la lega sinistra
23 Novembre 2009
In fondo me l’aspettavo. E poi è vero, in un certo senso, che con figlia a carico e partita IVA fa simpatia. Come dire? Bello saperlo!
Era un annetto, del resto, che andava provando il nuovo copione. Il talento, quello, c’è sempre stato. E certo: meglio così, che sotto padrone. Non solo tocca sgobbare, ma anche sorbirsi il comando – cosa alla quale temo non sia troppo avvezzo.
E se intorno alla relazione di Casarini con il lavoro, in senso ampio (di daffàre), non metterei la mano sul fuoco, sarei più propenso a metterla invece su quella col fisco: bianca, come le tute di tanti anni fa.
Buona obiezione, compagno artigiano! – e così sia.
diego d’estate
22 Novembre 2009
Poco dopo avere letto le bozze del pamphlet di Giulio Mozzi Corpo morto e corpo vivo (Transeuropa), ma prima di averne discusso insieme, in seguito a una conversazione con Diego, il mio capo attuale (all’epoca in disgrazia presso la direzione) buttai giù il pezzullo che segue, senza tuttavia ave’l còre de postàllo. In questi giorni, tuttavia, fra febbricola debòscia e dispersione, sembra stia smarrendo non soltanto l’estro, ma qualsivoglia reminiscenza di pudore.
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Quante storie, ’sta Setola, saran cazzacci sua, no?, sbraita Diego, sorridendo. Travaglio, piuttosto. Ecchì lo regge? Sempre a parlare come il primo della classe, con la verità in tasca, sempre in giro a far spettacolo. Pensa, dice Diego (che tiene un bel blog de ccìnema), ho scritto un piccolo post in cui dicevo appunto ’sta cosa. Nun l’avessi mai fatto! Un puttiferio. I travaglini in armi! Mioddio, mioddio! Allimortè! Non glielo puoi mica dire che la Setola è meno ludro di qualsiasi pop star che idolatrano. Non glielo puoi mica dire che Travaglio è altrettanto vanaglorioso e primafiga e ammanicato. Ma ‘nnamo, che sul Berlusca c’ha ammannito ‘na fortuna! Che farebbe senza di lui? Eppòi sai che noia!
Dici che cambia il vento?, gli faccio. Dici che la gente inizia a rompersi i coglioni anche di questi? E’ iniziata la parabola discendente?, dico – ogni tanto Diego mi da l’impressione gossippàra di prenderci (basta, in effetti, sia gossip). E’ informatissimo, si diverte. Ci sta dietro, voglio dire. Ma sono troppo veemente, butto sul serioso – guai! – e distende le gambe sotto il tavolo di montaggio. Allora aspetto qualche secondo.
Che fosse proprio Sal Da Vinci, quel cesso che ascoltano a Palazzo Grazioli?, chiedo. Ma non lo so!, fa lui. E poi non è affatto un cesso, Sal Da Vinci. Gli rispondo con il tema di C’era una volta in America. La riconosci?, faccio. Sorride. Poi gli domando: Eluana Englaro santa? Eh? Sottoscriveresti un appello per la beatificazione e la conseguente la santificazione di Eluana Englaro? E perché mai?, fa lui – già più vellicabondo. Il mio maestro ci sta scrivendo sopra. Mi ha dato da leggere un dattiloscritto. Eluana Englaro martire. Martire? Martire, si. Martire de che?, fa. Martire alla rovescia, cito. Cioè: le hanno inflitto la vita. Suo malgrado, faccio. Secondo te esistono i martiri loro malgrado? I martiri che non hanno deciso? I martiri involontari e inconsapevoli? E che ne so! Che domande sono? Cos’è sta roba? Ma no, dico. Non è niente, stavo solo… Immagino di si, sbotta Diego in contropiede. Immagino che esistano sia i martiri inconsapevoli, sia i martiri loro malgrado, sia i martiri che non decidono. Eluana Englaro: martire della tecnica, cito. Eeeh? Ehm. Si, così. Ettù, turututtù che c’azzi (contrazione di “azzecchi”, credo)? Oh, faccio. Niente – sto ruminando: “potrebbe ancora avere figli…” – Niente.
Non ho molta testa, né forza, oggi. Un gran pastone. Lascio perdere. Prima, però, giù al bar del lavoro, ho origliato una conversazione fra due ragazzi, probabilmente studenti, dell’età di Diego. La Setola, dicevano, è la dimostrazione che la politica non è che un’allucinazione, un grandissimo bla-bla che non serve a nessuno, se non a chi la fa. Non che abbia fatto bene a piazzare veline e similari (questa cazzo di parola, diosanto!), dicevano; eppure la Setola sta dimostrando quel che tutti sappiamo: basta una decina di persone, per giunta part-time, per governare. La cosiddetta crisi ci sarebbe ugualmente. La nazione andrebbe avanti lo stesso. Ora un po’ meglio, ora un po’ peggio. Ma avanti, come è sempre andata. Non che sia merito della Setola, dicevano. Ma è molto meglio adesso, l’Italia, di prima.
noche en blanco (y ciudad en la lluvia)
17 Novembre 2009
poi dritto al lavoro – otto orette (e mezza di cortesia): abbastanza sereno col grande Poldo, fatte salve in chiusura le lucciole agli occhi – ròssole verdorate. Ieri, tuttavia, quindici ore di sonno filate. Un tempo, ’sti dritti?… all’ordine del giorno! Ci ho messo stomaco e parco neuroni in sette/otto anni. Fuori, città nella pioggia. Bruma influenzale. Coperta leggera, pail (pile) e sciarpetta. Città nella pioggia: le scritte si fan fitte dentro ai cessi! E al terminale, coricato vestito, meraviglia crepuscolare: restare al calduccio antiorario, mentre il mondo universo si vòmita fuori, magari in via Aspetti. Eh, la vecchiaia. Ron-ron. Altri tempi. Letto tanto, in compenso (nel senso – ehm – della lettura). Aggressivamente, fra le altre cose, e a tratti con furia Una tragedia negata (Il maestrale; Vibrisselibri) di Demetrio Paolin: superbo. Perso anche un po’ bussola. Seminato appunti, però, come Gretel (o Hansel?).
