fantannuncio a fantamadonna 09

30 dicembre 2012

Lea.

L’anziana tutrice non le ha detto altro. Né la zia Elisabetta, due giorni più tardi, nel cortile della casa in Betlemme; e nemmeno lo zio, che si agita, gesticola e corre seguendo un disegno che non osa o forse non può riferire, ma di cui lascia presumere l’esistenza. Nessuno intende annunciare a Miriam il contenuto della consacrazione, nessuno ha l’audacia di scegliere, tagliare lei fra le altre. Né Miriam ha mai domandato, ai genitori, ai sacerdoti, alla tutrice, agli zii, alle maestranze del tempio, alle vergini sognate dal Gran Sacerdote, funzione e scopo della loro investitura. Tutto questo tempo, pensa, affrettandosi nel chiaroscuro del porticato; tutti questi anni e nient’altro che favole l’una all’altra somiglianti e a quelle, fra loro ugualmente somiglianti, tramandate dalla scrittura attraverso generazioni; fole d’angeli, di annunci, di madri infeconde e padri sterili; storie di sogni occorsi a contadini, condottieri, pastori o sacerdoti, racconti che sono gloria passata e futura letizia, ma vuoto di qui e di adesso – stanze, celle, giardini, colonnati – vuoto di noi. Vieni, soffio, a pacificarmi, venite, bisbigli – battiti, echi – a consigliarmi, calate, sipari di quiete! Ora le piccole staranno nel mezzo, addormentate. E quelle più grandi, appena sveglie, glorificato colui che fa nascere il giorno, staranno pregando per loro. Affinché un giorno, qualcuno, per mano, le venga a condurre – il severo Gabriele, il protettivo Michele, o Raffaele che scorta i viandanti, o ancora Uriele che presiede alle fiamme. Preghiamo bambine, innalziamo canti, invocazioni, ringraziamenti. Un giorno, se avremo pregato, lavorato, obbedito, ringraziato, l’angelo verrà a condurci laddove è meglio non domandare, né si può raccontare, ma è nostra comune destinazione, e sta nella trasformazione, nell’odore del grembo che non puoi cancellare, e si propaga e confonde, mescolandosi come sabbia nell’aria. D’un tratto adori la sabbia. Sparsa sui ciottoli, fuori dagli alvei; la osservi con stupore, commozione, persino sgomento, lungo impercettibili camminamenti che filano dentro alle stanze. E i fiori suscitano preghiere nuove, mai ascoltate, mentre il creato, nelle fioriere, respira con te. Come farai quando sarà in te? Come farai quando sarai selva, montagna, mare e deserto? Come faremo quando selva montagna mare e deserto germineranno nel nostro grembo? E avremo il verme e la rondine, il frutto che cade dal fiore, il divoramento, la morte che è la vita che divora e divorando si riempie e riempiendosi muore. Questa, l’impurità? Questo, il peccato? Sentire la morte e, al tempo stesso, sentire che morte non è. Oh, Lea: questo accadeva. Questo era il male. Pregate bambine, invocate il signore, pregate per me, poiché questo mi accade, e mi spinge lontano, fuori dagli alvei, allo stesso modo di Lea quando divenne inquieta, quando disubbidì a colei che chiamava madre, quando bestemmiò: mi hai tradita!, quando batteva sulla porta e mordeva l’intonaco – gli archi delle grida, come schiene, i gemiti spezzati nel respiro – finché non l’abbiamo più sentita, alla fine era contenta, non la sentivamo, qualcuno era venuto e Lea adesso rideva, rideva, dissero, ed era contenta; ma non lo dissero perché l’avessimo chiesto, chiedere non era bene, non domandate, non indagate ciò che non dovete, non chiedete più luci della luce che avete, luce del giorno, lode a dio, ciò che sta qui. Dove?, pensa Miriam, dove sei?, sussurra Miriam, il cuore che corre, la fronte appoggiata alla porta della cella d’isolamento. Nessun uomo può sceglierci, perché non da uomo procede la scelta, ed è quindi inutile chiedere chi fra noi sia. Ma poiché sta scritto: chiunque ne toccherà il giaciglio dovrà lavarsi le vesti e bagnarsi nell’acqua, nessun uomo, quando il tempo è maturo, potrà sottrarsi alla decisione intorno a chi fra noi non sia. Nessun equivoco infatti investe il non essere, la vita che in noi divora e divorando si riempie e riempiendosi muore. Ciò che tutte saremo. Ma fra tutte eri la sola che nessuno veniva a trovare, e noi credevamo sinceramente che un giorno avresti preso il posto della tutrice, anziana e vedova, poiché ti rimproverava più di quanto riprendesse noi, e ti teneva più a lungo con sé, e ti guardava come guarda una madre la figlia maggiore, e tutto faceva affinché ci fossi d’esempio nel lavoro, nello studio, nella ricreazione, nell’incessante preghiera. Scherzavi sulla nostra malinconia, passate le feste, o sulla nostra crescente inquietudine, quando si avvicinavano. Sapevi essere crudele, raccontando gli incidenti, i tafferugli, gli sciagurati regolamenti di conti che per i motivi più disparati si sarebbero scatenati fra i vicoli, le bancarelle, gli spiazzi, e che sia le guardie romane sia quelle di Antipa sedavano spesso nel sangue. Ma quando vedevi il pianto affiorare ci abbracciavi ridendo, ricordando chi fossimo e da chi fossimo protette. Sentite?, dicevi, indicando i fumi e le polveri che offuscavano la vista dei colli vicini. Annusate!, dicevi. La moltitudine andava stringendosi intorno alle mura di cinta, penetrando nel Tempio, affollandone le superfici più esterne, spingendosi presso le are della macellazione, l’altare degli olocausti, il cortile dei sacerdoti, giungendo fin quasi alla scalinata che conduce all’interno, al sacello del Santissimo. Sentite? Chi preme per fare ingresso, chi invece, acquistate le bestie, scambiate, rivendute, macellate, compiuti i sacrifici e i riti, salutati famigliari, amici, capifamiglia, maggiorenti, stravolto dalla ressa, dall’afa e dai miasmi, si fa strada per uscire. Scherzavi sull’agitazione che in quei giorni, al decimarsi degli spazi disponibili, finiva inevitabilmente per contagiarci ed eccitavi, ridendo, il nostro spavento, nascondendo i serti da offrire in dono o i nastri che ornavano le tuniche quando, ormai pronte, attendevamo d’esser condotte ai cortili in cui avremmo trovato i parenti; ed erano incontri la cui sobrietà e la cui rapidità, al confronto con tutto ciò di cui l’attesa si era nutrita, rischiava di mortificare; che tuttavia il ricordo rendeva bellissimi, intrisi di una malinconia illanguidita e al tempo stesso infiammata dal tumulto che accompagnava il loro ritorno ai grandi portali di Gerusalemme. Sciocche com’eravamo non capivamo in che misura tutto ciò ti ferisse, quanto potesse mancarti; eppure era sempre bellissimo ascoltarti perché non solo le tue parole sapevano consolarci, ma in esse risuonava il mistero, la magnificenza, la meraviglia della città che, a un passo da noi, tutto il mondo osannava.

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