diario, novembre

27 novembre 2013

Risveglio con erezione. Giornata di sole. Lavoro: 25 euro di ammanco non mio, ma sottoscritto da me. Durante la pausa vado a trovare Paolone sempre splendido e attaccato al monitor per seguire la politica. Gli parlo di decrescita, dico che il M5S mi sembra l’unica formazione, fra quelle interne alle istituzioni, che se ne faccia in qualche modo carico. Ce l’hai ancora il libro di Bonaiuti, vero? Oh, si, si. Ma non l’hai più cagato, faccio. No. In effetti, no, fa lui. Magari un giorno ti verrà voglia, ma se me lo restituisci lo rileggo così poi te lo racconto per bene. Ma no, dice. Lasciamelo. Mi serve. Gliene parlo encomiasticamente, ripetendogli come il dibattito sulla decrescita sia aperto e quella di Latouche, pupillo del mio filosofo preferito e redattore dell’introduzione, non costituisca affatto l’unica prospettiva in proposito. Dovresti iscriverti al M5S e venire alle riunioni, dice. Hai la visione, il quadro generale. Scuoto la testa. A iscrivermi ogni tanto ci penso, gli faccio, e un paio di volte ci ho anche provato (mi sono incasinato, mi è cascata la linea), ma fare politica proprio non son portato. Colpo su colpo. Informati. Arrabbiati. Pronti. Sono qualità che hai tu. Sei un ottimo sindacalista, secondo me, infatti, e quando ti candiderai sarò il tuo primo elettore.

Notte: fagiolini riscaldati, uova al tegamino e Guido Cavalcanti in internet. Il professore è sempre più anodino, ma la materia mi piace e a differenza di due notti fa, quando son collassato in poltrona stroncato dal povero Guinizzelli, tengo botta. Bevo il mio solito cartone, ma prendendo sonno mi accorgo che, invece che a Guido al professore o a qualche occasionale bellezza, sto parlando di quanto al lavoro non va alla Balena e alla Puffa. Accendo la luce, mi verso ancora un sorso, do fuoco al mozzicone lasciato sul posacenere e penso alla centralità del lavoro nella mia vita in questo periodo, al modo in cui succhia, invade e dura interiormente. Io, penso, dò spesso a intendere, con colleghe e colleghi, che c’è dell’altro. Qualche film da vedere, un autore da leggere, un professore da seguire, un amico da andare a trovare per farci una passeggiata e poi, dopo cena, mettere musica, fumare toscani, bere liquori e parlare di donne, di pittura o delle due cose insieme. Non è affatto così. Certo che c’è dell’altro, ma è diventato residuale, una forma d’ozio, soprattutto cerebrale. In verità il centro è questo, occupato da questo, penso. Altro che fighe: le parole in perdita son sempre più spesso rivolte a dirigenti colleghe colleghi clienti e rappresentanti. Ma non è sempre stato così e, strano ma vero, a maggior ragione quando lavoravo molte più ore di adesso – supermarket + cinema. Nella vita precedente era il non-lavoro o per meglio dire quello che mi sforzavo di considerare altro dal lavoro ad avere il sopravvento: scrittura + donna + vita interiore. Quanta alienazione! Ma anche quanta forza. Si trattava tuttavia di situazioni lavorative e umane profondamente diverse: dal “centro”, in un certo senso, slittavano da sole. Ne traevo senso di inutilità di non saper fare di piena e perfetta sostituibilità di grazia ricevuta, e i colleghi che ci mettevano più impegno sembravano mettere più impegno in una simulazione che aveva a oggetto non il far di più o il far meglio, ma appunto il metterci impegno (in alcuni casi, come accade sempre e ovunque, si trattava di deficienti naturali). Vivevo una doppia alienazione, insomma: volontaria e involontaria. Adesso però ciò che non è lavoro somiglia a un continente sommerso, una specie di Atlantide.