Ma si, mi dico, a lei interessava capire, ed ero io a essermi arrabbiato, ad avere alzato la voce. Quel mio infervorarmi, quel mio venirmene fuori d’un tratto con un “voi”, che stava a significare borghesi, colti, attraenti, “voi” che ve lo potete permettere, ricchi, eleganti, seducenti andate a dire agli altri cosa fare, cosa loro devono fare, aveva uno stupido vizio d’origine; perché il problema è lì, diceva Gioia, ma il problema è lì per te, diceva, e questo è molto personale e non ha nulla a che vedere col male né col bene né con la storia né col cattolicesimo o la rivoluzione, e tu lo sai; a lei interessava comprendere, così mi diceva di bere meno e io iniziavo a dire “voi” facendo per altro un gran polverone, incapace di rimanere su un piano di discorso più logico, cioè meno personale, la maggior logica del quale, stranezza, mi faceva più problema del personale – forse, macché forse, certamente: l’ennesimo attacco di gelosia nei confronti del suo amico d’oltralpe, per quel che attraverso lei sapevo di lui, del suo modo di pensare e per quel che l’estate avevo visto e ascoltato.

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blackouts

27 dicembre 2009

Più o meno come qualcuno avesse staccato la spina. Passa qualche ora, qualche giorno, ma possono anche essere settimane  (se son mesi è finita) e quando i tempi schiudono un po’ il respiro, ci si ritrova stupefatti nel bel mezzo di un nulla: impossibile non pensare che la vita, specie quella interiore, abbia forma e andamento assurdi, piena di punti qualsiasi, inizi che non lo sono, particolari casuali che mercè altri particolari tornano senza principio e senza meta. Niente paura, non bisogna buttarsi giù, sprecare il pomeriggio il mattino la serata o quel che è. Succede del resto più di frequente quando si ha l’impressione di procedere bene allorché sentendosi carichi e motivati si dice: appena ho un momento mi metto lì buono e parto in quarta; invece intenzioni – specie se buone – e determinazione evaporano in un battibaleno. Se si busca nel frattempo anche qualche spallonata le cose che si credeva di avere a fior di labbra schizzano via, e ritrovarle magari a mesi di distanza non sempre giova – semmai incasina. In questi improvvisi vuoti cerco di ricordare anzitutto quel ho fatto, cioè gli impegni i giri i posti le persone viste; apro il diario e mi metto con pazienza a far la lista della spesa, iniziando da ieri o se è sera dal giorno stesso. Faccio questa cosa da diversi anni e posseggo ormai un discreto numero diari.

Adesso è sera, scrivo. Mi sono svegliato alle tre del pomeriggio perché ieri notte, avendo già parecchio sonno accumulato, ho staccato il lavoro alle 4 e mi son o infilato sotto le coperte, se va bene, che saranno state le 5. Appena sveglio, scrivo, sono salito di sopra, in cucina, dove ho incontrato mia sorella in pigiama pantofole e maglione davanti a un piatto di spinaci e carotine lesse con la tazza del caffè ancora mezza piena al posto del bicchiere. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere di politica; devo aver detto che non sono capace di capire il senso del compromesso che il PD o una parte del PD pensa di fare con Berlusconi. Non capisco, devo averle detto, al di là delle retoriche e dello spettacolo, gli interessi e la reale balance of power. Se Debenedetti non è con il PD, ho detto, chi è con il PD, quali comparti del sistema produttivo, quali blocchi di capitale stanno con il PD? Mia sorella ha risposto in termini di uomini e donne che vogliono ottenere qualcosa per nascondere qualcos’altro salvaguardare la propria ricchezza, la propria credibilità, uomini e donne in carne e ossa che lottano per la propria vita  d’ossa e carne e porprio per questo non hanno alcuna concezione del bene comune dello spazio pubblico e della politica. Provavo a parlarne anche due o tre notti fa con Gioia, le ho detto, ma ero troppo stanco e non riuscivo ad articolare comprensibilmente le domande. Anche lei tuttavia, le ho detto, mi rispondeva in termini Di Pietro, D’Alema e Berlusconi come persone in carne e ossa con percorsi rispettabilità caratteri psicologie difformi, più o meno come quando nei libri di storia si legge di Cesare Borgia e Lucrezia e di qualche principe Sforza, da un lato; e poi come icone, o simulacri, cioè catalizzatori di foia e di tifo, dall’altro. In effetti si parla molto poco di politica, ha detto lei. Poco?, faccio. Niente, fa. Per esempio non si capisce in cosa consistano le riforme per le quali si dovrebbe fare il compromesso. Si capiscono gli interessi economici e di pseudoprestigio dei capi. Si capiscono le ragioni di faida e fazione fra loro; ma le persone che li votano proprio non ci sono – io e te, ha detto mia sorella, e gli altri sessanta milioni non ci siamo. Ci sono loro. I loro successi e le loro ladrate. Il loro amore e il loro odio.  Solo loro. Dopo si meravigliano se alla prima occasione qualcuno glielo fa presente, e si fa sentire. Spaccandogli il muso, faccio io. Mmh, ha mugolato annuendo, spezzando un po’ di pane (le carotine e gli spinaci, il giorno dopo, essendo quelli del pranzo di ieri, dovevano essere un’autentica libidine). Ho  scrollato le spalle, versato il caffè nella tazza e scendendo, mentre Gioia faceva squillare il cellulare, pensavo che come prima cosa sarei andato a leggermi un paio di rapporti del Censis salvati nella cartella in cui per qualche giorno conservo i documenti che dovrebbero contenere informazioni meno effimere (cosa che non ho fatto e, tendenzialmente, malgrado l’accumulo, non faccio mai). Hai fatto bene a dormire, ha detto lei. Hai tutta la giornata, ma sarebbe bene andassi a letto relativamente presto stanotte, altrimenti sballi. Come no, scrivo. Certo. Gioia è al suo paese, dai genitori. Al telefono la sento contenta – voce chiara e squillante. Ma cos’hai?, mi fa. Che voce! Sono ancora un po’ rincoglionito, le faccio. Come l’altra mattina, replica Gioia. Eh?, faccio. Mi hai domandato se la nave fosse un disco. Come?, dico. Se la nave era un disco, hai domandato. E che disco era. Cioè di chi fosse, chi lo suonasse. E’ un disco?, hai chiesto infilandoti i calzoni. Cosa?, ti ho risposto. La nave, fai tu. Non so!, ti dico. E tu, borbottando: è un disco, è un disco, ma sì. Poi mi guardi e fai: ricordi di chi è? Quindi ti alzi, ti lavi il viso e  un minuto dopo non rammenti più niente. Avevi la voce che hai adesso. Ah si? Eh, si. La sua voce, invece, mi fa pensare al bagliore sulla neve: rabbrividisco e al tempo stesso mi viene da spalancar la finestra. Uhm, faccio. In piedi, debòscia! La rivedrò domani sera, scrivo.

Prima di andare al lavoro, scrivo, sono stato a pranzo da mia madre. Pranzo davvero strepitoso – non ci ero più abituato – e atmosfera serena con gli zii e i cugini. Cirri mi sembrava in gran forma. C’era anche un cugino di mia madre e mio zio, più anziano di loro di cinque o sei anni, che non avevo mai visto o di cui non ricordavo. Ha raccontato i suoi segni: un braccio storto, una lunga e profonda cicatrice sulla fronte, e raccontandoli lasciava trasparire senza nessuna vergogna la fame il freddo e la miseria patite da bambino quando a natale e capodanno si mangiavano i gatti, a Camin, dove mamma e zio sono nati per trasferirsi subito in città. Il nonno che faceva l’infermiere a Venezia e la nonna che faceva la sarta erano fra i pochi che stavano benino, diceva; e stare benino, diceva, significava poter dimenticare per sempre la crosta incarnata di buio e fango e infamia che erano Camin e dintorni. Ha raccontato del ghiaccio a blocchi nei fossi, dei contadini che non volevano vendere gli avanzi di frumento e formentòn ai singoli operai – che di notte auscultavano lo scalpiccio del fango presso  gli argini che portavano in centro, dove i contadini avrebbero venduto gli stessi avanzi al triplo del prezzo; di suo padre appeso al tetto della chiesa a spalare malta mentre il prete che lo guardava appeso pregava che non cadesse con l’anima sporca perché sapeva che non avrebbe potuto dargli mezza palanca, delle sere che non c’era niente da mangiare in casa – prima della guerra e durante la guerra – e si stava in silenzio a guardare il camino spento con i geloni fra naso e labbra, dove la goccia del moccio ghiacciava. Raccontava di come ha imparato il mestiere di calzolaio (scarpàro) che poi ha svolto tutta la vita e di come sia nata in lui, ancora bambino, la passione per i funghi di cui è riconosciuto conoscitore. Ora non vorrei sembrare furbastro, ma anche con lui ho pensato all’età. Albino – questo il suo nome – deve avere 82 anni, massimo 83, lo zio ha un anno più della mamma, che ne ha 77. Berlusconi se non erro ne ha compiuti 73 in ottobre. Albino mia madre e mio zio certi trattamenti estetici non se li possono permettere, ma non so mia madre fino a che punto, qualora potesse, vi rinuncerebbe; mi capita di far pensieri cattivi ogni tanto sul suo conto e su quello dello zio se non altro perché in fondo sono ancora loro a tener le redini in mano, a far da baricentro e c’è in questo una certa, diciamo, pervicacia: di fare gli Omèri e i Virgìli non sembrano avere menoma intenzione e lo scazzo con i figli, suscitato spesso – per lo meno a tavola – da malcelata ironia, è sempre latente. Il potere di spendere è nelle loro mani quasi ottuagenarie, non nelle nostre di quarantenni e trentenni (mio cugino ha 37 anni, mia cugina, 34) e c’è poco da fare: di quei soldi, che sono i loro soldi più di quanto i miei soldi potranno – per ragioni che i segni e i racconti di Albino mi riferiscono in modo quanto mai cristallino – mai essere, sembrano sapere piuttosto bene che fare. Il problema come sempre non è che lesinino, ma che hanno le loro idee, e c’è da domandarsi, nella misura in cui divergono da quelle dei figli, quanto siano in sintonia con quelle di un premier che da sempre si propone come cantore del nuovo, come il nuovo in persona, il futuro incarnato della nazione. Mia madre, per dire, si è rifatta il naso fra i 65 e i 68 anni, cosa alla quale da tempo pensava e alla quale è stata definitivamente persuasa da una santona new-age che le ha succhiato un bel po’ di soldi e l’ha incoraggiata all’intrapresa di varie significative avventure spirituali. Non mi è mai andata giù quella storia. Non mi è mai piaciuto che mia madre si sia fatta sfondare e rimodellare il naso. Chissà come sarebbe la Setola, pensavo ieri, scrivo, stante il carattere, senza tutti i soldi e il potere che ha. Poldo – 23 anni – che forse, intermittente, ha il dono di scrutare al di là delle più decisive cortine che il mondo offre ai vittoriosi – i Napoleoni e le Setole – al di là del loro stesso destino di trionfo, una delle ultime volte al lavoro mi ha risposto in modo stranamente lapidario e rammemorante (in fondo solo dieci anni separano Berlusconi da Albino): la Setola sarebbe quello che è: un morto di figa.

