Cosa voglio di piùdi Silvio Soldini con Alba Rohrwacher, Pierfrancesco Favino, Giuseppe Battiston, Teresa Saponangelo, Gisella Burinato, Monica Nappo, Tatiana Lepore, Gigio Alberti, Fabio Troiano

Emerge da un nero la prima sequenza di Cosa voglio di più. Un nero di qualche istante, irritante per un pubblico disabituato alla mancanza di immagini, così come all’afasia. Nel corso del film lo spettatore si dovrà abituare a questi spazi di assenza, bui e vuoti. Non è solo scomparsa di luce, è un interstizio nebuloso, confuso. Mutuando la lezione di Bergson e pensando il tempo come una sinusoide in cui i picchi sono i momenti significativi e le depressioni i periodi trascurabili, i secondi di nero, che separano gli incontri degli amanti, raccolgono la vita spuria, dimenticabile, in cui si è con la testa sempre altrove, indifferenti al mondo, poiché il loro mondo è un corpo, un odore, una voce.

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la lavagna del capo

17 maggio 2010

Avevo circa trecento fotografie, nel telefonino.

Il computer, incriccato, non mi consentiva di scaricarle.

Ieri notte, Gioia, non senza fatica, è riuscita nell’operazione.

Sicché, oggi, vado finalmente a guardarmele.

Mi imbatto in queste.

Ritraggono la lavagna del mio capo.

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danilo & biscotti

15 maggio 2010

Si ritiene normalmente che la caduta nella povertà sia determinata da fattori economici, dicevo. Come la perdita del lavoro, la precarietà dell’occupazione, la disoccupazione. Non è così? Certo che lo è. E maggior ragione, qualora si provenga da situazioni agiate: conosco persone tanto abituate a ciò di cui godono, dicevo, che se si ritrovassero a contare su un reddito equivalente a quello di cui ho disposto negli ultimi anni si sentirebbero perdute, addirittura morte; però ne conosco altre, dicevo, che al di là del reddito che percepiscono se non ottenessero più di veder pubblicati i loro libri, subirebbero un colpo in tutto e per tutto analogo.

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fassino di gollum

13 maggio 2010

«A volte il leghismo prorompe nel mio cuore»


corrige

12 maggio 2010

Devo fare delle correzioni. Qualche post fa ho scritto cha la mia penultima vita si è conclusa nel 2007; in verità, entrata nella vecchiaia già fra il 2003 e il 2004 per passare fra il 2004 e il 2005 all’agonia, un’agonia cui è seguita, com’è naturale, l’estinzione che, com’è accaduto tutte le altre volte che sono trapassato – come quindi è accaduto fra la prima e la seconda vita, fra la seconda e la terza vita, fra la terza e la quarta vita (spero di non sbagliare nuovamente il conteggio: vado a memoria ed è quindi possibilissimo) – è defluita in un transito, ha cioè subito una sorta di trasporto entro quella che appare un’intercapedine temporale o, d’altro prospetto, una sorta di limbo esistenziale i cui contorni non sono ben definiti, ma ai quali è possibile fissare un  termine assolutamente certo, benché eccessivo – il termine imprecisabile del decesso vero e proprio ricorrerebbe in qualche perduto pomeriggio tardoestivo del 2006, in seguito a una ragguardovole agonia e un attrettanto prolungato transito – nel giorno del 7 marzo 2008, data in cui senz’ombra di dubbio la vita precedente, con la sua intercapedine detritico-sedimentativa, costituisce ormai un fossile totalmente mineralizzato. L’errore vero e proprio tuttavia non concerne tanto la fine, quanto il principio. Dall’anno 1998 esso va infatti decisamente retrodatato. A differenza di tutte le precedenti, la penultima vita è per altro quasi integralmente attestata dai demenziali diari che sono andato costantemente, direi disperatamente, redigendo fino appunto a tutto il dicembre del 2007, con una consistente  ancorché disomogenea propaggine nel 2008, qualche nuovo virulento accesso verso la fine del medesimo anno e, con minore veemenza, di quello successivo; mentre per quanto riguarda l’esordio l’anno in cui ho cominciato a tenere i diari è il 1997, a partire dalla fine del mese di gennaio. I diari, tuttavia, costituiscono un’emergenza tardiva delle istanze e delle necessità portanti l’universo della penultima vita; la cui compagine va aggregandosi anche con l’ultilizzo di materiali soprattutto relazionali preesistenti, non completamente cristallizzati nel passaggio sedimentario, o transito, del 1994-1995, quindi parzialmente rimetabolizzati e pienamente propulsivi almeno dal dicembre del 1995.

