fantannuncio a fantamadonna 13 (fine)

20 gennaio 2013

Sogno.

Il sogno è chiaro, lo sta sognando, sa di sognarlo, come sa di essere sveglia, poiché lo pensa, e sebbene non possa pensarlo, perché allora sarebbe sveglia, e sarebbe pensiero, e sarebbe Miriam, mentre il sogno non è pensiero e non è Miriam, ma un viandante che sopraggiunge quando l’anima è assente, Miriam domanda al viandante se il sogno sia proprio questo, in cui, scricchiolando nel buio, entra un viandante che benedice la casa, si inginocchia sulle assi di legno, e depone una sfera di fili di luce, un pugno di sabbia con un cuore tramato, e un cuore nel cuore che fila una nebbia dorata; perché sebbene non abbia fame, mentre il viandante intinge nell’olio un pezzetto di pane, sente in sé il vuoto, così pensa di non avere cenato, e che soltanto pochi minuti sono trascorsi da quando il vecchio l’ha allontanata, Ester ha portato le mani sulla testa e Miriam, incespicando, la schiena alla sparsa lumiera dell’abitato, ha fatto ritorno al sentiero.
All’alba, quando il viandante le lascia in pegno il nucleo, simile a un chicco, della sfera che li ha rischiarati, Miriam prova una gratitudine che sconfina nel turbamento: vorrebbe gettarsi ai suoi piedi, ringraziarlo e ripetergli, con la fermezza che lungo il sentiero sembrava smarrita, che non è spaventata per quanto l’attende, non è la bambina sgridata che ha visto scappare fra i sassi, nascondersi fra le fenditure, fra l’erta e il muretto di pietre calcaree, le masse scomposte del colle e del firmamento a sua volta conteso fra buio e ultima luce: da chi corri adesso?, dai tuoi genitori?, e chi sono, cosa possono?, dice la vecchia. Un colpo di vento, un rantolo in cielo, una serpe di polvere in corsa: impara a stare al tuo posto!, sbotta Joab, appoggiato al bastone, e mentre Miriam, inginocchiata, solleva il suo vaso, la bimba che scappa è un bricco che scroscia – qual è il mio posto?, di chi sono figlia? – una stella di schegge fra i sassi. Ma non c’è discordia più stolta di quella che nasca da un bisticcio fra donne, dice il viandante. E poi, spezzando sull’olio un pezzo di pane: non temere se non riesci a capire, tutto ciò che hai visto e sentito finora da ora non conta. Invece rallegrati Miriam, i cocci sono per terra, ma il tuo vaso non ha crepa.
Poi era prima, e c’era odore di sterco, pungente, e sulla pelle un panno che scivola, una lingua d’asino, caldo e subito freddo; e prima ancora il bambino senza occhio, dal volto sfondato, la mascella spostata, di un buio più pesto di quello che lo circonda e tutto mosso nella fermezza, miriadi, perturbazioni, frumento nero oppure formiche, dritto in attesa laddove si estingue il cammino e il ghiaino smotta fra i rovi: un passo, una goccia, un sibilo in lontananza e il lutto è il silenzio che assorbe gli schiaffi dell’acqua, bevuta dai sassi, la sabbia che penetra fra le assi e sa di raffermo: perché tanta solitudine?, perché tanto silenzio fra le nostre case?, quand’ecco il passo batte sul sasso, sulla cresta un barbaglio, nel barbaglio il bambino; e l’acqua batte nel vaso, da mettere in salvo, per bere, per piatti e stoviglie, sciacquarsi prima del sonno e mondare la colpa sotto la tunica, e poi cosa?, bagnare la sabbia fra le assi, che odora di urina, l’odore per cui tutto il giorno si è inutilmente spellata, l’odore dei suoi genitori, mamma?, papà?, che adesso, a un passo, nella stanza accanto, stanno sognando.