avguri

25 dicembre 2009

E’ tardi dovrei dormire invece mi accendo una cicca e sto con il freddo e il sonno e una lattina di Oettinger 8.9 da 95 c perché è la prima oretta tranquilla da qualche giorno in qua. Domani è natale e per la prima volta da cinque o sei anni starò a tavola con mamma sorelle zii e cugini fino alla fine del pranzo poi verso le sei completamente strafogato me ne andrò al lavoro fino alle tre e mezzo – delirio certo, ma Diego se facciamo cazzate si gioca il posto e noi ci giochiamo il miglior capo, quindi… Un bel pezzo però che non potevo permettermi di fare regali – sembra una sciocchezza ma ci si stufa a riceverne quando non se ne può fare, si diventa sprezzanti, si ringrazia e ringraziando e abbassando gli occhi e dicendo cose tipo: ma no, ma perché, non dovevi, si sta lì a domandarsi se si ha bisogno di quelle cose  e come siano venute in mente quelle cose a chi le regala e via discorrendo, e la risposta novantanove su cento è negativa e tendenzialmente sterminatrice, ma vera, tuttavia va così, si regalano “pensieri”, giusto?, si, giusto, si, sono i pensieri che contano!, quelli buoni però, non come l’altro giorno al lavoro che ho avuto i classici cinque minuti di furia e mi son lasciato prendere alla sprovvista e mi son meravigliato di me dopo che un altro po’ facevo una sincope. Una rabbia. Avrei sradicato la radio dal muro e l’avrei fracassata per terra. Perché non si può essere seri severi e intransigenti e mandarlo una buona volta affanculo per sempre il natale? Ero lì che lavoravo, in apnea, il mattino; poi sarei andato in studio di registrazione per questa cosa che ha messo in piedi Heman Zed per la pubblicazione del suo terzo romanzo, Dreams’n’Drums, quindi sarei andato da Gioia per la cena e per passare la notte insieme. Il papa ricordava come con il natale ogni anno la storia ricominci daccapo (ma va?!), poi quelli dello zoo di radio 105 proprinavano il solito lobotòmico bolo pseudoanticonformista e inemendabilmente ignorante: gli ascoltatori telefonavano per fare auguri di natale con apostrofi tipo buon natale terroni di merda ahahah!, e poi Mentana, gesuànal, diceva fintosolenne che i politici invece di pensare alla faccia di Berlusconi dovrebbero pensare al mezzo milione di posti di lavoro bruciati secondo l’Istat: si può cagarlo senza bestemmiare l’intero calendario?, quindi quel mona di Michael Boublè, se si scrive così, con Poldo che sniffava dielina e gli cantava sopra a memoria. Non ricordo cosa ho fatto ieri, pensavo intanto, né cosa ho fatto ieri l’altro (non male la dielina). Perché non ricordo? Perché dribblo. E scappo. Vivo al meno e vado alla deriva (fossi un edonista). Ma te ne incula qualcosa del natale?, ho detto a Gioia al cappuccino. Aveva ancora gli occhi di pianto dalla notte. No, ho detto, perché qui, mi pare, siam proprio ai fondamentali. Lo stop di petto, il tocco di piatto. Che cazzo ce ne frega!, le ho detto. Lei sorrideva, faceva no con la testa e mi baciava. Aveva comprato regali a tutti, e invece io, anche se le volevo bene, avevo voglia di incazzarmi: siamo noi il mondo!, siamo noi!, noi!, noi decidiamo il mondo, sennò che amore è? Che amore è se non si permette di andare in mutande al pranzo di gala e in ghingeri per la briscola coi vecchi al baràsso (brutto bar)? E’ che certe volte mi verrebbe da distruggere tutto, altro che il muso di Berlusconi. Ti amo! e bùm!, ti amo!, e bàm! Alla mia età, diocàro. No, veramente. Stop. Alla fine, pare sia in ogni modo riuscito a tappare – dovrei avere un nuovo coinquilino – e, rischiando un po’, stamattina ho fatto spese. Piovigginava, la neve era tutta sciolta, avevo i piedi asciutti e mi dispiaceva perché non so: il bianco mi dava un senso ronzante di macchine imperterritamente in funzione (il geyser caldo che soffia dalla pancia, lungo la gola, sotto la sciarpa), di sprofòndo e igienica sporcizia – specie staccando tardi al lavoro. E’ solo che gli ultimi giorni sono stati un caos: si parte con l’intenzione di amare, prendere tutto, e si finisce all’angolo, aspettando il gong. Poi via: poco sonno, inquietudini. Qualche uscita sbagliata, qualche parola di troppo, distrazioni che fanno star male. Hai una tabella. Dei riquadri e dei contenuti. E non sei capace di far star dentro i contenuti nei riquadri. Tutto esonda. La giornata diventa un potàcio, come si dice qui. Il giorno non basta e la notte si strizza. Fai torto all’uno e all’altro e più ti impegni, più ritardi e più fai torti. Ma il fondamentale adesso è in ordine. Va meglio. Sto qui ancora due minuti. Metto le virgole, i punti, le foto. Fumo e finisco la birra. Anche se ne berrei altre dieci – ubriacandomi al calduccio mentre la stanza si riempie di fiocchi. E mi faccio bello contento.

sguardocorpo

15 dicembre 2009

Ero al lavoro l’altra sera e stavo approfittando di un momento di pausa per dare un’occhiata alla posta elettronica quand’è apparsa la foto di Silvio Berlusconi con la bocca ingrumata e il volto stracciato. Ho corrisposto sadicamente a quell’ostensione saccheggiando con furia la sorprendente oscenità dell’immagine – la sua ottusità – e soltanto in un secondo momento il freddo e prolungato giubilo del corpo ha lasciato posto, mortificante, al disgusto: non mi bastava, avrei voluto di più.

Dopo qualche istante ho chiamato il mio capo, domandandogli se avesse sentito quel che era successo. Avendo due cellulari pazzeschi, di quelli con i quali sei sempre connesso alla rete, era già informato di tutto. Ma non gli erano ancora pervenute immagini dell’accaduto, sicché si è soffermato e abbiamo sfogliato dapprima le foto, quindi un video gremito di folla, reiterato in un orribile loop, al quale nel giro di pochi secondi se ne è aggiunto un secondo.

Diego, che ha vent’anni secchi meno di me ed è forse il miglior capo abbia mai avuto, c’è rimasto male. Niente di esagerato; non si interessa molto, d’altra parte, di politica. Però no, ha detto, questa roba no.

Soltanto un paio d’ore prima mi aveva chiamato dalla mia postazione, alle macchine, presso i monitor – dove normalmente sta lui. E sghignazzando mi aveva mostrato il video, tratto da una nuova trasmissione televisiva, in cui una sformata cinquantasettenne, ex infermiera in pensione, si cimentava in una sorta di spogliarello sulle note di Give it to me (Dammelo). Ho pensato che quella persona emulasse Madonna come avrebbe potuto fare un mongoloide: la proceduralità nel gestire, l’inintenzionalità vegetativa del comico, tragico, grottesco, dato fisico suggerivano verginità o innocenza fin quasi ontologiche. Ho pensato che le fosse stato fatto qualcosa.

Diego va pazzo per questo genere di cose: sono secoli che c’è La corrida, mi dice, intendendo: cos’è, ti scandalizzi, adesso, per questa sciocchezza? Non mi scandalizzo né mi diverto, gli dico. Provo in realtà una noia logorante, una spossatezza che non riesco a nascondergli e, ai suoi occhi, mi invecchia.

Sono io a stupirmi di Diego, invece, la sera, guardando la faccia spaccata di Berlusconi. E’ la prima volta, gli dico, che quest’uomo mi appare umano: il dolore fisico e il sangue che ne incrosta il volto deplastificano la zona grigia cucitagli addosso dai lifting lasciando spurgare l’età – che poi è  grosso modo l’età di mia madre. E’ nel fare questo pensiero, nel condurre Berlusconi alla persona di mia madre, che inizia la pena – e con essa il disgusto. Perché non una statuina spaccata in faccia infligge a mia madre l’enormità che aggalla nello sguardo di Berlusconi; ma quello sguardo, lo scandalo la negazione e il non-darsi-ragione che contiene, io li conosco.

una doverosa precisazione

11 dicembre 2009

Leggere e ascoltare Vittorio Feltri fa sempre schifo. Anche quando sembra dire o far cose deontologicamente, oltre che eticamente, dovute. E fa schifo soprattutto in simili circostanze, poiché più che in altre sembra, ma non è.

Le dichiarazioni rilasciate il 5 dicembre in relazione al (falso) ritiro della montatura ordita in settembre ai danni dell’ex direttore di Avvenire don Dino Boffo, diffamato in qualità di omosessuale attenzionato – cioè immagino: omosessuale tenuto d’occhio dalle forze dell’ordine in quanto molesto; e va da sé, non piacendogli la gnocca, assai più riprovevole della Setola, i cui costumi, vergogna!, proprio lui!, Boffo!, intendeva svergognare – ne offrono esempio.

A parte banali considerazioni sul tempismo congiunturalmente strumentale della ritrattazione (è ora che la Setola e il Papa faccian la pace: questo bordello di guitti crocifissi e tribunali non è bene, non piace), né Feltri né il Giornale si scusano con Boffo per i guasti cagionati, ma riaffermano piuttosto che, sebbene in assenza di omosessualità attenzionata «… la cosa, forse, sarebbe rimasta piccina… una bagatella», la condanna per il reato di molestie telefoniche, invece, è e rimane vera. Di conseguenza: “«Né scuse né lacrime», né tantomeno «una retromarcia», ma solo «una doverosa precisazione»”.

