fantannuncio a fantamadonna 11

5 gennaio 2013

Lacrime.

Dopo quasi tre giorni di viaggio – da Gerusalemme a Betlemme, da Betlemme a Nazareth – durante il quale non è riuscita a riposare, né a toccare cibo, è infatti ripetutamente accaduto, a Miriam, di lottare con il pianto. La prima volta all’alba, a Nazareth, sulle lenzuola umide, girata sul fianco, osservando la migrazione del pulviscolo nel chiarore che, dal battente, fluttua verso le profondità della stanza. Signore, tu mi scruti e mi conosci, intendi i miei pensieri e le mie vie. La seconda volta sottovoce, sorvegliando la cottura del pane impastato dalle dita di Anna, conocchie di stagno nello sguardo del padre, piegato sulle ginocchia, apoplettico, completamente altrove. Meraviglia le tue opere, Signore, l’anima mia le riconosce, ti rendo grazie con tutto il mio cuore. E nuovamente la sera del terzo giorno, oggi, che imbrunisce, partito Zaccaria per Betlemme, dopo averla condotta dal falegname di cui non si conosce ancora la volontà. Presso la vigna, dove Miriam si costringe a inghiottire sorsate d’aria, le poche parole ascoltate intorno all’elezione del discendente di Davide, si mescolano nuovamente alle fole sul prodigio della sua nascita; fole con le quali è cresciuta trapuntando e coprendo lo strappo della separazione: nata a Betlemme, da genitori sterili, avevi soltanto tre anni; la vicenda degli zii, sterili come Anna e Gioacchino, e il Precursore annunciato da un angelo ora a Zaccaria, nel tempio, ora a Elisabetta, nella casa. Altri nomi, altre città; cantilena di ninnenanne, o latrato di bestie: sempre parole. Parole ordite in un arabesco d’attesa, speranza, vaghezza che fodera il pozzo della solitudine, del distacco, del timore, della mancanza, di una sottile, dissimulata e inconsapevole indifferenza, parole che gravitano attorno all’impronunciabile, bruciando alla luce di ciò che è stata finora la sua vita e soprattutto di ciò che già – più come epilogo che come apertura – va configurandosi. Sei Tu, mio Signore, che hai formato i miei reni, tessendo in grembo a mia madre un prodigio: così recita il salmo. Ma sentirsi il prodigio che le hanno detto, qualora abbia mai veramente reputato di esserlo, qui e ora, visto il falegname, accomiatato lo zio, battuti i panni, bagnate le pezze, sfregate le assi e le lastre, osservato l’eterno calesse con le spezie la minuteria e le medicine che ogni settimana, nel fresco mattino, inanella villaggi e frazioni e singole case d’argilla spellata, orticelli incistati fra staccionate e muretti, garitte, frantoi, mangiatoie incrostate, sciami, bestie e panche tarlate, cloache e fastelli ronzanti di legna fuori le porte e le scardinate verande, da cui all’imbrunire, ridiscendendo, prende  congedo, qui e ora, in questa vigna, fra queste colline, mentre il solicello scheggia d’argento il sentiero, qui e adesso, questo prodigio stride d’ingiuria, tranello, beffarda condanna. Miriam si sente sola. Completamente. Per questo, più che per il tono di Ester – insomma?, si avvicina il gran giorno. Sei contenta? – la bocca, salata, si inaridisce. C’è un’avversione che non le appartiene, una reticenza che non è riserbo, circospezione, né umile remissività – di cui dispera. Cosa c’è, eh?, cosa succede?, ghigna la vecchia. Miriam non sa quanto pallida appaia. Ma sente il dolore per i mestieri, e la stanchezza per la visita al falegname. Cosa succede?, ripete la vecchia, afferrandole un braccio. Fammi piccina, Signore. Fammi essere piccola. Fammi bambina. Ma la permanenza al Tempio è terminata, secondo la legge, con il sopraggiungere dell’impurità: della protezione di cui ha goduto, finita l’aspettativa, resta solo l’involucro, che imprigiona senza offrire riparo né nascondimento. Non sei più una bambina, sente ripetere, non sei più una bambina, e non sa se sia Ester che sghignazza, agitandole la mano arrossata come a scuoterla da una fantasticheria, oppure una voce nella sua testa. Sei stata salda nell’animo; sei stata brava, bambina, consapevole dei cambiamenti che ti hanno contaminata: dall’asimmetrica tumefazione del seno, alla disordinata accelerazione dello sviluppo – in statura, in complessione – alla crescita, fastidiosa e persistente dei peli, dapprima sul pube quindi sulle braccia, le gambe e sotto le ascelle. Ciò che più ti ha confusa, tuttavia, per la sorda, millimetrica ostinazione, è il mutamento del tuo odore: non lo potevi nascondere, ti sorprendeva presso i fiori e le siepi e ti confondeva perché stava nascosto fra i fiori e le siepi e sapeva di fiore e di siepe e sapeva di pioggia che fuma sui sassi, e non lo afferravi. Ma tutto ciò non ti spaventava né contrariava, e se la qualità della concentrazione nello studio, nella preghiera, nel lavoro si faceva intermittente, essa diveniva anche più carica, necessaria e, a tratti, persino straziante. Il primo sangue non è stato preceduto dai dolori e dall’incostanza con cui stai lottando. Né, in verità – differentemente da quanto accaduto durante il viaggio – si è rivelato copioso; e sebbene, contemplando la macchia dai bordi anneriti, simile a vino su un tovagliolo, tu abbia sentito il bisogno di nasconderne la presenza e soffocarne la consapevolezza, cambiandoti per la notte, hai allontanato il brutto proposito e hai consegnato alla tutrice quel panno, scusandoti, nel domandare udienza, per non aver messo al corrente immediatamente, del fatto, chi di dovere. Da quella notte, malgrado la quarantena, il tempo si è fatto veloce e tempestoso, quanto il prorompere di pensieri e immaginazioni. A volte, però, proprio in quel turbine trovavi un occhio di pace. Le bambine saltellavano, allungando le braccia per abbracciarti, tu le baciavi con le mani alla bocca, e le bambine rimandavano baci che sembravano fiori e anche se nella cella c’era l’occhio del turbine, potevi sentirle chiamare il tuo nome. Il cortile era assolato, il cielo terso al punto che dalla terrazza svettante sul Moriah si vedevano le case di Betania e, nella vibrazione, adagiate alla valle, quelle di Emmaus. E mentre Lea con un fiorellino alle labbra indica due nuove bambine, sognate dal Gran Sacerdote e volute dall’angelo ricamato sui panni, il bucato rimasto nei cesti prende il rosa della tua veste: ti hanno trovato un vecchio? Forse un ufficiale? Un soldato romano? Oh, a me piacciono. Brillano al sole. Sarà stato così l’angelo che mi ha voluta. Una mano sugli occhi, luce diamante, poi gli occhi chiusi e un angolo indaco d’ombra. I pugni sul grembo, un calesse lontano, sul sentiero scheggiato d’argento. Un arco, una schiena, un grido, e infine un sorriso: un falegname, sussurri, sul cui bastone scende una colomba.

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