Il buio si stende sul dorso del colle, e lui dice sì con la testa che sbuca avanzando, e la testa è un fiore disfatto che ciondola sul gambo rotto. Un’altra goccia, un guaito, vento e ghiaia sull’acciottolato, mamma!, cosa state facendo?, papà!, sono tornata!, come mai tutto è spento?, perché questo silenzio?, ma non c’è fiato in fondo alla gola, e non perché non sia abituata a chiamare, alzare la voce, dire mamma e dire papà, e nemmeno perché le parole difettino: in tanta notte l’unico suono pare infatti il glu-glu delle parole che, a labbra serrate, sfuggono al naso come bolle: anche tu Miriam, verserai le parole in un solco, e in quel solco, madre fra madri, crescerai il figlio dell’uomo. Questo le dice il viandante. E poi: non soltanto con Ester, a cui le parole stanno come i pidocchi, farai ciò che ti dico. Ma con tutti. E come tutti anche tu non avrai altra scelta. Perché sebbene chi abbia parola possa versarla in un solco, i solchi che segnano il mondo non portano pace. Ogni ragione è infatti un solco, e ogni solco una divisione.
Ma questo era dopo, e dopo era prima, e la pioggia cadeva, e il viandante mangiava e, sfatto nel fango, girando in tondo, il bambino piangeva, e Miriam gridava mamma!, cosa state facendo?, papà!, sono tornata!, sono Miriam!, come mai tutto è spento?, senza riuscire a dir nulla perché il bambino senza occhio, di fianco al muretto, le ha spento la voce: vieni qui, le diceva, dove il sentiero si perde e non ci son più parole, vieni con me dove finiscono i sassi e non ci sono solchi, avanti diceva, vieni con me dove non c’è divisione. Ma tutto era immobile, intorno a lei, e artificiale, e se guardava oltre il bambino, il sentiero non era che un corridoio violaceo dal soffitto dipinto di fresco; c’è stato forse qualcuno, ma non c’è più, tutto è abbandonato, resta soltanto un odore raffermo, d’acqua caduta, di malta, e sulla pelle il panno che scivola, caldo poi subito freddo, e il buio gremito che allunga le braccia cadenti, verso di lei.
Miriam lascia l’orcio nel punto in cui incontra il bambino e, spalle al sentiero, senza voltarsi, percorre l’acciottolato che fiancheggia la vigna, il piccolo spiazzo antistante la porta di casa, i tre scalini malfermi della veranda, ormai sono in casa!, ora chiamo la mamma e il papà!, anche se è notte ed entrare in casa non dà protezione poiché il bambino è la sabbia, la terra fra i sassi, sabbia fra le assi appoggiate, e se vuole lui entra. Miriam nell’atrio batte il piede sul legno, e il legno è uno spigolo, e lei sente male, ma riconosce il panchetto sotto il quale il papà e la mamma cambiano i sandali. Allora siede sul panchetto e china la testa e pensa che vorrebbe nascondersi, aspettare un po’, che almeno il respiro si plachi, cosa dico se chiedono perché abbia tardato, cosa mai sia successo, se abbia pianto, sarà sufficiente tacere?, e se Ester?, suppone Miriam, e Joab?, dice, e se il falegname?, sospira Miriam, e a ogni ipotesi zampilla un bisbiglio che ne desta un altro e un altro ancora, e tanti bisbigli si svegliano insieme, come termiti la notte, larve di legno: da tre giorni sei qui!, dice Ester, ed ecco la voce di Ester in quella di Lea, non sarai tu!, dice Lea, ed ecco la voce di Lea nella voce della madre-tutrice, e la madre-tutrice dice a Lea: non sei tu!, il sacerdote continua a sognare!, ci sono altre novizie!, ed ecco la larva della voce di Miriam, non è tua madre!, non ti ha tradita!, una voce nell’altra, termiti in una madia, ed ecco la voce di Joab, perché noi?, cosa abbiamo fatto?, non abbiamo detto che una parola!, e Miriam, sulla panca, con le mani alla testa: sono troppo piccola per tutto questo, non lo contengo, non lo capisco, vedo le cose, le chiamo per nome, ma non capisco i nomi, e provo vergogna, ma non so quello che ho fatto. Non volevi essere piccola? La più piccola fra le creature? In verità, dice il viandante, importante non è che tu capisca; importante è il contrario. Cosa c’è da capire quando si è già capito, o da sapere, quando si è già saputo? Chi sapendo il bene