Fatto salvo che a sentir lui, non il Giornale avrebbe dovuto produrre prova, ma Boffo, ciò che appesta nella (falsa) ritrattazione Feltrina è la tendenza all’azzeramento dei termini in predicato finalizzata all’apertura di spazi d’insinuazione, invenzione e perversione di qualsivoglia oggettività. In parole povere: tutto e il contrario di tutto – con pròtto, coltre di fumo e congrua pioggia di merda.

Ai grotteschi encomi per l’«atteggiamento sobrio e dignitoso che non può che suscitare ammirazione», seguono per esempio affermazioni di questo tenore: «se Boffo, nel mezzo delle polemiche, invece di segretare il fascicolo lo avesse reso pubblico, consentendo di verificare attraverso le carte che si trattava di una bagatella e non di uno scandalo… sarebbe ancora al suo posto».

Affermazioni in cui gli stessi complimenti per le qualità dell’ex direttore rilanciano a ogni buon conto – con il tono appropriato, naturalmente, al servizietto pro Vaticano – un’ombra, sia pur vaga, di sospetto: se si è dimesso e non ha desecretato vorrà dire che qualcosa temeva e che possono esserci altre carte, altre prove della sua omosessualità molesta & attenzionata.

In secondo luogo – e a parte quanto viene inopinatamente ribadito intorno a chi sia tenuto a provare cosa (non è immediato, fra l’altro, a quale fascicolo si faccia riferimento; a chi possa desegretare e soprattutto a come si possa desegretare una cosa che non esiste o non è nella disponibilità dell’interessato) – si noti in quale modo, cioè mediante quale espediente retorico, l’oggetto della diffamazione, ossia l’omosessualità molesta & attenzionata di Boffo, venga dissimulato. E con esso, naturalmente, la diffamazione stessa (corsivi miei):

«Personalmente non mi sarei occupato di Dino Boffo, giornalista prestigioso e apprezzato, se non mi fosse stata consegnata da un informatore attendibile, direi insospettabile, la fotocopia del casellario giudiziario che recava la condanna del direttore a una contravvenzione per molestie telefoniche. Insieme, un secondo documento (una nota) che riassumeva le motivazioni della condanna. La ricostruzione dei fatti descritti nella nota, oggi posso dire, non corrisponde al contenuto degli atti processuali».

Con il sopore, ecco come. Una dosata, anodina illeggibilità. Ci ho messo un quarto d’ora, alle prese con questo passo, per far mente locale. Gli ingredienti della montatura, inoltre, non erano immediatamente disponibili nemmeno scorrendo il resto dell’articolo. Sopore, signori! – cioè barba, distrazione, omissione garantite.

Eppure è uno che parla chiaro, Feltri. Pane al pane, e frocio al frocio. O no? Si. Di solito si: uno che non le manda a dire, secondo i suoi affezionati.

Ero io allora che rileggendo il passo citato slittavo avanti, oppure era scaltro lui nel dire facendo sentire tutt’altro? Chi, in effetti, alla terza lettura del passo riportato – magari al bar, di mattina – non sarebbe stato tentato di soprassedere e andare al sodo? Né scuse, né lacrime, né tantomeno ritrattazioni. Qui si, che capivo! Queste sì erano affermazioni degne di Feltri! Come anche: il dovere – il dovere! – nel più pieno ossequio della deontologia professionale, di segnalare un errore.

Ora: era la qualità dell’errore che, in quanto scribens, mi interessava. Il modo in cui questa qualità fosse espressa, testualmente, e al tempo stesso pervertita. Perché il necessario – cioè il vero – nel passo riportato c’é. Non solo viene confessato il più stronzo errore deontologico che un giornalista possa commettere: non verificare i fatti né l’attendibilità delle fonti; ma anche il suo essere stato perpetrato personalmente. In questo stesso passo tuttavia Feltri abbandona l’immediatezza intimidatoria e grossolana che normalmente lo contraddistingue in favore di un linguaggio specifico, settoriale qual’è quello di una disciplina (giuridica) differente dalla sua (giornalismo); abbracciandolo in modo ligio e burocraticamente impersonale, onde appunto: illeggibilità, distrazione, omissione; nascondendo così il contenuto delle sue affermazioni nella neutralità (generale e astratta) dell’idioma giuridico, garante imparzialità. E’ mediante siffatta modulazione – un’anticaglia, per altro, di un regime!, di un’antichità! – che egli fa impunemente suonare la spudorata montatura ai danni di Boffo come un errore tecnico, cioè banale, non intenzionale – una sorta di intoppo procedurale: cose che capitano, come si dice; e che quando capitano abbisognano, fra un tiro di pipa e un borborigmo (mentre gli altri crepano), di doverose  precisazioni.

Così anch’io, una volta tanto, ho sentito la doverosa urgenza di precisare. Quanto appunto leggere Vittorio Feltri faccia schifo. Persino, e a maggior ragione, quando ammette di farlo.  Cioè, sempre: totalmente, inemendabilmente.

Caro Pierluigi,

tu dici: “In realtà ci sei, esisti, non sei da solo, e nemmeno in pochi, semplicemente ti hanno reso invisibile”. Certo. Dover tentare di strappare un minimo di visibilità a chi ha in mano televisioni, case editrici, giornali, ecc. non è facile, così come ottenere la medesima attenzione offerta dai media a un partito per esempio come il Pd. I vostri partiti di riferimento, i partiti cioè in cui il movimento era confluito, per quanto concerne l’elettorato, erano piuttosto Rifondazione comunista e i Verdi. Bertinotti e Pecoraio Scanio avevano poca visibilità? Se paragonata a quella di un Berlusconi, di un D’Alema o di un Veltroni, sì, ovvio. Ma non erano invisibili. Bertinotti al tg, sui giornali, lo si vedeva. Era spesso a “Porta a Porta”, luogo orrendo, dove ogni politico che si rispetti non manca di presenziare. Ma si sa, la comunicazione ha le sue regole.

Se Rifondazione ha perso tanto di quell’elettorato da non comparire più nemmeno in Parlamento, la colpa, temo, non è solo della sua “invisibilità”, ma di scelte strategiche sbagliate. Per carità, è anche vero che l’elettorato italiano è immaturo, si fa abbindolare dal populista di turno, però fatto sta che la Lega si è presa buona parte dei voti di Rifondazione. Ora dovrei fare una lunghissima digressione sull’evoluzione politica del “Nordest” (termine quanto mai generico e semplicistico) dal 1948 in poi. Soprassiedo, rimandando a qualche libro di storia (consiglio, tra gli altri, C. FUMIAN, A. VENTURA (a cura di), Storia del Veneto, Laterza, Bari, 2000 e S. LANARO (a cura di), Il Veneto. Storia d’Italia. Le regioni, Einaudi, Torino, 1984), dando per scontato che tu sia a conoscenza della morfologia politica di questa zona.

Comunque, il movimento NON è Rifondazione, perciò torniamo a voi e a Casarini. Tu dici: “rifarsi agli articoli de il Giornale, Libero o analoghi strumenti di Berlusconi non aiuta. Non aiuta, e personalmente ritengo un po’ indecoroso raccogliere e rimpallare la roba scritta da giornalisti la cui professionalità e deontologia si è ben dimostrata con il caso Boffo”. Certo. Quell’articolo termina indicando un tornaconto economico. Al tornaconto economico io non ho mai pensato. Piuttosto a un tornaconto di altro tipo, in termini, cioè, di potere: che non vuol dire ricchezza, ma ascendente sulle persone, prestigio, comando, visibilità. Sicuramente questo comporta anche maggior responsabilità (e rischi), ma il fatto di essere in cima alla piramide, di essere un leader, penso abbia i suoi vantaggi, chiamiamoli così, non solo in termini di appagamento narcisistico. Inoltre, avere un servizio d’ordine ben organizzato, a me desta sempre qualche perplessità.

Non penso che Casarini sia conservatore perché ha aperto partita IVA. Dice, nell’intervista alla Stampa, che lui resta dalla parte degli “sfruttati”, che in questo caso sono i piccoli imprenditori. Cioè la fetta di elettorato che Rifondazione si è fatta sfuggire e che è andata a ingrossare le fila della Lega (e quel che è ancor più triste, e lo dico davvero con profonda amarezza, è che anche buona parte della classe operaia ha lasciato un partito come Rifondazione, veleggiando verso destra). Se non sbaglio questo è un argomento che Massimo Cacciari tenta, da anni, di porre all’ordine del giorno. Una cosa mi ha incuriosito. Mettendo da parte Il Giornale, tenendo buona La Stampa, tu dici: “Se è vero che possa insorgere una certa perplessità e il chiedersi dove voglia arrivare a parare, è  anche chiaro che due mesi di partita IVA non sono sufficienti per cambiare mentalità. Evidentemente, l’apertura di questa, era strumentale per lanciare un certo tipo di iniziativa o, se si vuole, battaglia. (…) Non vengono abbandonate le tradizionali analisi e terreni di lotta, piuttosto si cerca di allargarne il respiro”. Perché un giornale come Il Manifesto non ha dato risonanza alla notizia? Non credo siano insensibili o poco attenti. Non è che forse la scelta di Casarini (nell’intervista alla Stampa, le risposte che offre sono in effetti un tantino naïf: “Ma io vorrei sapere anche dove vanno, i nostri soldi. A finanziare le guerre? Io non ci sto”) abbia creato un po’ d’imbarazzo? E così la sua scelta di manifestare con “Veneto Nostro – Raixe Venete” (“I veneti siano finalmente quello che sono – spiega – senza il peso di culture ‘altre’ come quella romana o lombarda, che poco c’entrano con la nostra indole” ripresa dall’articolo del Gazzettino, dal post La Lega Sinistra bis)?

Tu dici: “Casarini è solo un portavoce, assieme ad altri, di quello che è stato chiamato movimento «no-global» (movimento che nel frattempo ha subito della trasformazioni, chiederebbe di essere chiamato in maniera diversa, ecc. ecc.), in particolare rappresenta i «centri sociali del nordest» (la definizione, dal punto di vista letterale, non è corretta perchè nel nordest esiste almeno un altro importante schieramento rappresentato, per rimanere a Padova, dal C.S.O. Gramigna) aderenti all’area dei disubbidienti. E’ un militante tra i tanti, in grado di essere a suo agio nel confrontarsi con i mass media, che si è reso disponibile a espletare questo ruolo. Tutto qui. Non è l’ispiratore, la testa pensante di questo movimento, dà semplicemente il suo contributo di riflessioni, come tanti altri, e di sicuro le sue non sono quelle che hanno il maggior peso, pur avendo una certa autorevolezza per il gran lavoro (che poi vedremo) che fa”. Certo. Da quest’ultimo passaggio viene da chiedersi, visto che non è lui l’ispiratore e non è la testa pensante del movimento e il suo contributo di riflessioni non è nemmeno quello che ha maggior peso, perché sia stato scelto lui come portavoce. Perché si è offerto? Non penso sia sufficiente. E non penso nemmeno che chi organizza il movimento sia così ingenuo. Vuol dire che ha caratteristiche che si confanno al ruolo. E cioè? Capacità comunicative, visto che “portavoce” è definito da DEVOTO, OLI, Dizionario della lingua italiana, “Persona che si incarica di riferire i punti di vista o le opinioni altrui. Incaricato di esporre al pubblico, spec. mediante i mass media, il pensiero o l’operato di un organo o di un’autorità responsabile”. Dunque, di quali capacità comunicative? Tu dici “(Casarini) è una persona che non si limita a disquisire ma si impegna a fare, anche se questo comporta essere considerato un pagliaccio. E’ disposto ad avere un ruolo pubblico, nell’unico modo che ci viene concesso per non essere invisibili, con i riflettori che non verranno puntati sulle cose che portiamo avanti, ma solo per illuminarci se saremo disposti a fare delle boutades in cui verremo coperti di merda. Visibili in questo modo è comunque meglio che invisibili, per chi avrà la voglia, e l’intelligenza accompagnata dall’umiltà, di non fermarsi alla superficie”. Quindi Casarini non comunica attraverso disquisizioni, ma attraverso boutade, provocazioni e, mi vien da pensare, attraverso il suo viso e il suo corpo, attraverso i suoi comportamenti e i suoi atteggiamenti. Attraverso la sua immagine. La società dello spettacolo di Guy Debord è stato scritto nel 1967. I Commentari alla società dello spettacolo è stato scritto, sempre da Debord, nel 1988. Sono passati quasi 43 anni in un caso e quasi 22 anni nell’altro. Lo scambio simbolico e la morte di Jean Baudrillard è un libro del 1976, cioè di quasi 34 anni fa. Le teorizzazioni dei francofortesi sono degli anni ’20-‘30. La tv è stata introdotta in Italia nel 1954. Apocalittici e integrati di Umberto Eco è un libro del 1964. Si potrebbe andare avanti per pagine. O per ore. Molti dei pensieri contenuti in questi testi sono ormai, più o meno consapevolmente, nel linguaggio comune. Dovrebbe essere risaputo, dunque, che a voler entrare nella società dello spettacolo, fatta di simulacri e finzioni, si corre il rischio, pericolosissimo, di esserne fagocitati e peggio, di veder fagocitate le cose, anche importanti, fatte, dalla propria immagine. Soprattutto se, proprio alle regole di spettacolarizzazione, si cede qualsiasi “messaggio”. La solita frase di McLuhan “Il medium è il messaggio”, calza alla perfezione. Ancor di più quando la comunicazione getta via la disquisizione e si riduce a provocazione, che prima ancora che con la testa, viene recepita con la pancia. Chi punta al “sentire” invece che al pensare? Alla “pancia” invece che alla ragione, oggi? La Lega. Berlusconi. Berlusconi, proprio del populismo da budella, ha fatto il suo impero. E, ahimè, anche Casarini. Tu conosci la persona Casarini (dici di conoscerlo da anni, di esser suo amico). Bene. Io conosco il personaggio Casarini. Che poi è quello che conosce la maggior parte degli italiani. Tu mi chiedi: “Conosci così bene Casarini?”. No. Infatti io non ho mai parlato della persona. Anzi, ho anche detto che magari in compagnia è un ragazzo divertente, intelligente (tu che sei suo amico puoi confermarlo o negarlo). Ma il Casarini che si fa intervistare da La Stampa, che fa il portavoce, è il Casarini pubblico, il Casarini personaggio. Che non può che essere costruito. Quindi, dato che un personaggio pubblico, a maggior ragione uno che come attività principale svolge quella di portavoce, quindi di colui che ha a che fare coi mass media, deve “costruire la propria immagine” (e Casarini, a meno che non sia un ingenuo, ne è consapevole), deve anche decidere come comunicare. Comunicare per boutade e provocazioni è sempre un modo di considerare il popolo come una mandria di buoi. Inoltre è aberrante poiché fa fuori le sfumature e cede il passo a un linguaggio che è quello parlato dalla tv, dalla pubblicità, dallo stesso Berlusconi. Quando si dice che il problema non è solo Berlusconi ma il berlusconismo (Giorgio Gaber: “non temo Berlusconi, ma il Berlusconi che c’è dentro di me”), l’aver assoggettato gli italiani (che gli sono complici!) a una narcosi trentennale (prima solo coi media, poi anche con la sua presenza in politica), significa che scomparso lui, il problema rimarrà nelle teste, disabituate a pensare, e nelle pance, abituate a sentire, degli italiani. Pier Paolo Pasolini in Il «Discorso» dei capelli (7 gennaio 1973) dice: “Una decina d’anni fa, pensavo, tra noi della generazione precedente, un provocatore era quasi inconcepibile (se non a patto fosse un grandissimo attore): infatti la sua sottocultura si sarebbe distinta, anche fisicamente, dalla nostra cultura. L’avremmo conosciuto dagli occhi, dal naso, dai capelli! L’avremmo subito smascherato, e gli avremmo dato subito la lezione che meritava. Ora questo non è più possibile. Nessuno mai al mondo potrebbe distinguere dalla presenza fisica un rivoluzionario da un provocatore. Destra e sinistra si sono fisicamente fuse”. E ancora: “Concludo amaramente. Le maschere ripugnanti che i giovani si mettono sulla faccia, rendendosi laidi come vecchie puttane di una ingiusta iconografia, ricreano oggettivamente sulle loro fisionomie ciò che essi solo verbalmente hanno condannato per sempre. Sono saltate fuori le vecchie facce da preti, da giudici, da ufficiali, da anarchici fasulli, da impiegati buffoni, da Azzeccagarbugli, da Don Ferrante, da mercenari, da imbroglioni, da benpensanti teppisti. Cioè la condanna radicale e indiscriminata che essi hanno pronunciato contro i loro padri –  che sono la storia in evoluzione e la cultura precedente – alzando contro di essi una barriera insormontabile, ha finito con l’isolarli, impedendo loro, coi loro padri, un rapporto dialettico. Ora, solo attraverso tale rapporto dialettico – sia pur drammatico ed estremizzato – essi avrebbero potuto avere reale coscienza storica di sé, e andare avanti, superare i padri. Invece l’isolamento in cui si sono chiusi – come in un mondo a parte, in un ghetto riservato alla gioventù – li ha tenuti fermi alla loro insopprimibile realtà storica: e ciò ha implicato – fatalmente –  un regresso. Essi sono in realtà andati più indietro dei loro padri, risuscitando nella loro anima terrori e conformismi e, nel loro aspetto fisico, convenzionalità e miserie che parevano superate per sempre. (…) È giunto il momento che essi stessi se ne accorgano, e si liberino da questa loro ansia colpevole di attenersi all’ordine degradante dell’orda”. Dice ancora Pasolini in Il vero fascismo e quindi il vero antifascismo (24 giugno 1974): “Sanno (coloro che conoscono la semiologia) che la cultura produce dei codici; che i codici producono il comportamento; che il comportamento è un linguaggio; e che in un momento storico in cui il linguaggio verbale è tutto convenzionale e sterilizzato (tecnicizzato) il linguaggio del comportamento (fisico e mimico) assume una decisiva importanza. (…) Mi sembra che ci siano delle buone ragioni per sostenere che la cultura di una nazione (nella fattispecie l’Italia) è oggi espressa soprattutto attraverso il linguaggio del comportamento, o linguaggio fisico, più un certo quantitativo – completamente convenzionalizzato e estremamente povero – di linguaggio verbale”. Poi in Ampliamento del «bozzetto» sulla rivoluzione antropologica in Italia (11 luglio 1974), Pasolini continua: “Il tipo di uomo o di donna che conta, che è moderno, che è da imitare e da realizzare, non è descritto o decantato: è rappresentato! Il linguaggio della televisione è per sua natura il linguaggio fisico-mimico, il linguaggio del comportamento. Che viene dunque mimato di sana pianta, senza mediazioni, nel linguaggio fisico-mimico e nel linguaggio del comportamento nella realtà. (…) Appunto perché perfettamente pragmatica, la propaganda televisiva rappresenta il momento qualunquistico della nuova ideologia edonistica del consumo: e quindi è enormemente efficace”. Infine, in Analisi linguistica di uno slogan (17 maggio 1973), Pasolini dice: “Lo slogan infatti deve essere espressivo, per impressionare e convincere. Ma la sua espressività è mostruosa perché diviene immediatamente stereotipata, e si fissa in una rigidità che è proprio il contrario dell’espressività, che è eternamente cangiante, si offre a un’interpretazione infinita. La finta espressività dello slogan è così la punta massima della nuova lingua tecnica che sostituisce la lingua umanistica. Essa è il simbolo della vita linguistica del futuro, cioè di un mondo inespressivo, senza particolarismi e diversità di culture, prettamente acculturato e omologato. Di un mondo che a noi, ultimi depositari di una visione molteplice, magmatica, religiosa e razionale della vita, appare come un mondo di morte”. (Tutti i brani citati in P. P. PASOLINI, Scritti corsari, Garzanti, Milano, 2001). Tutti gli esempi portati da Pasolini sono esempi di comunicazione non dialettica, ma provocatoria. La provocazione, la boutade, esaurisce in sé la comunicazione, non permette discussione sulla “cosa” in sé (tu stesso dici, che dall’intervista alla Stampa si ricava che “l’apertura di questa (partita IVA), era strumentale per lanciare un certo tipo di iniziativa o, se si vuole, battaglia”). Il guaio è che questo tipo di approccio ingloba e fagocita tutto quello che voi (con Ya Basta, con Razzismo Stop, ecc. ) di importante fate. Ciò che viene ricordato è: Casarini che provoca. Per questo motivo, per l’ambivalenza nell’uso dei media, io non posso (e non voglio) considerare Casarini un interlocutore credibile. Perché usa la medesima via di comunicazione dell’ordine orrendo. E io non voglio essere assoggettata tra le schiere di un popolo-bue. Perché offende la mia intelligenza. E in un periodo tanto sentimentale (paure, pulsioni, istinti, eccitazioni), io spero l’illuminismo non sia passato invano. Non credo sia una giustificazione plausibile affermare che altrimenti non si otterrebbe visibilità. Non credo all’equazione visibilità uguale esistenza. Bisogna uscire dall’ambiguità se non si vuole entrare nello stesso sistema comunicativo, aberrante, della destra imperante – con tanti e definitivi saluti alla benemerita egemonia culturale della sinistra.

