domparapapà (due)

21 marzo 2010

Lisciandosi i baffi, Daniel ci aveva domandato se avessimo un’idea circa le eventuali opinioni politiche dei seguaci di don Paolo Spoladore. A pensarci, aveva detto, è evidente, eppure non ci avevo mai pensato, non avevo mai messo a fuoco finché quattro chiacchiere con mia sorella e mio cognato, l’altro giorno, mi hanno fatto accendere in testa questa serie di lampadine.

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domparapapà (uno)

18 marzo 2010

No, no, pensateci bene, ha detto Daniel, lisciando i baffi sbiancati da un sorso di birra. Fateci caso, dice, ghignando. E’ più sottile di così… Si stava parlando di Antonio, vecchio collega comune da lui per caso incontrato dopo un sacco di tempo quando, inevitabilmente, è uscita una battuta su don Paolo Spoladore – Padre rock per il sempre oleoso Mattino di Padova, a causa del seguitissimo gruppo di rock liturgico del quale è ispiratore compositore arrangiatore cantante e chitarrista; nei casini in queste settimane a causa di una paternità malriposta e a gran voce rivendicata da certa Pimpy, sintomatica cinquantenne, non paga degli esborsi dal sant’uomo largiti in alternativa al riconoscimento del frutto, di ormai sette ♪♪fatidiche♪♪ primavere.

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dopocena (due)

9 marzo 2010

Dopo avermi domandato dove in quel momento mi trovi – sto lavorando, Nando. Lavorando? Lavorando, si. Sono al lavoro. Ah... Tutto bene? – mentre la sirena di un neonato rotea in sottofondo, mi chiede sconnessamente se per caso conosca un certo locale da poco aperto, in centro, dove si suona dal vivo. No, gli faccio. Non mi pare… No?, risponde. No… Ah, masì. Eiazam, haisto l’alt. Cioè novosai l’alt. L’alt?, dico. È!, fa lui. Eh? È!… Nando, dico, n-non. Aaah!, dice. Embè. Nooo, epperò, figàààta. Comunque, guarda, no. Ma saimi che ah? Tsè! Noe! Figuuura. Onoe?…

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dopocena (uno)

5 marzo 2010

La cortina sognante, al lavoro, si propaga al dopocena quando, portando in bagno il truogolo di plastica per una sommaria sciacquata, mi arriva la telefonata del bassista del gruppo con cui suonavo. Non lo sento dal matrimonio di un amico comune, del quale un paio d’anni or sono mi aveva informato e per il quale – dopo avergli procurato un lavoro presso un’azienda del suo settore – aveva fatto da testimone; ma è da ben prima di quella data che non ci chiacchiero, e averci davvero qualcosa a spartire saranno almeno tre lustri: quanto dista l’epoca dello scioglimento del gruppo. Al matrimonio di Gian, impelagato com’era fra scartoffie e convenevoli, non avevamo potuto che scambiare un saluto. E dopo la cerimonia , bevuto in fretta l’aperitivo (prevedibili farragini dal funzionario comunale + caldo assassino), non essendo invitato al pranzo nuziale, me ne ero andato.

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