vorrà capire il bene, in verità non capirà, e chi comprendendo il male vorrà sapere il male, in verità non saprà. Rispetterai il vecchio Joab, perché come lui parlerà tuo marito, e sarà nel giusto, poiché nella legge c’è ordine e in quell’ordine unione. Ascolterai le parole del falegname, sapendo che stanno in un solco che avanza incrociando altri solchi, il solco delle parole di tuo zio Zaccaria, il solco delle parole di tua zia Elisabetta, il solco delle parole dei tuoi genitori; con le loro parole seminerai per colui che porti nel grembo. Farai quello che dico, perché così vuole il Signore. Senza pensare. Senza capire. Senza domandare. Perché questa è la grazia che ti è concessa. Quanto a Ester, non ti crucciare. È condannata? Vedrà il figlio dell’uomo. A quale solco darà il suo dolore? A nessuno. Quale parola chiama a sé tanto silenzio? Nessuna. In quale parola risuona tanto disperatamente il grido: ascoltami? In nessuna. Ma ascolta bene: altro da te, sei tu, Miriam, per quella donna. E tu, a tua volta, non sei lei, il suo male. Il dolore non è possesso che possa trasmettersi. La parola tramanda il male. Unisce nella menzogna, poiché unisce coloro che il dolore separa. Così il bambino intinge le mani. Questo è il suo inganno. Nessun dolore è comune. Ma il male. Ester, è Ester. Ma Ester vuol essere altro. Così il bambino intinge le mani. Per questo il silenzio è il cordoglio, il rammarico, il lutto, e la terra serpeggia, un sassolino s’incunea fra le dita dei piedi, ed ecco il bambino, un poco più a valle, lungo il sentiero, ed ecco ancora il bambino, che appoggia la fionda al muretto di pietre, ed eccolo a un passo, che piega la testa allungando le braccia. Miriam non guarda, lui si avvicina, immerge le mani, le mani stillanti, si bagna la faccia, la faccia stillante, e dice: Sei tu colei che è piena di grazia? Sei tu, si. Sei tu. E non c’è più parola, nemmeno silenzio, ma solo assenza, tristezza in tutte le cose.
Miriam si gira, fa un passo, un secondo sembra mancarle, poi però un terzo passo, benché non senta cosce e polpacci, ma è dentro alla vigna, la fronte umida, tralci secchi, le spalle gelate, il nodo di bende in mezzo alle gambe, i gradini, mamma?, papà?, l’atrio è nell’oscurità, la pioggia ticchetta sul tetto, la punta del piede colpisce il panchetto dove il papà e la mamma siedono per mettere e togliere i sandali, Miriam sente male, grazie male, grazie bocca, sangue, dolore, ci siete, grazie, siede sulla panca e aspetta il bambino dal volto sfondato, le mani sulle ginocchia e il peso immenso del vuoto, indicibile, senza luogo, in ogni luogo, di una tristezza e di una vergogna incomparabili a quelle provate con le ostetriche e il sacerdote, poiché allora aveva un nome che tutti sapevano, e il suo nome era colpa, e aveva forma, ed era un gomitolo, e aveva luogo, ed era la gola sulle cui pareti premeva.
Miriam vede filamenti di luce in pulsazione e si stupisce, perché non ricorda che fra ingresso e cucina ci sia mai stata una porta, e la porta è socchiusa; poi sente un fruscio e vede le ali nella rete dei fili di luce che pulsa quando la porta si apre, ma la porta è una cappa, un mantello che gira scorrendo, un ventaglio che si apre e richiude, e fa tepore. Vieni, dice la luce. Vieni, Miriam. E Miriam allora si alza, e segue la voce, e vede l’ombra dell’ala che scende, la grande farfalla nel lume che sta già parlando, ed è questo viandante, seduto al tavolo, che la chiama per nome, e le dice entra, Miriam, piena di grazia, il Signore è con te, ed è così bello che lei lo desidera, ma allorché lo desidera ha fattezze di donna, una donna dal viso dolcissimo; Miriam entra nel sogno con le spalle alla porta socchiusa, le mani sulle ginocchia e il peso del vuoto che vola fra reti di luce dal cuore tramato e un cuore nel cuore che fila una nebbia dorata: questa luce è la colpa che non hai più, dice il viandante, questa stanza è la gola in cui prima premeva, e adesso è fuori, e risplende, ed è la tua gloria.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: