipara a un oggetto, il disinteresse del falegname che, differentemente dai figli, gli sguardi dei quali, come beccate, sono andati moltiplicando, non la degna della minima considerazione, né sembra fare in ciò alcuno sforzo, come lei fosse un attrezzo di cui già dispone, l’aspettativa che ciò malgrado la circoscrive, imprigionandola… tutto ciò le si accumula addosso, accorciandole il fiato. Ma non è la prima volta. Non è la prima volta, ripete, in apnea.

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