Ti porto un esempio. Qualche anno fa compare sui giornali una certa Lisa Dalla Via. È una ragazza Toscana, che vive a Padova, frequenta il Pedro e dice di essere impegnata politicamente (ogni tanto, nelle interviste che rilascia, parla di manifestazioni a cui ha partecipato, del suo impegno politico che, però, non specifica mai in quali termini venga assolto). Comunque Dalla Via finisce sui giornali non per il suo impegno politico ma perché con un gruppo di amiche fa spettacoli di lap dance sul metrò milanese. Poi, conquistata un po’ di visibilità, decide di partecipare alle selezioni di una delle tante edizioni del Grande Fratello. Quando un giornalista le domanda le ragioni della sua scelta (son articoli che si trovano su Il mattino di Padova a fine 2006 – inizio 2007), lei risponde affermando che grazie a quel tipo di visibilità (un po’ provocatoria) può portare avanti un suo, non meglio specificato, “discorso politico”. Non viene presa. Lei dice “Perché hanno avuto paura”. Paura di cosa? Lei lascia intendere: del fatto di frequentare un centro sociale ed essere impegnata politicamente. Per queste sue scelte spende qualche parola anche Max Gallob (“Non posso parlare – spiega il leader del Pedro – dirò tra qualche giorno il perché”, e il giornalista dell’Espresso dice: “Forse non vuole che l’attività del centro sociale finisca nel calderone mediatico deflagrato all’improvviso? Ma soprattutto deflagrato per caso?” – 07 dicembre 2006). Allora, all’epoca, mi son chiesta: “Ma Gallob spende parole per tutti i ragazzi o le ragazze che frequentano il Pedro e fanno scelte magari non proprio in linea con quelle del centro sociale?”. Su qualche giornale era uscita la notizia che la ragazza era la fidanzata di Gallob. La ragazza non smentì né confermò. Per me, quindi, questo rimane un pettegolezzo e francamente mi interessa poco sapere cosa fossero i due uno per l’altra. Mi interessa di più sapere, invece, perché Gallob si sia speso, anche dicendo solo due parole – che, però, non sono state: “Perché venite a chiedere a me delle scelte di questa ragazza? Saranno affari suoi. Se fa la lap dance dentro al metrò o partecipa al Grande Fratello, saranno ben fatti suoi. Perché intervistate me?”. Questa a me pareva la risposta più sensata. Ma probabilmente sia Max Gallob, sia il giornalista dell’Espresso sanno a menadito che razza di circo siano la tv e il mondo dei media. Ora di Lisa Dalla Via sappiamo che ha partecipato a Lucignolo su Italia 1, ha fatto un calendario sexy, si è fidanzata con un imprenditore torinese. Probabilmente l’impegno politico non era tra le sue priorità. Ma prima di tutto ciò, ancora nel 2006 lei non veniva ricordata come “ragazza pisana, barista per mantenersi, studentessa a Padova, frequentatrice del Pedro e del collettivo di Scienze Politiche”, ma come “ballerina di lap dance sul metrò milanese”. Certo quella era l’immagine più vendibile, più spendibile per aver successo e visibilità. Con ogni probabilità lei ha anche facilitato l’attenzione su quella più che su “meno visibili” qualità intellettuali. In ogni modo ciò mostra bene come tv e media azzerino tutto per lasciare soltanto un dato: quello più visibile, quello più spendibile. Se una donna parla in pubblico in guêpière, magari dirà anche cose geniali ma quello che passerà sarà che era una donna in guêpière (e magari, visto l’inveterato maschilismo in cui siamo immersi, quello potrebbe anche essere uno dei modi per ottenere più attenzione). Questo per dire che la comunicazione provocatoria, di pancia, è sempre mostruosa. Io non ho voglia di vedere altri uomini al balcone che aizzano folle. Ci siamo già passati. Tragicamente. E, per altre vie, ci stiamo passando di nuovo. Abbiamo proprio bisogno di aggiungere un altro provocatore ai tanti provocatori che ci ammorbano? Perché non provare a cambiare frame, come direbbe Lakoff, e comunicare su un piano differente?

Un’ultima cosa. Tu dici: “Mi verrebbe voglia di risponderti in maniera secca e drastica, non lo faccio perchè io preferisco mantenere una certa confidenza con il “dubbio” e a tuo beneficio vanno le ottime recensioni cinematografiche ed altri interventi dotati di maggior equilibrio, senza dimenticarmi che volendo bene ad Umberto, che stimo, c’è da sperare che anche tu abbia analogo spessore”. Mah. Senza dimenticarti che volendo bene a Umberto, che stimi, c’è da sperare che anch’io abbia un analogo spessore? Fammi capire, tu hai bisogno di qualcuno che garantisca per me? Cosa dovrei risponderti io? Siccome sei amico di Umberto mi auguro tu sia in grado di comprendere questo ragionamento e sia intelligente almeno quanto lui? Stai scherzando, vero? Io mi auguro invece, di non dovermi trovar di fronte a un appartenente all’ennesimo gruppuscolo settario, nel quale si entra o si discute solo tramite garanzia terzi e che dunque riporta la medesima mentalità in qualsiasi piano relazionale. Una volta, proprio qua a Padova, una ragazza mi disse se andavo con lei a un incontro con altre persone, dove si sarebbe discusso di tematiche che ci stavano a cuore. Poi mi disse “Tranquilla, garantisco io per te”. Io devo averla guardata sbalordita. Non andavamo in banca ad accendere un mutuo. Lei non era un membro della Sacra Corona Unita, di un clan di camorristi o di mafiosi. Massoneria? Nemmeno. “Tranquilla, garantisco io per te. Ho detto che sei una di noi”. A quel punto mi è venuto in mente un vecchio film di Todd Browning, Freaks, in cui i protagonisti a un certo punto si mettono a cantare “We accept her! One of us! We accept her! One of us! Gooble gobble, gooble gobble! We accept her! We accept her!”. Il film appartiene al genere horror/grottesco. A quel punto ho preferito evitare l’iniziazione. Anni dopo, diversi amici, mi hanno raccontato rapporti di forza e giochi di potere simili all’interno di medesimi gruppuscoli settari. Ecco, mi auguro proprio tu non abbia avuto esperienze simili e che quella frase fosse semplicemente una frase un po’ infelice, e non il sedimento di un consolidato modus vivendi. Ma confido nel buon senso.

Saluti

Gioia

 

In relazione al post la lega sinistra e in particolare ai commenti a esso seguiti ricevo e pubblico, con il suo beneplacito, questa lettera di Pierluigi. Si sarebbe dovuto trattare di un ulteriore commento, come mi pare si evinca anche dall’impianto del testo. Ma un disguido tecnico (forse la lunghezza) non ne ha reso possibile, in quella sede, la pubblicazione. La consistenza e articolazione  dell’intervento mi hanno fatto pensare si prestasse meglio a essere pubblicato indipendentemente, come post a sé stante. Al testo di Pierluigi seguiva un ulteriore commento a nome di Donatella, che riporto in cauda.

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Qualcuno che prende Luca Casarini sul serio però c’è. Tanto per fare un esempio: io.

Pochi per la verità, è vero, ma lo stesso discorso è riproducibile per le varie anime della sinistra (non intendo il PD, e tanto meno Di Pietro). Pochi, divisi, dispersi, isolati, vetusti, vinti, inutili, inconsistenti, inesistenti.

In realtà ci sei, esisti, non sei da solo, e nemmeno in pochi, semplicemente ti hanno reso invisibile.

Mi conforta vedere che qualcuno, in questo caso renerzogher, pur criticamente fa almeno uno sforzo per non cadere nella trappola dei facili cliché.

Se si desidera capire una qualsiasi realtà, o fenomeno, la prima cosa da fare è cercare di avere informazioni, se non complete, almeno attendibili. Chiaro che rifarsi agli articoli de il Giornale, Libero o analoghi strumenti di Berlusconi non aiuta. Non aiuta, e personalmente ritengo un po’ indecoroso raccogliere e rimpallare la roba scritta da giornalisti la cui professionalità e deontologia si è ben dimostrata con il caso Boffo (per fare un esempio tra i tanti).

Seguendo il link del post e andandosi a leggere l’articolo che conclude così: “Perché nella parabola del no global diventato piccolo imprenditore c’è una costante: un tempo era l’esproprio proletario, adesso è l’obiezione fiscale, ma ora e sempre guai a chi gli tocca il portafogli.” il messaggio è quello del personaggio opportunista interessato al proprio tornaconto personale (così fan tutti, così faremmo tutti potendo, il più bravo tra noi è Berlusconi) circondato da una pletora di beoti fumati che gli danno corda mentre lui scorazza per la città con BMW, Porsche, Ferrari, poi stanco di arraffare facendo lo scavezzacollo, fa famiglia, mette la testa a posto e diventa il peggiore dei conservatori. Sembra la descrizione di un santone di quelle nuove religioni dove il furbacchione di turno, dotato di carisma, compare ogni tanto in Limousine di fronte ai suoi fedeli psicolabili finché non arriva il momento di scappare con il malloppo.

A nessuno (a parte renerzogher) è venuto il dubbio che questo quadretto si presenta un tantino poco credibile e forse qualcosa non quadra?

Andando a leggere “La stampa”, uscita nello stesso giorno dell’articolo riportato, si riusciva ad avere qualche elemento di comprensione in più: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200911articoli/49507girata.asp

L’articolo ad un certo punto recita: “La sede della ditta è a Marghera, a casa sua. Dipendenti zero. L’ha aperta in settembre. E due mesi sono sufficienti per capire i problemi di un mondo che non è propriamente quello da cui viene lui.” E poi: “Casarini, si rende conto che diranno tutti che è passato dall’altra parte? «Ma non è vero. Io resto dalla parte degli sfruttati. E i nuovi sfruttati sono i piccoli imprenditori, gli artigiani. È il Paese che produce e quindi dovrebbe essere aiutato e invece si scontra con tutto un sistema di difficoltà»”. Continua: “Lei è un uomo di lotta. Ha pensato a qualche manifestazione? «Beh, potrei cominciare a fare obiezione fiscale non pagando l’Irap, ad esempio»”. E poi: “Quindi lei giustifica l’artigiano o il commerciante che fa un po’ di nero? «Ma certo. Se no come fa a vivere? Uno è costretto a evadere. Lo so che eticamente è discutibile. Ma io vorrei sapere anche dove vanno, i nostri soldi. A finanziare le guerre? Io non ci sto»”.

Se è vero che possa insorgere una certa perplessità e il chiedersi dove voglia arrivare a parare, è anche chiaro che due mesi di partita iva non sono sufficienti per cambiare mentalità. Evidentemente, l’apertura di questa, era strumentale per lanciare un certo tipo di iniziativa o, se si vuole, battaglia. Che poi questo nuovo “fronte” sia chiaro o condivisibile è questione diversa, ma certo casca l’impianto de il Giornale del no global diventato piccolo imprenditore, e da ciò, conservatore.

Gioia dice “E adesso ci vuol proprio una bella forza d’animo a dire: compagni, autocritica…”

In realtà si tratta di una iniziativa concertata con “i compagni” e l’autocritica non serve perché non vengono abbandonate le tradizionali analisi e terreni di lotta, piuttosto si cerca di allargarne il respiro.

Gioia dice “Casarini, cos’è? Cosa diavolo ha fatto? E soprattutto, con quale coerenza?”

Qui non guasta una premessa. Casarini è solo un portavoce, assieme ad altri, di quello che è stato chiamato movimento “no-global” (movimento che nel frattempo ha subito delle trasformazioni, chiederebbe di essere chiamato in maniera diversa, ecc. ecc.), in particolare rappresenta i “centri sociali del nordest” (la definizione, dal punto di vista letterale, non è corretta perché nel nordest esiste almeno un altro importante schieramento rappresentato, per rimanere a Padova, dal C.S.O. Gramigna) aderenti all’area dei disubbidienti. E’ un militante tra i tanti, in grado di essere a suo agio nel confrontarsi con i mass media, che si è reso disponibile a espletare questo ruolo. Tutto qui. Non è l’ispiratore, la testa pensante di questo movimento, dà semplicemente il suo contributo di riflessioni, come tanti altri, e di sicuro le sue non sono quelle che hanno il maggior peso, pur avendo una certa autorevolezza per il gran lavoro (che poi vedremo) che fa.

Quindi la domanda avrebbe un maggior senso formulata in questo modo: “Che cosa hanno fatto, cosa hanno ottenuto i “no-global”, o eventualmente, l’area tra questi, rappresentata da Casarini?” Ad una domanda posta in questi termini mi sento di rispondere in prima persona, perché io partecipo alle attività di un’associazione che si riconosce nelle analisi del suddetto movimento.

L’associazione si chiama “Ya Basta”, si occupa di intrecciare rapporti e sostenere popolazioni in diverse aree del mondo, schiacciate dal capitalismo-liberismo ed in lotta contro questo tipo di logica. Questa associazione fa parte di un più vasto gruppo di associazioni che, sempre per rimanere nell’ambito locale gravitano attorno a Radio Sherwood. Tra le tante, ricordo “razzismo stop” l’associazione per la difesa dei lavoratori (ADL) che fa parte del più ampio coordinamento conosciuto come “Cobas”, poi esistono comitati contro la speculazione edilizia, la svendita del territorio e l’avvelenamento ambientale, gruppi che lavorano per i diritti delle donne, contro la mercificazione dell’immagine e della dignità femminile (si, esistono ancora le femministe), persone che contribuiscono, senza averne l’egemonia, al comitato “No Dal Molin”, altre che si occupano di open source – software libero, copyright e diritti digitali, gruppi che si occupano di agricoltura biologica, OGM, che hanno dato vita a due gruppi d’acquisto, altri gestiscono una libreria itinerante, alcuni ragazzi partecipano ad una polisportiva che ha portato i suoi “atleti” a giocare con delle squadre in Palestina. Mi fermo qui perché non ricordo tutto e finirei per annoiare.

Premesso che chi si spende in queste associazioni, non lo fa “per gli altri” perché lo spirito non è quello della carità cristiana, ma piuttosto quello di testimoniare che c’è chi dice “no io non ci sto” a questo orrore, alla sua logica e alla sua violenza, e che per questo cerca di costruire una rete di “mutuo soccorso” e di resistenze. In quest’ottica, per rispondere alla tua domanda retorica, cosa ha ottenuto Casarini e chi come me dedica tempo, impegno e risorse in queste cose?

L’associazione Ya Basta: http://www.yabasta.it/ importa, confeziona e vende due container di caffè all’anno prodotti dalle comunità zapatiste in Chiapas. Il caffè viene pagato il triplo di quanto veniva in precedenza offerto dai “cojotes” al soldo delle multinazionali. La quantità importata da queste comunità, diffuse in un vasto territorio, è stata sufficiente a sconvolgere l’equilibrio del mercato al punto che, dopo sanguinose ma inutili scorribande di formazioni paramiltari, i cojotes sono stati costretti a pagare allo stesso modo le altre comunità presenti nella regione. Nelle comunità di resistenza zapatista, Ya Basta ha avviato progetti di potabilizzazione dell’acqua, ha installato turbine per la produzione di energia elettrica, ha costruito due cliniche dove, con frequenza trimestrale, medici, pediatri, dentisti e ginecologhe visitano gratuitamente e svolgono formazione per gli attivisti sanitari locali. Grazie agli sforzi e alle competenze di Radio Sherwood, è stata costruita e attivata una radio: Radio Insurgentes.

Un’ altra emittente è stata messa a disposizione dei Sem Terra in Brasile, dal quale si importa lo zucchero e in patagonia (Radio Mapuce) dove le comunità forniscono prodotti di artigianato.

Cambiando continente, anche in Palestina è stata realizzata una radio e da questi territori si importava, fino a qualche hanno fa, l’olio. Ora non è possibile essendo la Palestina diventata un enorme campo di concentramento, ma continuano le iniziative di solidarietà e sostegno.

La vendita dei prodotti di queste popolazioni http://www.yabasta.it/?article199 non è un business, non si tratta infatti di commercio equo-solidale, non c’è alcun ritorno per noi, i proventi vengono in gran parte girati alle comunità ed il resto serve alla gestione della trasformazione e commercio. Nessuno percepisce uno stipendio o compensi. Quando andiamo in Chiapas ci paghiamo il viaggio e le spese, stesso discorso per gli operatori sanitari che svolgono lavoro totalmente volontario.

Queste, ed altre, sono le cose realizzate e mi piace pensare che a nostro modo abbiamo contribuito alla resistenza di queste popolazioni, resistenza che è anche la nostra a questo stato di cose, e che almeno in parte, conforta me e la mia compagna quando, come altri, impegniamo alcune domeniche a vendere, in vari mercatini, i prodotti dell’associazione (cosa che a quarant’anni suonati preferirei risparmiarmi). Quello che fanno le altre associazioni non lo conosco nei dettagli, ma ti posso dire che ad esempio “Razzismo Stop” http://www.meltingpot.org/, oltre a varie iniziative e conferenze, offre assistenza legale gratuita agli immigrati, organizza corsi di italiano con 6 insegnanti volontari e mette a disposizione, con la presenza di un tutor, una sala computer per connettersi e utilizzare skype o quant’altro serva, sempre gratuitamente.

L’ ADL http://www.associazionedifesalavoratori.org/ impegnata nel fronte sindacale di base, si occupa in particolare di categorie di lavoratori appartenenti al mondo delle cooperative, dei call-center e del precariato in genere, che altre organizzazioni sindacali generalmente non fanno grandi sforzi per difendere. Alcune di queste vertenze, portate in tribunale con sentenze favorevoli, hanno determinato l’inserimento di garanzie nei contratti che in precedenza non erano contemplate.

Gioia dice: “Ha mai lavorato, Casarini, in vita sua?”

Non conosco i dettagli della vita lavorativa di Luca Casarini, ma ti posso assicurare che da molti anni lavora, e anche molto, nelle attività che ruotano attorno a Radio Sherwood e al centro sociale “Rivolta” di Marghera.

Il Rivolta è uno dei centri sociali più grandi d’Italia, con molti stabili ed attività. Sono presenti locali insonorizzati per le prove dei gruppetti musicali della zona, ci sono 2 bar-osterie, laboratori per riparazione di biciclette e motorini, vengono organizzati concerti settimanali, conferenze e cene di solidarietà. Qui hanno una sede distaccata la redazione del progetto di produzione multimediale e d’informazione http://www.globalproject.info/ e la redazione di Radio Sherwood http://www.sherwood.it/. Davvero pensi che tutto ciò non preveda un gran lavoro per essere tenuto in piedi?

Continuando con le tue parole: “Ha tentato anche di diventare imprenditore? Anche di altri? Di sé stesso, mi par lo sia sempre stato…”

Sarà…. ma di certo, Luca Casarini, non ne ha avuto un tornaconto economico. Non ci si arricchisce affatto a lavorare a tempo pieno per le attività e le associazioni di cui abbiamo parlato.

E per finire: “Casarini è un esaltato fasullo, cioè costruito, per cui non vedo come riesca a essere portavoce di qualcosa”

Conosci così bene Casarini? Hai così tanta sicurezza da ergerti a giudice con un’affermazione del genere? Non ti pare di essere un tantino arrogante? Nella tua mente sono contemplati il “beneficio del dubbio” e l’umiltà?

Mi verrebbe voglia di risponderti in maniera secca e drastica, non lo faccio perché io preferisco mantenere una certa confidenza con il “dubbio” e a tuo beneficio vanno le ottime recensioni cinematografiche ed altri interventi dotati di maggior equilibrio, senza dimenticarmi che volendo bene ad Umberto, che stimo, c’è da sperare che anche tu abbia analogo spessore.

Io Casarini lo conosco da quando entrambi avevamo 16 anni, lo ho ascoltato in vari dibattiti, ci ho discusso e non sono mancate, è vero, le bevute e i reciproci aneddoti. Luca è un caro amico che mette il cuore nelle analisi e nel suo far politica. E’ una persona che non si limita a disquisire ma si impegna a fare, anche se questo comporta essere considerato un pagliaccio.