Intorno alle prime notti al 41 di via Ermenegildo Cacogli non ricordo né annoto niente. Non mi stupisce né, a ben pensarci, potrebbe essere diversamente. C’è il trasloco, il lavoro al supermercato, il lavoro con la musica. Per suonare, inoltre, bevo moltissimo. Quando torno, a notte fonda, sono in coma.

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riportando

5 maggio 2010

Il romanzo di Nicola Lagioia (Riportando tutto a casa, Einaudi 2009) è molto bello, dice Gioia l’altra notte, solo che gli manca qualcosa che ne allenta la credibilità. Cosa vuoi dire?, le faccio. Ho l’impressione che l’autore sia troppo lontano dalla  morte per gli scopi che si pone, dice lei. O meglio, per gli scopi che sembra porre in capo al suo alter ego, la voce narrante del romanzo. Così, malgrado questa storia di formazione o, che dir si voglia, corruzione,  insomma questa cosa che sta al romanzo di formazione più o meno come la distopia sta all’utopia abbia un gran numero di momenti e argomenti notevoli e una collera implacabile, mai inelegante, nei confronti dell’ipocrisia neoborghese dei rampanti anni ’80, malgrado tutto il buono che contiene, voglio dire, il romanzo sembra quasi il fiore dai colori violenti di una pianta carnivora, ma delicata, in cattività, della quale stai ancora pensando “che bella” quando appoggiandola al tavolo ti accorgi che i petali si sono afflosciati.

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La primavera correva. Mentre cessavo le mie visite al vicinato, Ada sembrava collezionarne. Disse che era per il nostro bene. Anche dal punto di vista del controllo delle chiacchiere. Hai visto le sorelle, no? Hai notato che prima di chiederci se fossimo sposati continuavano a guardarci le mani. Le fedi? Altro che. Ma le sorelle non abitano più in questo palazzo! Che ci frega? Abitano qui di fronte, a mezzo metro di distanza. E comunque, al momento, sono ancora le capobanda. Le vecchiette del primo piano fanno tutte riferimento a loro. Riferimento? Quando c’è bisogno. Per la spesa, per esempio. Per fare una puntura. E le vecchie in cambio sono tutt’occhi e tutt’orecchie. Stai pur certo che siamo al centro dei loro pettegolezzi. E cosa possono fare, scusa? Magari niente. Ma sai com’è. Ti prendono male, si mettono in testa delle cose brutte. Possono mettere la pulce nell’orecchio al padrone. Dire per esempio che la situazione è poco chiara. Poco cosa? Dai, hai capito. Queste ti mandano la narcotici in casa! La buoncostume, vorrai dire. Quello che vuoi. Hai visto come parlavano di Lisetta? Hai visto che razza di vipere?

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Non sto morendo di fame. Ho un tetto sopra la testa. Ho dei vestiti addosso. Se mi lavo, mi pettino, metto una camicia pulita e un paio di jeans, non sarò all’ultima moda, ma passabile, dignitoso. Le donne naturalmente mi individuano all’istante. Sfiga in arrivo. A leggere i rendiconti delle statistiche si tende sempre a fare un po’ di confusione. La soglia di povertà è stabilita, in Italia, in relazione a redditi inferiori a 800 euro mensili – la linea gotica. Finora, mediamente, ne ho guadagnati un po’ meno. A tratti molti meno. Eppure non sempre l’ho percepito. In questo periodo per esempio sono relativamente sereno. Faccio un lavoro relativamente faticoso, relativamente ben pagato, in mezzo a persone relativamente più giovani di me. Ci sono tre moldavi che lavorano tutto il giorno e mettono via soldi. Ci sono i ragazzi che fanno l’università o l’hanno appena finita e che se la sono pagata lavorando, e adesso sono alle prese con il diventare, se non qualcuno, almeno qualche cosa. Ho amici che mi chiamano, mi domandano come sto, se voglio bere qualcosa – sono abbastanza inserito. Ho pubblicato un romanzo e questo, nonostante a volte mi paia grottesco (e benché la partita con la scrittura e la vita e la morte e il mondo sia tutt’altro che chiusa), in verità mi ha aiutato. Ci sono tante monete. Tante partite.

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