Intanto sfanghiamola, penso: settimana che viene andiamo a Milano a vedere una buona volta Edward Hopper. Croce sul cuore, e per buonanotte: ti bacio fotr anch’in amore mio. Con Gioia ultimamente parliamo spesso, e spesso scaldandoci, di terrorismo. Devo stare attento, perché la perdo. Non tanto come morosa. Non nel brevissimo termine. Perdo il non detto, le genesi, le retrovie degli abbrivi. Insomma il contatto. L’ultima volta abbiam litigato sul male. Basta con questa storia del male! Non propalare morale, quando parli con me (degli anni ‘70). Finisci per dire cose alle quali non credi (e poi dopo ci si ama coi nervi).
le ciabattine parlavano italiano
12 Novembre 2009
Oggi due linee di febbre raffreddore e testa ammollo, figurarsi se riesco a venir fuori da ’sta cosa che non riesco a spiegarmi in questo brano, parte di un racconto che cerco di fare da una vita e non son capace di mettere insieme. Cioè: che cosa diavolo voglio dire con la faccenda della “profanazione”, alla fine. E fra mezzora mi aspettano 12 ore di lavoro, dalle 15 alle 1.30, che diventeranno, manco dirlo, le 2. Un nervoso, ma un nervoso…
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Spritz al campari, sbuffò distrattamente Daniel, sollevando lo sguardo fosco, traverso, dalle ciabattine bianche di due tipette sedute a fianco – lucide, laide sotto il cupore fra le piccole dita abbronzate. Annuì a labbra tirate guardando in faccia le ciabattine e, soppesandone l’età, piuttosto acerba, valutò la chiavata. Gli facevano rabbia, da un po’ di tempo, e non ne faceva mistero. Specie quelle di genere sbrindellato e un po’ sudicio – benché calcolato al millesimo – quali queste. Nonostante l’ipocrisia di cui gli sembravano trasudare e che, del resto, aveva la medesima insostituibile organolessi del rum nella coca o del gin nella limonata, non si trattava di una rabbia definitiva. Certo, metter loro le mani addosso sarebbe stato un po’ come profanarle; ma era sicuro che soltanto a lui sarebbe passata per la testa una cosa del genere, tanto pareva residuo ciò che di non profano – i teorici annessi e connessi, per quanto impudichi, della verde età – avanzava in loro. Lo stesso indefinibile italiano con cui si esprimevano, un idioma laminato, tintinnante, geograficamente indiscernibile, brillantato da esse pronunciate come zeta e zeta di sottigliezza ultrasonica gliene offriva testimonianza. La rabbia che provava era più per sé stesso, per un insieme di cose, un complesso di circostanze che negli ultimi tempi, sempre più spesso, gli era apparso quanto mai malaugurato; per il quale, ad esempio, fatta salva l’adolescenza più tenera (e illibata) mai si era trovato per le mani una figa sia pur di un solo anno più giovane. Quella corrente, Costanza, di gran lunga meno anziana della precedente – Erika – aveva tre anni più di lui, appena ventisettenne; e sotto il profilo del concretamente possibile, cioè della rosa in panchina, le cose non sembravano girare diversamente. Era un pezzo, infatti, che le donne – con somma invidia di Leo – gli correvano platealmente dietro; ma si trattava per l’appunto di donne, tipe cioè che, come Leo, veleggiavano spedite alla volta della quarantesima proda. E per quanto torride potessero rivelarsi le notti passate con loro – torride era il termine che utilizzava usualmente per descrivere al coinquilino le ultime traumatiche notti con Erika, la precedente fidanzata – e per quanto importante fosse stata la loro consapevolezza nel suo processo di maturazione, cospicui sedimenti dell’età di quelle ciabattine avevano fatto e tornavano a far capolino: ma erano fossili e la totale assenza di spensieratezza, l’ansia di riscatto sentimentale dopo millenni di priorità, rendevano amaro il loro liquore, passato (passito) quindi sgradevole, sacralizzato fuori tempo massimo dalla disperazione. Qui si, però, ci sarebbe stato da profanare, pensò Daniel, accaldato, orientando lo sguardo sulle labbra farfuglianti dell’amico.
imago dolens
10 Novembre 2009

Un amico mi spedisce due o tre antichissime foto. Di foto mie ne posseggo assai poche, ma di quel periodo – vent’anni appena passati – pressoché nessuna. Rivedermi a quell’età, un’età della quale ho per altro ricordi minuscoli ed estremamente confusi, mi ha lasciato di stucco. Sarà che ieri sera al cinema ho visto Dillinger, cioè Public Enemies, di M. Mann. E che la foto oltre che scattata a New York, in un albergaccio pazzesco, sembra di un secolo fa. Ma diocaro. Quanto decrepito sono? E che razza di pagliazzo dovevo essere?!