E’ disposto ad avere un ruolo pubblico, nell’unico modo che ci viene concesso per non essere invisibili, con i riflettori che non verranno puntati sulle cose che portiamo avanti, ma solo per illuminarci se saremo disposti a fare delle boutade in cui verremo coperti di merda.

Visibili in questo modo è comunque meglio che invisibili, per chi avrà la voglia, e l’intelligenza accompagnata dall’umiltà, di non fermarsi alla superficie.

Pierluigi

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Ho una cosa anche io da dire Gioia: in questi tempi bui sono sempre benvenuti gli sforzi per cercare di capire chi cerca nuove strade, nuove provocazioni, altri modi per resistere. Tutto ciò può ovviamente essere messo in discussione, analizzato e anche contrastato e questo può arricchire un po’ tutti, come sempre fanno gli sforzi per pensare, ma il livore personale, l’attacco verso qualcuno che neanche conosci ma di cui ti ergi a giudice ha più del conato di vomito e, come tale, a mio avviso, dovrebbe essere relegato nel luogo preposto che immagino ben conosci.

Donatella (la compagna di Pierluigi)

anziani in cerca di stanza

5 dicembre 2009

Prima e dopo pranzo ieri ho ricevuto la visita di due pensionati d’età compresa fra i sessantacinque e i settant’anni che venivano a prender visione della stanza lasciata libera da Ivan. Delle sei o sette persone che mi avevano telefonato si era presentato solamente un trentunenne pisano, dottore in ingegneria genetica, vincitore di una borsa trimestrale al CNR di Padova. Sarebbe rimasto soltanto tre mesi, aveva precisato, la durata appunto del periodo di studio: “non un giorno in più”. Il professore che gli aveva procurato il dottorato e adesso questa breve esperienza al CNR, aveva infatti già preso contatti con Bruxelles dove, salvo disguidi, si sarebbe recato in maggio. Avevamo chiacchierato e scherzato trattenendoci fumare e a bere caffè; e mia sorella, che occupa la stanza di fianco – io vivo nel seminterrato – passando più tempo con gli inquilini e più di me tenendo a governo l’appartamento, sembrava soddisfatta, di ottimo umore. Benché sperassi in un più cospicuo periodo di permanenza il tipo mi era sembrato perfetto. Pareva inoltre che gli andassimo a genio, tanto che avevo smesso di tappezzare d’annunci le zone presso l’università e gli ospedali. Invece al lavoro mi arriva un sms di scuse, ringraziamenti e arrivederci.

Già al telefono, invece, i due anziani avevano lasciato intendere di essere in cerca di una sistemazione più duratura. Il primo, assai spavaldo e sbrigativo, si presenta come professore di lettere presso il liceo artistico Selvatico.  Indossa un giaccone grigio di stoffa ruvida con colletto di velluto marrone, maglione a collo alto rigirato color vinaccia (trasudeciùk, direbbe Gioia, in milanese), jeans e pedule marroni scamosciate. Sulle spalle regge uno slabbrato zainetto gonfio e pieno di spigoli, mentre dalla mano sinistra pende un sacchetto di plastica stropicciata zeppa di quotidiani. Curioso di me molto più che della casa, fa domande che di solito si propongono in un secondo momento; per esempio, che lavoro quanti anni quali titoli di studio, e persino – d’un tratto, facendo una giravolta – come mai io abbia l’aspetto che ho. In che senso, scusi? , faccio. Perché, si preoccupa? Ci sono abituato, sa, ai tipi come lei. E comunque, non che mi ritenga un artista, per carità; ma anch’io nel mio piccolo mi diletto. Si diletta?, faccio. Diciamo così, dice lui. Anche lei si diletta, no? Ehm, non saprei… Non si preoccupi!, non se ne deve mica vergognare! Vive solo, qui? No, dico. Vivo con mia sorella. Lei ha una sorella? Due, faccio. Due?, e dove sono? Quella che vive qui al momento è fuori. L’altra sta da mia madre. Ah. E’ piccola, allora. Ha trentasette anni. Ha-ha-ha-ha!, sganascia. Trentasette anni! Ha-ha-ha! Lei è proprio un artistoide! Prego? Ma si, un tipo un po’ suigèneris: due sorelle, una madre, qui per conto suo, messo così, nel seminterrato. Mica problemi, sa. E’ tutta vita! Per conto mio la casa è conforme e in ogni modo, capirà: insegnando al Selvatico. Scusi la curiosità, piuttosto. Prego. No, dico, labbreggia avvicinandosi usmando. Lei, dice. Con quest’accento… Mica veneto, vero? Oh, si. Sissì, faccio. Davvero? Ma non di Padova. Mica nato qui, lei. Nato e cresciuto, faccio. Vuole vedere la stanza? Di là vero?, dice indicando il corridoio. Nato e cresciuto, ripete seguendomi di malavoglia. Mah: nato e cresciuto: mah, borbotta. Vuol vedere il bagno? Abbiamo internet, ma non anche il telefono fisso (mi viene in mente che ha chiamato da una cabina telefonica). In cucina manca il forno, dico. C’è il microonde. E ci sono i fornelli, ovviamente. Non so se lei sia un buon cuoco, se si diletta anche di… No, no, dice. Non mi serve la cucina. Mangio fuori. Esco al mattino, rientro la sera e il pomeriggio sono all’università. A lettere, in Piazza Mazzini. Devo andare lì dopopranzo. A Palazzo Maldura, dico. Come? A lettere, confermo. Palazzo Maldura. Vuole venti euro? Eh? Un anticipo. No, faccio. Non posso. Come le dicevo ho già sentito altre… Non li vuole i soldi? Non mi permetterei, faccio. Guardi che non do nessun fastidio, esco il mattino, vado a scuola, mangio fuori, vado in Piazza Mazzini, torno dopo cena. Se è per i soldi, tenga!, dice. Io pago! – cacciandomi in mano due banconote. Si è messo a piovere. L’uomo non ha l’ombrello. Non le fàn comodo, a lei, i soldi? Ha le scarpe bagnate. Ho fame. E’ l’una.

L’altro signore possiede un vecchio nokia con il quale giochicchia tutto il tempo. Sotto un giaccone di renna verdebluastro decisamente anni ’70 con colletto e maniche dal risvolto villoso, indossa un completo rigato blu scuro una camicia bianca e una cravatta rossa a disegnini gialli dal nodo ingrommato, sottile e allentato, molto scadente. Ai piedi porta scarpe da tennis imprecisate mentre riccioli biancogrigi bagnaticci – fuori continua a piovigginare – aureolano un cappellino rosso della Ferrari. Anche lui, come l’altro tizio, non possiede automobile e fin qui, al limite della città, ci viene con il tram che a duecento metri da casa fa capolinea. Al cancelletto, fuori, s’incasina. Esco, non vedo nessuno. Suona nuovamente, dopo un paio di minuti. Ritorno all’esterno. Vedo che sta girando l’angolo della palazzina, lo chiamo. L’aspettavo per le quattro, gli dico, chiudendo la porta. Eh, mi son preso per tempo. Ieri venendo da queste parti mi sono perso, non trovavo più la strada e tra l’altro col buio si è messo a piovere. Era già passato? Ieri pomeriggio. Non c’era nessuno, però. Ma non glielo avevo ancora detto, il mio cognome!, dico. Come ha fatto a suonare? Non ho suonato. Volevo soltanto dare un’occhiata alla zona, fa sorridendo (sorride molto). Aggrotto le sopracciglia. Nel senso, dice: nessuno in giro, poca gente da queste parti… Si starà mica preoccupando, vero? Guardi che mio figlio può garantire, sa. Non ne dubito. Eh no, la vedo un po‘ perplesso. Io posso pagare, sono pensionato e mio figlio lavora a Milano. Può garantire. Sa, è molto richiesto. Gira il mondo. Io me la cavo, però.  Tiro la pensione, una buona pensione. Ehm, certo, faccio. Prende una tazzina di caffè? No, grazie. Come le dicevo al telefono, vivo con mia sorella, solo che in questo momento è fuori. Come mai? Credo sia a un colloquio di lavoro. Ah. Vuol vedere la camera, intanto?, il bagno? Si, certamente.  Spengo il fuoco sotto la caffettiera. Anche lui come l’altro signore poc’anzi non domanda nulla a proposito di spese caparra carte da firmare. Né gli interessa sapere quel che in casa c’è o non c’è. Continua a mettere in tasca e riprendere in mano il vecchio nokia. Sa, dice, Padova è la mia città. Son nato qui. Sono di Padova, io. Eh, anch’io, gli dico. Per la verità sono stato tanto tempo a Genova. Solo ultimamente mi sono trasferito. Ma è diventata grande, e poi qui è tutto nuovo. Non conoscevo questo posto. Bello. Si, molto bello. Nuovo, grande, perfetto. Va benissimo. La prendo, dice. Quanto ha detto che vuole? Un attimo, dico. Non ne posso più di Venezia, m’interrompe, toccandosi la spalla. Venezia? Ho dolori dappertutto. Con l’ultima acqua alta mi è venuto fuori un desìo. Non mi crede? Guardi qui. Ahi! E nemmeno così, posso muovermi. Ahi! Vedo, vedo, dico. Ma Venezia? E’ lì che sto, adesso. Solo che non ne posso più. Via. Prima possibile. Tenga cinquanta euro. Vanno bene? No, senta… E poi Padova è la mia città. Eh si, la mia Padova! Son nato a Padova io. Son nato qui. Conosce Sant’Agostino? Certo. Davvero? Si, certo, è qui attaccato. E’ già Albignasego, per assurdo possa sembrare. Ah, ecco, dice. Li prenda, avanti! Non posso. Sono nato a Sant’Agostino, sa. Sono di qui. Facciamo così. Io intanto le dò cento euro. No, dico. Aspetti un momento. Guardi che mio figlio garantisce, sa. Mi dia una penna, che le scrivo il suo numero. Non racconto mica balle. Mio figlio lavora a Milano. Questo me l’ha già detto. No, perché sa, con i tempi che corrono. Si appoggia al tavolo della cucina stacca un pezzo di scottex scrive un nome un cognome e un numero di cellulare. Scrive in stampatello, lentamente, ma disegna ugualmente svolazzi tipo quelli dei cosmetici o del cioccolato.

Quando lo congedo – al cancelletto, dove sta incasinandosi di nuovo – mi passo una mano sulla fronte. Mescolato alle goccioline d’acqua c’è un velo di sudore. La richiamo verso sabato, allora?, geme, implorante. Non rispondo. Sapevo fin dalla prima telefonata che né a lui né all’altro, venuto in tarda mattinata, avrei mai dato la stanza; come sapevo che sarebbero giunti fin qui a piedi, con il tram, soltanto per buttare il loro tempo e subire una mezza umiliazione. Avrei dovuto dir subito di no, pensavo – niente anziani, qui; ma non ero preparato a una simile evenienza e mi sono fatto cogliere di sorpresa. Durante la disoccupazione mi ci ero immaginato più volte in condizioni ed età analoghe. Ci avevo pensato, tuttavia, immedesimandomi nel punto di vista di una persona più giovane che fosse in cerca d’alloggio: che effetto gli avrei fatto?, come mi sarei venduto?, si sarebbe adattato a vivere con un vecchio o comunque un uomo di venti, trent’anni maggiore? Sarei riuscito a trovare un coinquilino quando avessi avuto cinquantacinque/sessant’anni e soprattutto a resistere, senza soccombere alla sua vitalità e ai miei sicuri pudori (come con Daniel)? E lui, dal canto suo, avrebbe resistito agli odori le sporcizie il catarro; non si sarebbe lasciato soverchiare dalle bevute il discorrere l’allegria stessa: tutto ciò che, pur buono, da una certa età muta tragicamente di segno? Benché soprassedessi intorno alle risposte meno incoraggianti e il panorama presente oltre quello che sembrava schiudermisi innanzi  lasciasse poco margine a fantasticherie – chi vuol vivere con un vecchio, specie se vecchio non è? – assai di rado e rimuovendo mi ero figurato la circostanza inversa, quella cioè in cui non un’altra persona fosse in cerca di alloggio, ma io. Fino a poco più di un anno fa mi sembrava perfettamente ovvio che un autentico lusso quale quello della solitudine – la cui mancanza negli ultimi anni di convivenza mi era atrocemente pesata – si sarebbe rivelato fuori portata: non avrei mai avuto più che “una stanza tutta per me”, pensavo, ma mi vedevo ugualmente radicato & resistente nel posto in cui abitavo, saldo e scaltrito nell’arte del subaffitto oltre che nell’elaborazione di tipologie coesistenziali basate sulla sperimentazione di intime estraneità (delirio!) volte all’assimilazione di persone (universitari et similia) separate dalla mia vecchiezza da distanze sempre più incolmabili. Non avevo mai veramente riflettuto intorno al giorno in cui a causa di una pensione insufficiente (cosa certa: e il mutuo di questa casa scadrà in concomitanza con la mia settantaduesima primavera) o di qualsiasi altro motivo, abbandonata la mia precedente abitazione mi fossi trovato a spasso; e d’altra parte non avevo mai veramente riflettuto sull’evenienza che nella condizione di pensionato precario senza figli mogli parentado e presumibilmente amici – altro che lusso, la solitudine! – in cerca d’alloggio, potesse ritrovarsi una mezza generazione. Voi siete i primi, pensavo infatti osservando il cappellino rosso allontanarsi nella pioggerella; e più che domandarmi chi o cosa fosse, cosa cercasse e di cosa in realtà quell’uomo avesse bisogno, poiché egli costituiva il primo profilarsi di un presente che già è tale, avevo in mente l’effetto che faccio a me stesso quando allo specchio d’un tratto il vecchio si affaccia, o il disorientamento che talora rosseggia i volti dei colleghi di vent’anni più giovani. Due pensionati?, aveva sbottato mia sorella. E le pulizie? E poi, il bagno! Persone di una certa età. Cioè, non è che si tratti di tua mamma o di tuo papà. Ma non li hanno dei figli, questi? Dei parenti? Se poi sono anche un po’ fuori di testa, fai conto te!, aveva detto. Tranquilla, le avevo risposto. E’ fuori discussione. E vorrei ben vedere! Sono anche un po’ invadenti, le avevo detto. Al telefono urlavano… Ma se il primo dei due anziani era uscito senza smettere il piglio forzatamente vivace con il quale era entrato – la sorta di euforica disperazione insita nel tentativo di mostrarsi attivi scattanti non-vecchi oltre che, naturalmente, cash!, money!, indipendenti connessi e perché no?, dotati di quell’insolenza così tipica nei giovani d’ogni epoca & latitudine… – questo, invece, dopo che avevo rifiutato per la seconda volta i suoi soldi, vi aveva completamente rinunciato, sgonfiandosi tutto. Peccato!, disse estraendo il nokia. Ci avevo proprio sperato, sa? Lei mi era sembrato così simpatico al telefono, e poi ieri, quando ho visto il posto, ho detto subito: si! Si orienta per il capolinea?, tagliai, brusco. Come? Il tram. Il capolinea del tram. Il signore col cappellino rosso abbassò la testa e infilò le mani nelle tasche. Si vede che non doveva essere, disse, da di là del cancelletto. Era destino. Si orienta per… Ah, no. Ma non importa. Faccio un giro qui intorno, finché è chiaro.

tutto questo per dire?

3 dicembre 2009

Fine novembre e inizio dicembre irrequieti e frammentati. Poche ore di sonno alimentazione squilibrata e carenza vitaminica con brospasmo persistente gonorrea maldischiena da tensione e ineluttabili difficoltà finanziarie dovute al fatto che mia sorella grande, residente da me, dopo la bancarotta fraudolenta dell’acciaieria per cui lavorava, smessa la cassa integrazione, è definitivamente disoccupata e di conseguenza non è in grado di sborsare la quota per la stanza; contemporaneamente Ivan, il salvifico coinquilino degli ultimi mesi, decide di punto in bianco far fagotto – mona io a non aver preteso la caparra; questo proprio quando la tragica multiutility cittadina decide di conguagliarmi il gas e la non meno lugubre filiale di banca inizia a piallare – previa mia indicazione, naturalmente – la bustapaga per accantonare parte della cifra necessaria a pagare le 18 multe buscate fra gennaio e fine febbraio quando, rincoglionito dall’amore e da un lustro di disabitudine all’automobile, sono sistematicamente entrato e uscito dal centro attraverso due varchi della ZTL, pressoché alla stessa ora, senza accorgermi della loro presenza. Per il resto vado a lavorare, ricevo telefonate e visite per la stanza, vedo insieme a Gioia – che ha l’orticaria e i nervi per sovraccarico lavorativo – qualche film, cerco di stare in contatto con Cirri e mia madre che stanno poco bene e tendono a scazzare, giro con l’automobile (che odio), pago tasse balzelli e quant’altro; ma tutto ciò sarebbe quasi normale e controllabile non fosse che, per fare un esempio, tutte insieme – a meno di non farmi prestare i soldi – le tasse non riesco proprio a versarle, o che andar dal dottore per l’impegnativa dei raggi alla bocca che serviranno a un nuovo dentista per fare il preventivo (dio solo sa come farò: non ho ancora pagato le sei estrazioni del passato inverno), significa tornar dal dottore dopo aver sbagliato gli orari d’ambulatorio, recarsi al policlinico per prenotare la visita, ricevere una telefonata il giorno prima perché c’è stato un disguido, spostare la visita che però a breve solo di pomeriggio quindi chiamare Diego per un cambiotùrno oppure chiedere un permesso tenendo conto che siamo in dicembre ossia il mese clou; o che, più banalmente, quando ho il tempo libero, rompo la poltrona ikea della scrivania rovesciandomi addosso la tazza del caffè, incasino il computer che non si connette più al cellulare (per le fotografie: mi stavo appassionando), a causa della depressione indotta dalla partenza del coinquilino e di Cirri che ha scritto  l’annuncio AFFITTASI con la cifra sbagliata dimentico la ricarica nella tasca interna della giacca indossata per andare la presentazione libresca dell’insegnante di Gioia, il mese nel frattempo finisce, la tariffa decuplica e me ne accorgo nel cuore della notte, mentre torno dal lavoro allorché Gioia mi fa il culo perché mi fermo al baracchino a comprare una birra – è così che butti via i soldi!; o ingolfo la motocicletta proprio il giorno in cui la macchina di mia madre serve a Cirri che ha rotto il radiatore della sua o perdo il taccuino che contiene il pensiero, scordo le chiavi al lavoro e il tabacco e la spesa al bar dove per farmi perdonare il fatto di non avergli più scritto il parere sul dattiloscritto del suo Batosta con figlio né aver tentato di metterlo in contatto con Mario o con Giulio, o almeno con Bruno Kleiber, Max McVanni o Heman Zed e Laura Liberale, ho speso gli ultimi soldi per offrire qualcosa da mangiare e da bere da Jose F. Quìla che quando ha saputo il prezzo della mia stanza ha abbassato gli occhi in un modo che mi ha cavato qualsiasi desiderio di domandargli come andasse a Vicenza se stesse ancora a servizio da Trevisan (temo di si) e se questo singolare impiego gli  fosse di giovamento quantomeno da un punto di vista diciamo creativo. Me lo sono visto sfilare capochino spingendo il piccolo carrello con la colazione (Trevisan non gli dà il vitto e gli concede l’uso del bagno soltanto durante il giorno) dall’angolo cottura del tinello in cui Quìla dorme alla camera da letto, rabbrividendo per lui nella fosca e lattiginosa luce di una di queste contratte albe d’alto inverno, lo scrittore sotto le pesanti coltri damascate del mezzo baldacchino ottocentesco tante volte descrittomi da Draga, e le orecchie ancora colme del racconto fattomi  invece da Brekane, che li aveva incontrati alla festicciola di presentazione del volume di versi La lotta amata, dell’ex terrorista Eido Impreglio, brevemente introdotto dall’attore feticcio (di Trevisan) Fulvio Falzarano cui lo stesso aveva dato a leggere un brano intitolato – se Brekane, mi disse, non aveva compreso male – Lo stato puro; alla metà del quale tuttavia lo scrittore, assai costipato e tutto  infaldigliato in plaid e mantelle, aveva abbandonato la piccola sala ricavata dal vecchio caveau della Banca Popolare di Vicenza, spinto su una sorta di poltroncina a rotelle dal suo  giovane e taciturno traduttore argentino, che appunto era Josè Ferdinando – chiaro che poi per spesa e tabacco non son più tornato…